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Sito Web aggiornato /sez Ambiente e Salute/ 21/Agosto/2026

La carovana dell’ambiente approda in città. Dibattito al parco

In città arriva la carovana regionale sui temi ambientali e sociali. I contenuti e motivazioni sono stati illustrati ieri dai…

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In città arriva la carovana regionale sui temi ambientali e sociali. I contenuti e motivazioni sono stati illustrati ieri dai…

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In città arriva la carovana regionale sui temi ambientali e sociali. I contenuti e motivazioni sono stati illustrati ieri dai rappresentanti d Forum Ferrara Partecipata, organizzatori dell’appuntamento che si terrà oggi a partire dalle 10. Nel corso dell’incontro, Corrado Oddi di Forum Ferrara Partecipata si è soffermato sull’iniziativa. La carovana sui temi ambientali e sociali è promossa da Reca (Rete Emergenza e Climatica Emilia-Romagna ER) e Amas (Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali) e tocca tutti i Comuni capoluoghi della Regione. La carovana è partita da Piacenza l’11 aprile scorso e si concluderà appunto a Ferrara oggi e metterà al centro la vicenda delle leggi di iniziativa popolare regionale in attesa di essere discusse in Regione e vuole evidenziare tutte le vertenze aperte su questi temi nei vari territori. “A Ferrara ci concentreremo – ha spiegato Corrado Oddi – in particolare sui temi legati all’ambiente e non solo. Tutte questioni su cui il Forum Ferrara Partecipata è impegnato a lavorare da tempo. La carovana avrà poi il suo punto finale con un convegno regionale, che si terrà a Bologna il 13 e 14 giugno, che raccoglierà le istanze e le proposte emerse in questo percorso”. Nel dettaglio, il programma di oggi parte alle 10 al parco Pareschi in corso della Giovecca, con un dibattito dal titolo ‘Vertenze e iniziative sui temi ambientali e sociali a Ferrara’.

Mario Tosatti

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“Fanghi, basta con i cattivi odori”. Scatta la protesta a Zerbinate

I residenti: “Non mettiamo in discussione la regolarità degli spandimenti ma qui non si respira”.

La pratica diffusa dello spandimento dei fanghi nei campi agricoli (. foto di repertorio

La pratica diffusa dello spandimento dei fanghi nei campi agricoli (. foto di repertorio)

“L’aria è diventata irrespirabile e le finestre, nonostante le prime giornate di caldo e afa intensa, sono dovute rimanere sbarrate”. La voce di protesta si alza da Zerbinate. Una vera e propria ondata di puzza sta travolgendo in queste ore la frazione di Bondeno, scatenando la protesta dei residenti. Sotto accusa c’è lo spandimento nei campi di alcuni fanghi scuri, che stanno lasciando vistose strisciate nere sui terreni parallelamente a via Consorziale, la suggestiva via alberata che dalla zona artigianale del capoluogo conduce verso la frazione. Nessuno tra i cittadini mette in discussione la regolarità formale dell’operazione, coscienti del fatto che “si tratti con ogni probabilità di fanghi di depurazione ad uso agricolo”, trasportati in zona da grossi camion, ammassati in cumuli e poi caricati dai trattori per essere distribuiti sui campi. A ferire i residenti, tuttavia, è la totale mancanza di tempismo e di rispetto per chi vive a ridosso di quelle terre. “C’è un odore infernale che toglie il fiato – segnalano – siamo letteralmente travolti dalla puzza dei liquami e l’aria è impestata da un odore terribile e nauseabondo”. Protestano i cittadini della zona, esasperati da una situazione che si ripete ciclicamente. Il mix tra le alte temperature e le emissioni dei fertilizzanti ha reso l’atmosfera invivibile: “In queste giornate di caldo e afa, l’odore diventa semplicemente insopportabile. Chiediamo rispetto: non si possono spalmare queste sostanze proprio quando l’afa è alle stelle, costringendoci a barricarci in casa con le tapparelle abbassate”. I cumuli scuri rimangono visibili nei punti di stoccaggio prima che i mezzi agricoli inizino le manovre di spandimento e il successivo interramento, ma il tempo che intercorre tra le due fasi è sufficiente a saturare l’aria per chilometri. “La verità è che non se ne può più”, tagliano corto i residenti di via Consorziale, sintetizzando un malumore ormai diffuso. I cittadini di Zerbinate non intendono subire passivamente il disagio e chiedono che le autorità competenti facciano chiarezza sulla composizione dei materiali e sulle modalità di interramento. “Chiediamo comunque che vengano effettuati controlli stringenti e immediati da parte degli organi preposti”.

cl.f.

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Approvata in Assemblea legislativa la nuova legge regionale per la localizzazione degli impianti da fonti rinnovabili

Aree idonee: obiettivo 6,3 GW di potenza aggiuntiva entro il 2030

Interporti, siti bonificati, cave ripristinate. Ma anche aree ecologicamente attrezzate, rotatorie stradali e spazi nella disponibilità dell’Autorità di Sistema Portuale (AdSp).

Sono queste alcune delle aree già antropizzate dove la Regione Emilia-Romagna intende spingere l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, ed è in questo contesto che si colloca la nuova legge regionale sulle cosiddette aree idonee, approvata oggi dall’Assemblea legislativa. Il testo riconosce ulteriori aree idonee rispetto a quelle già indicate dalla legge nazionale (decreto legislativo 190 del 2024) e definisce il quadro regionale per l’installazione degli impianti da fonti rinnovabili. L’obiettivo è accompagnare la transizione energetica assicurando, al tempo stesso, criteri chiari di localizzazione e tutela del territorio.

La legge regionale è frutto di un percorso avviato all’interno del Patto per il Lavoro e per il Clima e sviluppato attraverso il confronto con Assemblea legislativa, enti locali, parti sociali, associazioni di categoria e portatori di interesse.

“È stata una maratona partita nel maggio scorso, che oggi ci consegna una cornice per lo sviluppo delle fonti rinnovabili in Emilia-Romagna- sottolinea l’assessora regionale all’Ambiente, Irene Priolo-. Un percorso complesso, segnato da cambiamenti normativi e da un approfondito confronto in Aula, con territori, istituzioni e parti sociali. Il risultato non è un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase: quella dell’attuazione. La sfida è tenere insieme ambiente e sviluppo, due dimensioni che devono procedere insieme. La transizione energetica è infatti una leva per rafforzare la sostenibilità e, allo stesso tempo, per rendere più competitivo il sistema produttivo, riducendo la dipendenza energetica e aumentando la capacità di risposta a uno scenario internazionale sempre più instabile”.

“Con questa legge- prosegue l’assessora– orientiamo lo sviluppo delle rinnovabili verso le aree più idonee, privilegiando quelle già urbanizzate o compromesse e tutelando al tempo stesso suolo, paesaggio e produzioni agroalimentari di qualità. Ma sappiamo che la transizione non si realizza solo con le norme. Serve la comprensione dei territori, perché senza il coinvolgimento delle comunità locali ogni processo rischia di rallentare. Per questo abbiamo lavorato per costruire un equilibrio tra esigenze diverse, consapevoli della complessità di questa trasformazione, che dovrà essere accompagnata da strumenti attuativi e da un confronto continuo, per garantire uno sviluppo ordinato, sostenibile e coerente con le vocazioni dei territori”.

La nuova legge regionale

La nuova legge regionale si compone di tre titoli: il primo contiene le disposizioni generali relative ai principi, alle finalità e agli obiettivi della disciplina regionale. Il secondo specifica i criteri per l’installazione degli impianti alimentati a fonti rinnovabili nel territorio emiliano-romagnolo, distinguendoli in base alle diverse tipologie. Il terzo, infine, stabilisce le norme finali e transitorie.

Nel definire principi, finalità e obiettivi della legge, viene stabilito che rimangono fermi i vincoli e le tutele previsti dalle normative statali e regionali in materia ambientale, paesaggistica, culturale, agroalimentare, “nonché i piani territoriali regionali e gli strumenti della pianificazione di bacino”. Viene precisato che dovrà essere assicurato il raggiungimento dell’obiettivo di 6,3 GW, con un potenziale incremento di potenza installata al 2030 di 10 GW. La norma chiarisce inoltre che l’individuazione di una porzione di territorio regionale come area idonea non attribuisce al proponente il diritto all’installazione di impianti, ma determina l’applicabilità delle semplificazioni amministrative previste dal decreto legislativo 190 del 2024.

La legge stabilisce inoltre che gli interventi di nuova costruzione e di ristrutturazione importante debbano prevedere l’installazione di impianti alimentati a fonti rinnovabili sulle superfici degli edifici e sui parcheggi di pertinenza. I Comuni potranno inoltre stabilire una fascia di rispetto fino a 30 metri lineari dagli ambiti urbani residenziali. Nelle aree interessate da colture certificate sarà infine possibile installare esclusivamente impianti agrivoltaici e geotermici.

Le aree idonee

La legge individua come ulteriori aree idonee i siti oggetto di bonifica, le aree degli interporti, le aree del territorio urbanizzato classificate come ecologicamente attrezzate e i poli funzionali con destinazioni produttive esistenti, oltre alle cave ripristinate. Ancora, per gli impianti di produzione di energia da biogas e di produzione di biometano, le aree classificate dal Piano urbanistico generale come ambiti specializzati per attività produttive esistenti. Tra le ulteriori aree individuate figurano anche le rotatorie stradali,gli spazinella disponibilità dell’Autorità di sistema portuale (AdSP) e, per gli impianti geotermici, le aree del territorio regionale in cui sia accertata la presenza di risorse geotermiche.

Le aree con destinazione agricola

Per quanto riguarda l’utilizzo delle aree con destinazione agricola la legge stabilisce che l’installazione di impianti a fonti rinnovabili non possa interessare una quota superiore all’1,5% della Superficie agricola utilizzata (Sau) dell’intero territorio regionale, calcolata a partire dal 31 dicembre 2020. Inoltre, in ciascun Comune dell’Emilia-Romagna gli impianti non potranno interessare una quota superiore al 2,5% della Sau comunale, salvo specifiche deroghe da parte dell’amministrazione stessa. La legge specifica anche i criteri per il computo della Sau interessata da impianti di fonti di energia rinnovabile; così come viene disciplinata l’installazione degli impianti agrivoltaici, prevedendo il mantenimento dell’attività agricola e la conservazione di almeno l’80% della Produzione lorda vendibile (Plv).

L’obiettivo di energia rinnovabile prodotta

La nuova legge regionale, infine, si inserisce nel quadro del burden sharing nazionale che prevede, entro il 2030, il conseguimento di 6,3 GW di potenza aggiuntiva da fonti di energia rinnovabile in Emilia-Romagna, contribuendo a raggiungere l’obiettivo nazionale di 80 GW. Il potenziale incremento di potenza installata sulle aree idonee, così come identificate, può raggiungere circa 10 GW, superando gli obiettivi assegnati.

Ultimo aggiornamento: 28-05-2026, 10:51

https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/notizie/attualita/2026/maggio/approvata-in-assemblea-legislativa-la-nuova-legge-regionale-per-la-localizzazione-degli-impianti-da-fonti-rinnovabili

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Incontro Pubblico

Allevamenti Intensivi:

Vi invitiamo all’incontro pubblico “ALLEVAMENTI INTENSIVI: RISCHI PER LA SALUTE E L’AMBIENTE” che si terrà mercoledì 29 aprile 2026, dalle 18 alle 20 presso la Sala macchine, Factory Grisù, via Poledrelli 21.

Il Forum Ferrara Partecipata organizza questo incontro per affrontare il tema degli
allevamenti intensivi, un sistema produttivo che solleva interrogativi sempre più urgenti sul piano etico, sanitario e ambientale.

Il modello degli allevamenti intensivi rappresenta oggi uno dei nodi più critici nel
rapporto tra esseri umani, animali e ambiente, come evidenziato anche a livello locale dal recente caso dell’allevamento Cascone di Bondeno.

Da tempo la comunità scientifica invita a superare una visione puramente produttivistica per adottare un approccio più rispettoso degli animali e coerente con i principi della salute pubblica e della sostenibilità ambientale e ne denuncia gli effetti
alteranti e nocivi segnalando le principali criticità: grandi quantità di emissioni in atmosfera, in particolare ammoniaca e metano, elevato consumo d’acqua, consumo
di terreno e deforestazione, riduzione della biodiversità, effetti negativi su pesca e
acquacoltura, sviluppo di resistenze antimicrobiche, rischio di zoonosi e spillover.

A questo elenco di criticità relative ad ambiente e salute vanno inoltre aggiunti i costi che sostiene la collettività per il controllo delle malattie infettive trasmissibili che sempre più di frequente si manifestano in questi allevamenti.

A fronte della illusoria
promessa avanzata alle comunità locali di portare slancio economico a un territorio, si assiste invece all’ impoverimento progressivo delle piccole, medie realtà produttive e al grave inquinamento delle aree occupate.

Non pare poi scontato evidenziare le ragioni etiche che dovrebbero essere considerate nella disamina dei problemi legati agli allevamenti intensivi a fronte di uno sfruttamento ingiustificabile degli animali allevati, costretti, anche nelle
condizioni considerate per legge “accettabili”, a vivere invece in uno stato lontanissimo dal rispetto delle loro caratteristiche e necessità.

Interverranno: Eva Rigonat, veterinaria ISDE, “Allevamenti intensivi :
inquinamento
ambientale e ricadute sulla salute. Problematiche generali”,
Simona Savini, campaigner Greenpeace Italia, “Un sistema malato e una proposta di legge per
superarlo”,
Angela Soriani, veterinaria Forum Ferrara Partecipata, “Allevamenti
intensivi nel Ferrarese”, Andrea Bregoli, agronomo Comitato Vivere Meglio,
“Allevamenti e agricoltura”.
L’’incontro sarà introdotto da Francesca Cigala Fulgosi del Forum Ferrara Partecipata.

Sono invitati cittadini e amministratori local

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Biometano e Impianti, la Protesta dei Territori: “Ridurre l’Uso dei Campi”

https://www.estense.com/2026/1187810/biometano-e-impianti-la-protesta-dei-territori-ridurre-luso-dei-campi

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Ieri si è tenuta l’audizione in Regione sulla proposta di legge sulle aree idonee per l’installazione degli impianti di energia rinnovabile ( potete vedere tutto registrato al seguentecontinua> Link alla pagina News)

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Biogas e Biometano, i Comitati ferraresi alla Regione:

“Stop alla Colonizzazione del Territorio”

Sabato 28 Marzo 2026 /Ore 10-12/ FERRARA

Sala della Musica/Via Boccaleone,19

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Acqua pubblica…

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Impianti di Biogas e Biometano. I rischi per la Salute Pubblica nel Casalasco e nella Bassa Cremonese-Mantovana

Il contesto: una densità fuori norma.

La provincia di Cremona ospita circa 200 impianti tra biogas e biometano, monitorati da ARPA Lombardia. La Lombardia conta complessivamente 770 impianti, pari al 35% del totale nazionale, con un incremento del 9% rispetto al 2023, e il 70% dei nuovi insediamenti si concentra nel cosiddetto “triangolo della pressione ambientale” formato da Cremona, Brescia e Mantova. In questo quadro, ARPA Lombardia ha già programmato per il 2026 specifici controlli nei comuni di Casalmaggiore e Piadena. Non è un caso: si tratta di uno dei territori a più alta saturazione impiantistica d’Europa.

L’episodio di Gussola: un caso emblematico.

Il 5 febbraio 2026, un guasto a un impianto di biometano al confine tra Gussola e Torricella del Pizzo, ha causato un importante sversamento di digestato nei canali, in terreni agricoli e parzialmente nell’area di un’abitazione privata. La sostanza, descritta come un liquido oleoso dall’odore nauseabondo, ha percorso i fossati del Consorzio Navarolo, richiedendo l’intervento di Vigili del Fuoco, ARPA e Polizia Locale. 

Rischi per la salute pubblica: le principali criticità.

Gli impianti di biogas e biometano espongono le comunità locali a rischi su più fronti:

Inquinamento atmosferico e PM10. L’ATS Val Padana, già nel febbraio 2022, in un parere ufficiale durante una conferenza dei servizi aveva scritto: “gli impianti a combustione di biomassa potrebbero diventare una forma numerosa e diffusa di emissioni di particolato primario, aggravando ulteriormente un quadro ambientale già critico”, sconsigliando nuove autorizzazioni salvo necessità essenziali. In entrambe le province di Cremona e Mantova si registra il superamento sistematico dei limiti giornalieri di PM10 in tutte le stazioni di monitoraggio. 

Emissioni di ammoniaca (NH₃). Il 95% delle emissioni di ammoniaca lombarde proviene proprio dal triangolo Cremona-Brescia-Mantova, dove si concentra un’enorme pressione zootecnica e agro-industriale. L’ammoniaca è precursore diretto del PM10 fine, con effetti cronici su apparato respiratorio e cardiovascolare.

Sversamento di digestato e contaminazione delle acque. Il digestato è altamente inquinante sia per la carica organica che per quella microbiologica: può contenere patogeni come Salmonella, E. coli, Klebsiella e Clostridium botulinum. Sversamenti accidentali (come quello di Gussola) possono contaminare le acque superficiali e, attraverso l’insufficiente impermeabilizzazione dei suoli alluvionali padani, raggiungere le falde acquifere. Esperienze analoghe in Germania hanno portato all’inquinamento di 50 bacini in Baviera in soli 8 anni. 

Patologie nella popolazione. Un’indagine epidemiologica di ATS Val Padana (2008–2018) ha rilevato dati preoccupanti: nella sola provincia di Cremona sono stati registrati 269 casi di leucemia acuta in dieci anni, con il 32,7% che ha colpito minori (0–18 anni), nonostante questi rappresentino solo il 7,8% della popolazione. Lo stesso studio ha documentato un aumento del rischio di aborto spontaneo, prematurità e basso peso alla nascita correlati ai livelli di PM2.5 e NO₂.

Odori e stress cronico. Gli sversamenti e la normale attività degli impianti producono emissioni di idrogeno solforato (H₂S) e altri composti volatili maleodoranti. Sebbene tossici solo a concentrazioni elevate in caso di rilascio accidentale, l’esposizione cronica a basse dosi, tipica dei residenti nelle vicinanze, è associata a disturbi neurologici, cefalea e alterazioni del sistema endocrino. 

La formaldeide nei suoli: un allarme trasversale

Un elemento di forte preoccupazione, emerso in un convegno tenutosi al MuVi di Viadana il 21 febbraio 2026, riguarda la formaldeide nei suoli della bassa pianura mantovana e reggiana. Lo studio, il primo in Italia di questo tipo, ha effettuato oltre 120 campionamenti in 40 siti diversi nell’arco di un intero anno solare, rilevando concentrazioni definite «allarmanti» dagli stessi ricercatori. I campionamenti hanno interessato non solo aree industriali, ma anche campi sportivi, asili, luoghi pubblici e abitazioni private. 

La formaldeide, classificata come cancerogeno certo, è risultata presente anche a chilometri di distanza dalle fonti emissive, confermando la sua capacità di diffondersi in atmosfera e depositarsi nei suoli rurali circostanti. Lo studio mette in discussione l’adeguatezza degli attuali limiti normativi di riferimento e si inserisce nel filone delle ricerche epidemiologiche “Viadana I, II e III”, che avevano già documentato effetti sulla salute della popolazione esposta agli inquinanti atmosferici della Pianura Padana. Considerando la vicinanza geografica tra Viadanese e Casalasco, e la continuità territoriale della pianura padana, questi dati sollevano interrogativi seri anche per il territorio di Casalmaggiore. 

Le nostre considerazioni.

Il quadro che emerge è quello di un territorio esposto a una pressione ambientale cumulativa (biogas, zootecnia intensiva, industria del pannello truciolare, traffico pesante) in cui la mancanza di studi epidemiologici strutturati e aggiornati impedisce una valutazione compiuta del danno sanitario. Come sottolineato da più fonti, i pareri sanitari contrari di ATS Val Padana vengono sistematicamente ignorati in fase autorizzativa. L’episodio di Gussola non è un incidente isolato, ma il segnale di un sistema di controllo insufficiente rispetto alla densità impiantistica esistente. 

Nel territorio di Casalmaggiore, continuare a discutere su quale sia il fattore inquinante “più green” rischia di essere un alibi. Quando si vive in una delle aree più compromesse d’Europa per qualità dell’aria (la Pianura Padana lo è da anni) il punto non è scegliere l’opzione meno peggiore, ma avere il coraggio di spegnere, togliere, vietare ciò che continua ad aggravare una situazione già oltre il limite.

Qui non parliamo di teoria. Parliamo di salute. Parliamo di famiglie che convivono con diagnosi sempre più frequenti. Parliamo di percentuali di malattie oncologiche e respiratorie superiori alla media nazionale. E quando la salute pubblica è in gioco, la prudenza non è estremismo: è responsabilità.

Il tema delle biomasse è emblematico. Vengono presentate come rinnovabili, come parte della transizione ecologica. Ma “rinnovabile” non significa automaticamente “non inquinante”. Le combustioni, anche quelle da biomassa, producono polveri sottili, ossidi di azoto, composti organici volatili. In un territorio già saturo, ogni nuova emissione non è neutra: è un peso aggiuntivo su un equilibrio già fragile.

La vera domanda allora non è: è più green rispetto a cosa?

La vera domanda è: possiamo permettercelo qui, ora?

La transizione ecologica non può diventare una giustificazione per nuovi impianti in aree che hanno già dato troppo. Non può essere solo business, incentivi, investimenti. Deve essere prima di tutto tutela della salute. Se un territorio è tra i più inquinati, lì le regole devono essere più stringenti, non più elastiche.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che in certi contesti la priorità è ridurre, non compensare. Spegnere prima di sostituire. Vietare prima di mitigare. Dire dei no chiari, anche quando sono scomodi.

Perché la scelta non riguarda solo noi. Riguarda i giovani, i bambini, chi non ha voce nei tavoli tecnici ma respirerà quell’aria per decenni. E se la politica è scegliere, allora qui la scelta è semplice, anche se difficile: mettere la salute davanti a tutto.

Dire di no non è essere contro lo sviluppo. È decidere che lo sviluppo deve cambiare direzione.

Stefano Superchi (con la collaborazione di Pierluigi Pasotto)

per Gruppo Laboratorio Comune

Casalmaggiore

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Acqua. Un Bene Comune

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Forum Biometano: le potenzialità del biometano da scarti agricoli in Italia

Legambiente

I dati dello studio di Legambiente realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova sulle potenzialità del biometano prodotto da scarti agricoli.

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In Italia il biometano da scarti e sottoprodotti agricoli, se sviluppato nel modo giusto, può rappresentare una risorsa strategica per la transizione ecologica e per raggiungere gli obiettivi al 2030 del PNIEC. Se nella Penisola si accelerasse il percorso di produzione tramite digestione anaerobica di biometano da matrice agricola (che utilizza scarti come reflui zootecnici, colture erbacee, bucce, foglie, sansa, scarti di animali…) si potrebbe arrivare a livello nazionale a oltre 5,7 miliardi di metri cubi (m3) di produzione di biometano all’anno, un valore in linea con gli obiettivi al 2030 stabiliti dal Piano nazionale energia e Clima (PNIEC).

È quanto stima Legambiente attraverso il suo nuovo studio “Biometano: una risorsa strategia per la transizione ecologica dell’Italia” realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e presentato oggi a Roma nel corso del primo Forum Biometano che ha organizzato in copartenariato con CIB – Consorzio Italiano Biogas e CIC – Consorzio Italiano Compostatori, in collaborazione con A2A, e con partner AB Group, Arpinge, Asja Energy, Assocarta, Bioman, CH4T, Ecomondo, Femo Gas e S.E.S.A. Nella ricerca l’associazione ambientalista analizza e stima le potenzialità del biometano da scarti agricoli sia a livello nazionale sia a livello regionale, ma fa anche il punto sull’importante “spinta” arrivata in questi anni dal PNRR (che ha favorito la riconversione del parco biogas e la realizzazione di nuovi impianti) e su quello che occorre mettere in campo a partire da un pacchetto di interventi nazionali che Legambiente sintetizzain 10 proposte indirizzate al Governo.

I dati

Dallo studio, che si basa su elaborazioni di dati ISTAT, ISPRA, CRPA di Reggio Emilia, Istituto Zooprofilattico delle Venezie ed ENEA, emerge la produzione potenziale complessiva di biogas e biometano a livello nazionale è stimata in 10.2miliardi m³ di biogas, quindi di 5.7miliardi m³ riconducibili a biometano. Gli effluenti zootecnici rappresentano per il 75% la fonte principale, seguiti dagli scarti delle colture erbacee destinabili alla digestione anaerobica per il 20% (anche se il loro impiego richiede una valutazione attenta e contestualizzata); dagli scarti derivanti dalla trasformazione industriale di materie prime vegetali per il 5%; da sottoprodotti dell’industria della macellazione per l’1%.

Il focus regionale

Alle stime nazionali, Legambiente affianca un’analisi regionale. Cinque le regioni attenzionate: Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Sicilia, Veneto. La Lombardia è quella che risulta avere il valore più alto in fatto di potenziale produttivo da biometano da scarti agricoli: circa 1.2miliardi m³. Gli effluenti zootecnici per l’83% costituiscono la principale fonte di produzione potenziale, mentre gli scarti delle colture erbacee per il 16%. Interessante anche il dato relativo alla Puglia. Qui il potenziale produttivo da biometano da scarti agricoli è stimato in 287.865.642 m³. Se gli effluenti zootecnici costituiscono per il 50% la principale fonte di produzione potenziale, non molto inferiore è il contributo degli scarti delle colture erbacee che arrivano ad un potenziale del 41%.

Biometano ed economia circolare

Numeri, in sintesi, importanti che per Legambiente ben dimostrano il perché l’Italia debba investire sul biometano da matrice agricola mettendo al centro la qualità dei progetti, la trasparenza delle filiere e il ruolo degli agricoltori e delle comunità locali. Senza dimenticare che anche i rifiuti organici sono una importante fonte di biometano e compost. In Italia dalle raccolte differenziate si generano 7,6 mln ton di rifiuto organico: circa 5,6 milioni di tonnellate di frazione umida e più di 2 mln di frazione verde. Il 75% dell’umido è trattato in impianti integrati con la digestione anaerobica ottenendo 200 milioni di m3 di biometano. Il CIC, il Consorzio Italiano compostatori, stima che potrebbero diventare 354milioni di m3 grazie al PNRR e agli incentivi GSE.  In sintesi, il biometano può contribuire alla riduzione delle emissioni climalteranti, alla tutela dei suoli agricoli e alla decarbonizzazione di diversi settori.

PNRR

Ad oggi, ricorda Legambiente,sono oltre 600 le domande in graduatorie relative ai cinque bandi del DM 2022. Le stime indicano che possono essere realizzati oltre 560 progetti, per una capacità complessiva di circa 240–250 mila Smc/h, coprendo quasi interamente la potenzialità messa a bando. Oltre il 50% dei progetti riguarda riconversioni di impianti a biogas. La filiera è nettamente agricola: oltre il 90% della capacità ammessa proviene da impianti agricoli, contro una quota minoritaria di impianti a FORSU (10%), strategici per le filiere di gestione e trattamento dei rifiuti urbani e di economia circolare. Oggi la vera sfida, sottolinea Legambiente, sta nella realizzazione degli impianti per raggiungere gli obiettivi dati dal PNIEC, e nel non sprecare l’opportunità derivata dai 24 mesi di proroga varata nel Consiglio dei Ministri del 29 gennaio scorso.

“Il biometano – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – può sostituire il gas fossile nei settori più difficili da elettrificare, come trasporto pesante e attività industriali, e può aiutare l’Italia a ridurre le importazioni dall’estero. Servono, però, regole che ne garantiscano l’utilizzo a condizioni chiare e accessibili scelte politiche chiare e coraggiose a partire da iter autorizzativi più snelli e tempi certi per la realizzazione degli impianti, senza dimenticare il coinvolgimento dei territori. Solo così si potranno centrare davvero gli obiettivi del PNIEC. Le stime sul potenziale nazionale e regionale sul biometano da scarti agricoli che abbiamo calcolato insieme all’attenzione alle ricadute ambientali e territoriali, indicano come il biometano sia un alleato prezioso per accelerare la transizione ecologica. L’Italia non perda questa occasione”.

Dieci proposte

Legambiente indirizza oggi al Governo dieci proposte chiedendo: 1) all’Esecutivo,alle Regioni e al GSE di orientare regole e incentivi in modo chiaro, premiando solo le filiere realmente circolari; 2) di garantire priorità oltre il PNRR; 3) di premiare chi riduce le emissioni; 4) di promuovere il coinvolgimento e la partecipazione dei territori; 5) di semplificare gli iter autorizzativi e di garantire tempi certi; 6) di investire nelle reti e nelle connessioni; 7) di creare una domanda reale di biometano; 8) di garantire trasparenza e tracciabilità. GSE, ARERA e Governo rafforzinoi sistemi di controllo e informazione pubblica.; 9) di ridurre il metano fuggitivo; 10) di rimettere territori e agricoltori al centro.

Per l’associazione ambientalista è, inoltre, fondamentale sviluppare il biometano in modo giusto a partire dalla conoscenza del tessuto agricolo regionale (stagionalità, concentrazione e logistica degli scarti, continuità degli effluenti, prossimità delle filiere di trasformazione) indispensabile per definire la migliore “dieta” dei digestori. Impianti e filiere devono essere dimensionati e localizzati in modo coerente con la disponibilità reale delle matrici e con i bisogni agronomici del territorio, affinché la digestione anaerobica diventi un’infrastruttura a servizio dell’agricoltura (gestione sostenibile degli scarti, riduzione delle emissioni, valorizzazione del digestato e sostegno alla fertilità dei suoli) e non viceversa.

Gli ostacoli e la risposta di “Fattore Biometano”

Oggi in Italia a frenare lo sviluppo del biometano sono la mancanza di informazione, la scarsa trasparenza, le esperienze negative del passato, la carenza di controlli e l’assenza di reali processi partecipativi che alimentano diffidenza e conflitti, rallentando la transizione energetica di cui il Paese ha bisogno. Per questo lo scorso giugno Legambiente ha lanciato in Lombardia, Puglia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Sicilia la campagna Fattore Biometano – Moltiplichiamo i benefici per il clima e l’agricoltura” con partner principale Femo Gas, in collaborazione con A2A e sostenitori AB Group e Arpinge e con la collaborazione tecnico scientifica del dipartimento DAFNAE dell’Università degli Studi di Padova. Obiettivo fare corretta informazione nei territori sulla digestione anaerobica della materia organica per la produzione di biometano anche per contrastare fake news e falsi miti. Venti gli incontri pubblici organizzati e rivolti a ordini professionali, amministratori, tecnici del settore e che hanno visto la partecipazione di otre 2000 persone; cinque gli incontri di formazione rivolti a circoli e soci Legambiente. Coinvolte anche trenta classi e circa mille tra studenti e studentesse di istituti scolastici di vario ordine e grado in corsi di educazione ambientale e visite guidate in alcuni impianti di biometano tra più virtuosi nel Paese.

“Gli impianti “fatti bene” – commenta Luigi Lazzaro, responsabile innovazione industriale di Legambiente – non solo producono energia, ma diventano uno strumento concreto per affrontare problemi ambientali urgenti come lo smaltimento degli scarti agricoli e delle deiezioni animali, evitando le problematiche connesse con i processi di inquinamento di aria acqua e suolo. Per questo con la nostra campagna Fattore Biometano abbiamo cercato di fare corretta informazione nei territori e di promuovere una produzione sostenibile di biometano basata su scarti agricoli e reflui zootecnici. La digestione anaerobica consente di valorizzare questi flussi migliorando la gestione degli scarti, riducendo l’inquinamento atmosferico e restituendo sostanza organica ai suoli attraverso l’utilizzo agronomico del digestato, una risorsa fondamentale per contrastare il degrado dei terreni agricoli e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici con benefici ambientali ed economici per l’ambiente, le aziende agricole e i consumatori”.

I commenti di CIC E CIB

“Grazie al lavoro della filiera rappresentata dal Consorzio Italiano Compostatori, il riciclo dei rifiuti organici – commenta Gianpaolo Vallardi, Presidente del CIC – ha determinato negli ultimi anni un aumento significativo della disponibilità nazionale di biometano, offrendo una risposta concreta e immediata agli obiettivi di decarbonizzazione del Paese. È una traiettoria che dimostra come l’economia circolare sappia trasformare un rifiuto in risorsa strategica per la transizione energetica. Ora però non possiamo fermarci: è fondamentale consolidare il quadro degli incentivi che hanno reso possibile questa crescita e che oggi sono in scadenza. Garantire continuità normativa significa tutelare investimenti, occupazione e benefici ambientali a lungo termine.”

“Il biometano – dichiara Piero Gattoni, Presidente di CIB – non è solo energia, ma il motore di una vera e propria transizione agroecologica. Con il modello del Biogasfattobene® abbiamo dimostrato come la digestione anaerobica al centro dell’azienda agricola possa essere un alleato tecnologico strategico per promuovere un modello produttivo resiliente e circolare. Il potenziale agricolo delineato nel report di Legambiente conferma il ruolo centrale delle nostre aziende agricole e pone l’attenzione sulla necessità di salvaguardare il patrimonio produttivo esistente e sull’urgenza di accompagnare gli investimenti con regole certe che guardino ai prossimi 15 anni”.

Scarica il report “Biometano: una risorsa strategia per la transizione ecologica dell’Italia”

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Legambiente

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Calano gli incentivi per il biogas…

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In Italia il biometano è risorsa strategica per l’eco-transizione

Se ne può produrre oltre 5,7 miliardi di metri cubi

ROMA, 26 febbraio 2026, 10:04

È quanto stima Legambiente attraverso il suo studio “Biometano: una risorsa strategica per la transizione ecologica dell’Italia” realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e presentato oggi a Roma.
    Nella ricerca l’associazione ambientalista fa anche il punto sulla spinta arrivata in questi anni dal Pnrr (che ha favorito la riconversione del parco biogas e la realizzazione di nuovi impianti) e su quello che occorre mettere in campo a partire da un pacchetto di interventi nazionali che Legambiente sintetizza in 10 proposte indirizzate al Governo.
    Dallo studio emerge che la produzione potenziale complessiva di biogas e biometano è stimata in 10,2 miliardi di metri cubi di biogas, quindi di 5,7 miliardi di metri cubi riconducibili a biometano. Fra le regioni prese in considerazione, la Lombardia ha il valore più alto per potenziale produttivo da biometano da scarti agricoli: circa 1,2 miliardi di metri cubi; in Puglia è stimato in 287,865 milioni di metri cubi.
    Anche i rifiuti organici sono una importante fonte di biometano e compost. Dalle raccolte differenziate si generano 7,6 milioni di tonnellate di rifiuto organico: circa 5,6 milioni di tonnellate di frazione umida e più di 2 milioni di frazione verde. Il 75% dell’umido è trattato in impianti integrati con la digestione anaerobica ottenendo 200 milioni di metri cubi di biometano. Il Consorzio italiano compostatori stima che potrebbero diventare 354 milioni di metri cubi grazie al Pnrr e agli incentivi Gse

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Sequestrate le discariche Feronia a Finale Emilia per “grave inquinamento ambientale”

Le indagini hanno documentato un inquinamento ambientale grave e continuativo, con oltre 2.200 superamenti dei limiti e valori di contaminazione fino a dieci volte oltre le soglie autorizzate. Contestati inadempienze e omissioni sia al gestore sia all’ex dirigente Arpae, mentre l’impianto continuava a ricevere più di 100mila tonnellate di rifiuti in un’area agricola di 228 mila metri quadrati

I carabinieri del Nucleo investigativo di polizia ambientale e agroalimentare di Modena hanno eseguito il sequestro preventivo delle discariche Feronia 0, 1 e 2 e dei relativi comparti aziendali, nel territorio di Finale Emilia, su delega della Procura modenese.

Le ragioni del provvedimento

Nonostante la Procura avesse già chiesto il rinvio a giudizio del legale rappresentante di Feronia Srl e dell’ex dirigente Arpae-Sac di Modena –  entrambi accusati di inquinamento ambientale – le condotte ritenute illecite non si erano interrotte. Secondo la Procura, ciò ha reso “assolutamente necessario e urgente” applicare un vincolo cautelare per impedire un ulteriore aggravamento della situazione. Il sequestro è stato disposto per fermare un’attività che rischiava di compromettere in modo irreversibile la matrice ambientale di un’area agricola di circa 228.000 metri quadrati, mentre l’impianto continuava a funzionare a pieno regime, ricevendo oltre 107.000 tonnellate di rifiuti tra febbraio e novembre 2025.

Le accuse agli indagati

All’ex dirigente Arpae viene contestata anche l’omissione di atti d’ufficio per non aver adottato i provvedimenti obbligatori nonostante ripetute segnalazioni sui continui superamenti dei limiti di contaminazione. Al gestore della discarica si imputa invece di aver contribuito all’inquinamento senza predisporre un piano adeguato né adottare le necessarie misure di prevenzione previste dalla normativa ambientale.

Un quadro di inquinamento persistente

L’indagine è nata dagli esposti di comitati cittadini e, secondo la Procura, ha documentato un fenomeno di inquinamento grave e continuativo nel territorio di Finale Emilia. Tra il 2008 e il 2023 sono emersi 2.267 sforamenti delle concentrazioni soglia e per esempio il ferro, nell’agosto 2025, ha superato di quasi dieci volte i valori autorizzati. Altro inquinamento si è registrato poi nelle acque di drenaggio. È emersa, infine, “una sostanziale inerzia amministrativa, visto che non era mai stato redatto o imposto un piano di caratterizzazione complessivo e riferito all’intero impianto”. 

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NewsLink Rete Emergenza Climatica

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Direttiva nitrati: dall’UE via libera a fertilizzanti da reflui zootecnici

Approvate le nuove norme sui prodotti RENURE per un’agricoltura europea più circolare, meno dipendente dai concimi chimici e dalle importazioni

11 Febbraio, 2026

In data 9 febbraio 2026, la Commissione Europea ha formalmente adottato una modifica cruciale alla Direttiva 91/676/CEE (nota come Direttiva Nitrati), introducendo norme specifiche per l’impiego dei materiali fertilizzanti ottenuti dal recupero del letame animale, definiti RENURE (REcovered Nitrogen from manURE). L’adozione segue la votazione favorevole del Comitato Nitrati del 19 settembre 2025 e il successivo scrutinio del Parlamento Europeo e del Consiglio.

Questa revisione rappresenta un passaggio fondamentale verso l’economia circolare nel settore agricolo, mirando a ridurre la dipendenza dai fertilizzanti minerali importati e a rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione Europea.

Gli Stati membri avranno ora il compito di integrare queste disposizioni nel diritto nazionale qualora decidano di avvalersi di questa nuova possibilità normativa.

Consentendo l’uso di fertilizzanti RENURE oltre il limite legale vigente per l’applicazione di letame e letame trasformato, gli Stati membri e gli agricoltori avranno la possibilità di sostituire i fertilizzanti chimici con fertilizzanti RENURE.

Cos’è il RENURE

RENURE è l’acronimo di REcovered Nitrogen from manURE, e sta ad indicare l’azoto recuperato dai reflui zootecnici. Il termine si riferisce, infatti, a prodotti fertilizzanti ottenuti dal trattamento di letame e liquame (soprattutto digestato da biogas) attraverso processi che separano e concentrano l’azoto in forme minerali, rendendolo simile ai concimi chimici tradizionali. Tali tecniche innovative di trattamento del letame, fanno si che che possa essere rapidamente assorbito dalle colture, con un rischio minore di inquinamento delle acque rispetto al letame grezzo.

Secondo le valutazioni del  JRC della Commissione, riportate nella  “Direttiva della Commissione che modifica la direttiva sui nitrati per quanto riguarda l’uso di alcuni materiali fertilizzanti derivati ​​da effluenti di allevamento“,  i processi produttivi idonei a garantire una qualità costante includono:

  • Stripping e scrubbing dell’ammoniaca per la produzione di sali di ammonio.
  • Osmosi inversa per l’ottenimento di concentrati minerali.
  • Precipitazione di sali di fosfato (struvite) dal letame zootecnico.

Cosa cambia nella normativa: superamento del limite dei 170 kg N/ha

La principale novità legislativa riguarda l’Allegato III della Direttiva Nitrati. Storicamente, la Direttiva impone un limite massimo di 170 kg di azoto per ettaro all’anno per l’applicazione di letame zootecnico o letame trasformato nelle zone vulnerabili. Con la nuova modifica, gli Stati membri che sceglieranno di autorizzare il RENURE potranno permettere agli agricoltori di utilizzare tali fertilizzanti oltre il limite dei 170 kg N/ha, a condizione che vengano rispettate rigorose salvaguardie ambientali. L’obiettivo è che il RENURE agisca come sostituto diretto dei fertilizzanti chimici “tradizionali”, mantenendo invariati gli obiettivi di protezione delle acque.

Misure di salvaguardia e requisiti di implementazione

L’autorizzazione all’uso del RENURE non è incondizionata. Gli Stati membri che recepiranno la norma dovranno garantire:

  • Standard qualitativi rigorosi: fissazione di limiti massimi per contaminanti, patogeni e metalli pesanti come rame e zinco.
  • Monitoraggio ambientale: controllo degli effetti dell’autorizzazione sui numeri complessivi del bestiame e sulla produzione di letame per evitare impatti ambientali negativi non intenzionali.
  • Tecniche di applicazione specifiche: per prevenire emissioni di ammoniaca e perdite di azoto, l’applicazione deve avvenire tramite iniezione, incorporazione immediata nel suolo o misure equivalenti.
  • Piani di concimazione equilibrata: l’uso del RENURE deve essere integrato in pratiche agro-ambientali corrette, come l’uso di vegetazione viva per prevenire perdite di azoto durante l’autunno su terreni arabili.

Obiettivi strategici e prospettive

Questa modifica è stata introdotta come una soluzione provvisoria in attesa del completamento della valutazione complessiva della Direttiva Nitrati lanciata nel 2023. La Commissione sottolinea che la promozione del recupero dei nutrienti non solo riduce l’esposizione degli agricoltori alla volatilità dei prezzi dei fertilizzanti minerali, ma trasforma potenziali rifiuti in risorse di valore, salvaguardando al contempo la qualità dell’acqua e dell’aria.

“Con l’adozione di queste nuove norme su RENURE, l’Europa sta trasformando i rifiuti in valore, riducendo le importazioni di fertilizzanti, sostenendo la competitività degli agricoltori e rafforzando la nostra autonomia strategica, salvaguardando al contempo l’acqua e l’ambiente.”

Jessika Roswall, Commissaria per l’ambiente, la resilienza idrica e un’economia circolare competitiva

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31 Gennaio 2026 / VILLANOVA (Fe )

Presidio stamani davanti al cantiere dell’impianto biometano di

VILLANOVA Ferrara

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Il Comune dice no agli impianti a biomasse

Accolta (con alcune modifiche) la proposta di Ferrari. “Gli uffici informino di ogni istanza”

Elena Fioravanti

redazione.ro@lavoce-nuova.it

28.01.2026 – 20:05

Il Comune dice no agli impianti a biomasse

No a impianti industriali insalubri di prima categoria nel territorio di Lendinara, che trattino biomasse prodotte da distanze maggiori di 30 chilometri e che usino materiale diverso da quello agricolo. A stabilirlo è il consiglio comunale di Lendinara, che l’altro giorno ha approvato la mozione presentata dal consigliere Moreno Ferrari, con un emendamento proposto dai capigruppo Davide Bernardinello e Alberto Viaro. “Un risultato di sintesi – commenta il sindaco Francesca Zeggio – che l’amministrazione comunale ha trovato in accordo con la minoranza consiliare, per la valorizzazione ulteriore di quanto già previsto dal regolamento ambientale e per dare valore agli impianti che prevedano queste limitazioni nei conferimenti”.

Il consigliere Ferrari ha invitato infatti il consiglio comunale a “esprimere l’indirizzo politico di contrarietà all’insediamento nel proprio territorio di impianti industriali insalubri di prima categoria che trattino biomasse di provenienza esterna al Comune e invitare gli uffici competenti a dare immediata informativa ai consiglieri comunali in caso di deposito di richieste sia di nuovi impianti che di ampliamenti di impianti esistenti”. Questo perché “dal mese di agosto 2025 sul territorio di Lendinara è presente la richiesta di insediamento di un impianto a biomasse di enormi dimensioni per la produzione di idrocarburi in merito al quale nessuna informazione ufficiale è arrivata ai consiglieri comunali in merito alla posizione dell’amministrazione sulla questione e non è stata espressa nessuna posizione ufficiale da parte del consiglio comunale”.

Sulla mozione sono però state fatte alcune precisazioni dal consigliere Davide Bernardinello, che ha poi proposto di approvare un emendamento alla mozione, votato da tutti i consiglieri comunali, con la sola astensione del consigliere Ferrari, che pure si è detto favorevole al compromesso. “L’amministrazione non ha prodotto atti pubblici in merito – ha detto parlando della richiesta dell’agosto dello scorso anno – poiché non vi è stata alcuna istanza concreta da valutare e l’iter si è interrotto sul nascere, verosimilmente anche a seguito delle criticità tecniche sollevate proprio da me durante il tavolo ambientale”.

L’istanza per la costruzione di un impianto di produzione di biometano in via Vegri, infatti, presentata alla Regione Veneto il 25 agosto scorso, non è però stata completata dalla ditta con le integrazioni richieste dalla Regione, che quindi il 23 settembre ha chiuso l’iter, senza che passasse in Conferenza dei servizi dove Lendinara avrebbe potuto esprimersi. L’emendamento è stato quindi proposto “condividendo la necessità di fornire un indirizzo politico chiaro per il futuro, che privilegi la vocazione agricola del territorio rispetto a quella industriale”. “L’obiettivo è circoscrivere l’impatto ambientale e garantire una reale economia circolare a ‘chilometro zero’, evitando che il territorio di Lendinara diventi polo di smaltimento per distretti industriali lontani”.

Ha poi aggiunto: “Noi abbiamo un territorio a vocazione agricola, quindi produciamo delle rimanenze organiche agricole, ma se queste centrali fossero dimensionate in modo adeguato al volume di biomassa che i nostri agricoltori producono, non porterebbero fuori i loro prodotti e potrebbero utilizzarli per fare biometano e metterlo immediatamente in rete, per evitare che ci sia il trasporto, il consumo di carburanti, la struttura non vada ad impattare sull’ambiente e il materiale prodotto sia puramente organico, diciamo agricolo”.

Il consiglio ha quindi espresso come indirizzo politico la “contrarietà all’insediamento nel proprio territorio comunale di impianti industriali insalubri di prima categoria che trattino biomasse prodotte da distanze maggiori di 30 chilometri dal sito previsto”. La biomassa destinata ad alimentare l’impianto, la cui richiesta sarà comunicata ai consiglieri comunali, dovrà provenire “esclusivamente da lavorazioni agricole (escludendo lavorazioni agro-industriali o industriali)” e il digestato prodotto sarà “riutilizzato prioritariamente nelle zone agricole di provenienza delle biomasse stesse”.

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BIOMETANO: AIUTI STATO E IL REGIME “DE MINIMIS”.

Il settore biogas, biometano e annessi metanodotti ricevono miliardi di incentivi a fondo perduto da quasi due decenni. E con il PNRR e’ una continua corsa al rialzo.

💢 SENTENZA CORTE GIUSTIZIA UE

La Corte di giustizia europea ha stabilito che l’Italia non può più erogare aiuti di Stato “de minimis” al settore agricolo senza un registro centrale completo degli aiuti e senza verificare preventivamente quanto già ricevuto dalle imprese. Questo chiarimento arriva con la sentenza del 15 gennaio 2026 e impone maggior trasparenza e controllo prima di concedere sostegni economici.

I contributi per il biometano, in particolare quelli previsti dal D.M. 15/09/2022 (sostegno in conto capitale e tariffa incentivante), possono rientrare nel regime “de minimis”, ma è fondamentale verificare le soglie massime di aiuto (300.000 € nell’arco di 3 esercizi finanziari per le imprese di trasporto) e l’ammissibilità specifica, tenendo conto che gli aiuti si cumulano e non si possono ottenere sovrapposizioni per le stesse spese, e che il contributo in conto capitale (massimo 40%) si somma alla tariffa incentivante.

💢 Come funziona il “de minimis” per il biometano:

⚡️Regime De Minimis: Questo regime UE permette di erogare aiuti di Stato fino a una certa soglia senza notifica alla Commissione Europea, per non distorcere la concorrenza.

⚡️Soglia: Il limite massimo per impresa è generalmente di 300.000 € di aiuti nell’arco di tre anni.

⚡️Contributi Specifici:

– Contributo in conto capitale (DM 15/09/2022): Può essere fino al 40% delle spese ammissibili per la realizzazione dell’impianto.

– Tariffa incentivante (DM 15/09/2022): Un incentivo “in conto energia” applicato alla produzione effettiva di biometano.

– Cumulabilità: Questi due incentivi si sommano, ma devi assicurarti di non superare la soglia “de minimis” per il totale degli aiuti ricevuti, inclusi altri sussidi.

‼️ IN SINTESI:

⚡️Tipologia di Aiuto: Sia i contributi a fondo perduto (in conto capitale) sia le tariffe incentivanti sono considerati aiuti di Stato e vanno conteggiati nel cumulo de minimis.

⚡️ Soglie Specifiche: Controlla se il tuo impianto rientra nelle soglie di spesa ammissibili (es. tra 50.000 e 300.000 € per alcune agevolazioni).

⚡️Costi Ammissibili: Alcune opere (es. liquefazione CO2, cogenerazione per autoconsumo) potrebbero essere escluse dal contributo in conto capitale ma ammissibili ad altri aiuti, se compatibili.

In sintesi, i contributi per il biometano rientrano nell’ambito de minimis, ma richiedono un’attenta gestione e verifica della cumulabilità e del rispetto dei massimali per evitare di sforare le soglie UE.

‼️ CHI CONTROLLA E A CHI CHIEDERE?

La correttezza del regime de minimis in Italia è controllata principalmente attraverso il Registro Nazionale degli Aiuti di Stato (RNA), gestito dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove enti erogatori e imprese registrano gli aiuti, permettendo di verificare il plafond disponibile ed evitare superamenti della soglia massima.

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Decreto Aree idonee: via libera della Camera, come cambia il testo

Previste ulteriori restrizioni per le aree idonee al fotovoltaico e l’agrivoltaico

decreto-aree-idonee

Il Senato, in sede di conversione del D.L. 175/2025, ha introdotto diverse modifiche significative che spaziano dalla regolamentazione delle aree idonee per le rinnovabili, fino all’inserimento di nuove norme in materia di Golden Power.

Il testo, approvato con voto di fiducia l’8 gennaio dal Senato, ha ottenuto il via libera definitivo della Camera il 15 gennaio ed è stato dunque convertito in legge.

Ecco le principali novità introdotte dal parlamento. Qui trovi il riepilogo generale del provvedimento.

Aree idonee al fotovoltaico

Tra le aree idonee per gli impianti fotovoltaici si amplia la definizione delle attività escluse nelle aree interne agli stabilimenti e agli impianti industriali.

Nel testo originario, erano escluse solo se destinate alla produzione agricola. Nel testo approvato dal Senato sono escluse se destinate alla produzione agricola o zootecnica o alla produzione di energia da fonte rinnovabile (lettera l), numero 1, comma 1). Queste aree interne sono quindi idonee purché non siano destinate ad alcuna delle suddette attività.

È stato soppresso il riferimento all’autorizzazione integrata ambientale (AIA): rispetto alla normativa previgente, continua a essere previsto un restringimento del perimetro delle aree agricole (da
500 metri a 350 metri) ma la qualifica di “area idonea” viene ora ri-estesa a tutti gli stabilimenti e impianti industriali.

Per gli impianti di produzione di biometano, non è più richiesto che le aree industriali siano soggette ad AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per essere considerate idonee.

Infine, la lettera i) del comma 1, che include tra le aree idonee su terra ferma i beni immobili, è stata aggiornata per ampliare il coinvolgimento delle amministrazioni competenti nella loro individuazione: oltre al Ministero dell’economia e delle finanze, viene ora previsto il parere del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

Impianti agrivoltaici

Al comma 2 dell’articolo 11-bis, così come modificato dal Senato, aggiunge infine una novità per gli impianti agrivoltaici: il soggetto proponente deve presentare una dichiarazione asseverata redatta da un professionista abilitato, attestante che l’impianto è idoneo a conservare almeno l’80% della produzione lorda vendibile. Questa dichiarazione va allegata al progetto e messa a disposizione dell’amministrazione per le verifiche di controllo.

Tutela delle aree agricole

Il comma 4 del nuovo articolo 11-bis elenca i principi e i criteri a cui le Regioni e le Province autonome devono attenersi nell’individuazione delle ulteriori aree idonee.

È richiesto alle Regioni di garantire che le aree agricole qualificate come idonee siano comprese in una forbice tra lo 0,8% e il 3% della superficie agricola utilizzata (SAU) regionale, al fine di preservare la destinazione agricola dei suoli; in merito alle modalità di calcolo di tale soglia, due modifiche introdotte in sede di esame parlamentare hanno specificato che:

  • ai fini del calcolo della percentuale di suolo agricolo utilizzato devono essere computati anche i suoli impegnati da impianti agrivoltaici;
    le Regioni hanno la facoltà di includere nel calcolo del limite massimo anche le aree idonee ex lege (di cui al comma 1 dell’articolo 11-bis), qualora esse ricadano in zone agricole (ad esempio, le fasce di rispetto autostradali o le aree industriali).

Tempistiche di recepimento

Il comma 3, interviene sui termini e sul ruolo delle Regioni e delle Province autonome nell’individuazione delle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili. Nella versione originaria, ciascuna Regione e Provincia autonoma doveva provvedere entro 120 giorni con propria legge all’individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili. Il testo approvato dal Senato distingue invece i termini: le Regioni devono individuare le aree secondo i tempi ordinari, mentre le Province autonome hanno 180 giorni di tempo, assicurando al contempo il coinvolgimento degli enti locali.

Inoltre, non partecipano più al processo programmatorio per l’individuazione delle aree idonee solo le Province autonome, ma anche le Regioni a statuto speciale.

Regime transitorio

La conversione in Legge aggiunge due nuovi commi all’articolo 2 del D.L. 175/2025.

Il comma 1‑bis stabilisce che le norme contenute negli articoli 11-bis, comma 1 (aree idonee su terraferma), e 11-quater (disciplina dei regimi amministrativi semplificati per impianti in aree idonee) del D.Lgs. 190/2024, non si applicano alle procedure già avviate alla data di entrata in vigore del decreto. In altre parole, i progetti o le autorizzazioni in corso continuano a seguire la disciplina previgente, senza dover rispettare immediatamente le nuove regole.

Viene inoltre previsto un meccanismo di tutela per le aree di elevato valore agricolo: la Regione o la Provincia autonoma competente può ricorrere al rimedio in opposizione previsto dall’articolo 14-quinquies della Legge 241/1990, per intervenire sulle procedure in corso qualora sussistano esigenze particolari di tutela del territorio. Per “procedure in corso” si intendono tutte quelle abilitative o autorizzatorie, comprese le valutazioni ambientali, per le quali la verifica di completezza della documentazione a corredo del progetto risulti già effettuata alla data di entrata in vigore del decreto.

Il comma 1‑ter aggiorna invece un riferimento normativo all’interno del D.lgs. 152/2006. Nello specifico, sostituisce il richiamo all’articolo 22, comma 1, lettera a), del D.Lgs. 199/2021, con un rinvio all’articolo 11-quater del D.Lgs. 190/2024, garantendo così che la normativa di riferimento sia coerente con le ultime disposizioni legislative in materia di aree idonee e tutela ambientale.

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Allevamenti intensivi, nuova denuncia di Greenpeace in Emilia-Romagna: sofferenze animali e norme igienico-sanitarie violate

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14 Gennaio 2026

Aggressioni e casi di cannibalismo tra animali, infestazioni di ratti e carcasse abbandonate, maiali feriti e in sofferenza: è quanto riscontrato da Greenpeace Italia a Bondeno, provincia di Ferrara,in un allevamento intensivo di proprietà della Società Cascone, importante fornitore dell’azienda Pellegrina di proprietà del Gruppo Veronesi. Dopo l’indagine Dietro le sbarre, che lo scorso novembre aveva portato al sequestro di un’altra struttura legata a Veronesi operante nel mantovano, Greenpeace torna a denunciare con un esposto alle autorità competenti le pessime condizioni igienico-sanitarie e in cui sono costretti a vivere gli animali rilevate tra agosto e settembre in un allevamento intensivo di suini, evidenziando anche i possibili rischi per la sicurezza dei lavoratori. 

Foto e video ricevuti da fonti anonime e verificate da Greenpeace documentano anche in questo caso un’infestazione di ratti in tutta la struttura e nei box in cui vivono i suini allevati, con il pericolo di infezioni e zoonosi sia per i lavoratori sia per i maiali; ancora, animali in stato di stress che arrivano ad aggredirsi l’un l’altro; maiali con gravi ferite, come ernie ombelicali, lacerazioni alle orecchie e alle code (queste ultime per lo più tagliate), apparentemente non trattate né adeguatamente monitorate; infine, carcasse di suini abbandonate, una delle quali già in stato avanzato di decomposizione e divorata da altri maiali.

«Il sistema degli allevamenti intensivi punta solo a massimizzare la produzione ad ogni costo senza alcun riguardo per la tutela delle risorse naturali, per la salute pubblica e, come dimostra questa inchiesta, per il benessere animale», dichiara Simona Savini della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «Mentre in Europa si discute il futuro della Politica Agricola Comune (PAC), è ancora più importante pretendere che i nostri soldi non vadano a finanziare questo modello malato, ma siano vincolati a favorire una transizione ecologica non più rimandabile».

La struttura al centro della nuova inchiesta è la Società Agricola Allevamenti Cascone S.S. Di Cascone Luigi & C., di proprietà di Luigi Cascone che possiede anche la Società Agricola Porcellino D’Oro e la Società Agricola Biopig Italia ed è fornitore in soccida della Pellegrina S.p.a. Le aziende del gruppo Veronesi, come recentemente emerso da un’altra analisi di Greenpeace in collaborazione con Fondazione Openpolis, si piazzano ai primi posti per ricavi nel settore della zootecnia in Italia, con guadagni miliardari.

Nel 2020, le aziende della galassia Cascone erano già state oggetto delle attenzioni di Greenpeace che, con i cittadini del Comune lombardo di Schivenoglia, aveva protestato contro l’ampliamento di un allevamento intensivo da oltre 10 mila maiali e i conseguenti impatti ambientali. Mentre nel 2024, a Pavia, la Società Agricola Porcellino D’Oro era finita al centro di un’inchiesta della trasmissione Report di RaiTre che, attraverso le immagini del network “Food For Profit”, aveva mostrato cruenti abbattimenti di maiali dovuti a casi positivi alla peste suina africana. La struttura di Bondeno al centro della nuova indagine di Greenpeace risulta invece tra le maggiori emettitrici di ammoniaca in Italia: nel 2023 era al 15esimo posto in un elenco di poco meno di 800 aziende, e beneficiaria, nel 2024, di oltre 280.000 euro di contributi pubblici europei per l’Agricoltura (fondi PAC).

Secondo Greenpeace, le condizioni in cui vivono alcuni gli animali in queste strutture rappresentano soltanto uno degli aspetti che rendono insostenibile il sistema degli allevamenti intensivi: invisibili, ma altrettanto gravi, sono gli impatti delle enormi quantità di ammoniaca prodotta, quelli sui terreni sfruttati per produrre mangimi e sulle risorse idriche utilizzate e compromesse: un sistema che produce costi ambientali per la collettività e che concentra i guadagni nelle mani di poche grandi aziende. Per cambiarlo, insieme ad altre associazioni, l’organizzazione ambientalista ha presentato alla Camera la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi”, per costruire un sistema agroalimentare in cui si produca e consumi meno carne, che si basi su metodi agroecologici e metta al centro i piccoli agricoltori. 

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Fotovoltaico, nei campi si allarga il fronte della protesta

C’erano tutti, all’assemblea cittadina per dire no al maxiparco agrivoltaico di Rosia, nel comune senese di Sovicille: il sindaco, la giunta, gli abitanti del Paese e anche le associazioni degli agricoltori. Qualora venisse realizzato, il maxiparco – tra i più grandi d’Italia, sulla carta – trasformerebbe in una distesa di silicio oltre 200 ettari di campi alle pendici della Montagnola senese, una delle aree paesaggistiche più belle di tutta la Toscana. Per questo in tanti sono pronti a dare battaglia. Ma Sovicille è solo l’ultimo avamposto in cui si è riaccesa la contrapposizione tra agricoltori e imprenditori delle rinnovabili: dall’Emilia-Romagna alla Puglia, dalla Toscana alla Sicilia, passando per il Lazio, sono molti i fronti del no ai pannelli solari nei campi italiani.

«Tutte le zone del demanio di Sovicille sono soggette a vincolo paesaggistico tranne i 200 ettari di Rosio – racconta Federico Taddei, presidente di Cia Siena – ed è proprio grazie a questo buco normativo che è stato possibile presentare il progetto del parco fotovoltaico». A Sovicille le piane sono coltivate a cereali: con 200 ettari di pannelli uno affianco all’altro, anche se rialzati da terra, sarebbe impossibile farci passare nel mezzo la mietitrebbia. E così, i campi finirebbero per non essere più coltivati. Il sindaco di Sovicille, Giuseppe Gugliotti, si è già mosso con la Regione Toscana per chiedere che al progetto venga data valutazione negativa: «Nella nostra regione – racconta – ci sono bracci di ferro in corso anche a Marciano, in Maremma, e in altre aree della Toscana del Sud, e stiamo costituendo un coordinamento anche con le altre amministrazioni per portare avanti la nostra battaglia».

La questione del fotovoltaico a terra in Italia è tema spinoso. L’anno scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge regionale della Sardegna, colpevole di limitare in maniera eccessiva le aree considerate idonee all’impianto dei pannelli solari, in contrapposizione a quanto invece stabilito dallo Stato per incentivare il ricorso alle rinnovabili. Così, in attesa della conversione del decreto legge sull’agrivoltaico previsto per la fine di questo mese, e con il Tar che ha bloccato le specifiche sulle aree idonee fatte dal Lazio, a cascata tutte le Regioni sono ferme e i progetti sono in stallo. Ma si tratta solo di una pace armata.

Dopo un iniziale no, pronunciato senza se e senza ma, al fotovoltaico nei campi, tutte le principali associazioni italiane degli agricoltori avevano aperto all’ipotesi dell’agrivoltaico, consentendo di fatto l’approvazione del decreto legge del 2025. Ma a una condizione: che a differenza del modello inizialmente previsto per il fotovoltaico, i pannelli solari siano rialzati da terra e, quindi, ci si possa coltivare sotto. Vedere però centinaia di ettari di campi finire nelle mani degli imprenditori dell’energia resta comunque un boccone amaro per chi della campagna ha sempre vissuto: «Non posso nemmeno biasimare i contadini che cedono i loro terreni – dice Luca Simoni, direttore di Cia Ferrara – quando un ettaro coltivato a cereali vale 25-30mila euro e te ne vengono offerti 60mila per metterci i pannelli, la tentazione è forte». Proprio ad Argenta, in provincia di Ferrara, è in corso un altro grande braccio di ferro tra gli agricoltori e chi fa business con le rinnovabili: «Più imprese, con alle spalle fondi di investimento, stanno cercando di mettere insieme un migliaio di ettari di terreni da ricoprire con i pannelli – racconta Simoni – ad oggi sono già arrivate offerte per 600 ettari, che fino ad ora venivano utilizzati per coltivare pomodori, frutta e altri ortaggi». Anche ad Argenta sono nati in fretta i comitati cittadini: il Comune, anche in questo caso, sta dalla loro parte, ma l’ultima parola spetterà ancora una volta alla Regione. «Fra tre o quattro anni – dice Simoni – se tutte le domande per costruire parchi fotovoltaici verranno autorizzate, il territorio qui sarà irriconoscibile».

https://www.ilsole24ore.com/art/fotovoltaico-campi-si-allarga-fronte-protesta-AIWdE0k

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Amsef, approvata la vendita

https://www.estense.com/2025/1168835/approvata-la-vendita-di-amsef/

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<<I Pfas debilitano le difese dei bambini>>

Legambiente chiude in Calabria la campagna nazionale di monitoraggio delle emissioni di metano: il 55,3% delle misurazioni nel Paese supera la soglia dei 10 ppm. Le proposte per invertire la rotta.

Si chiude con un certo senso di preoccupazione la campagna nazionale “C’è puzza di gas. Per il futuro del Pianeta non tapparti il naso”, che ha visto Legambiente fermarsi in otto regioni italiane nel corso del 2025 e rilevare i livelli di emissioni fuggitive.

L’ultima tappa in Calabria, dove sono stati rilevati 8.921 punti di misura in 6 infrastrutture del gas tra le province di Catanzaro e Crotone. Di questi, 3.222 hanno riportato concentrazioni basse di metano (tra 10 e 100 ppm), 711 valori medi (tra 100 e 1.000 ppm) e 7 concentrazioni alte (superiori a 1.000 ppm).

Più nel dettaglio, il “naso elettronico” dell’associazione ha indagato venti elementi singoli tra flange, valvole, tubature e sfiati all’interno di tre impianti Remi (nodi dell’infrastruttura gas) e tre stazioni di valvola.

I dati fotografano un rischio per il clima anche perché sono sottostimati rispetto alla realtà, come sottolinea Legambiente, visto che le rilevazioni sono fatte rimanendo all’esterno del perimetro degli impianti.

Si stima che se il monitoraggio fosse avvenuto a un metro di distanza dalle tecnologie indagate, la distribuzione dei valori sarebbe cambiata significativamente: solo il 7,3% degli 8.921 punti di misura validi sarebbe irrilevante, il 41,5% basso, il 41,7% si troverebbe tra i 100 ppm e i 1.000 ppm (valore medio) e il 9,5% risulterebbe nella fascia alta.

“La regione Calabria ha ancora un alto consumo di energia da fonti fossili”, denunciano Anna Parretta, presidente Legambiente regionale, e Vincenzo Sicilia, membro del direttivo. “Nel 2025, grazie all’utilizzo del naso elettronico, abbiamo monitorato per la prima volta le perdite di metano nella rete infrastrutturale calabrese, un pericolo serio quanto sconosciuto e sottovalutato. Sul territorio sono presenti grandi infrastrutture di trasporto e stoccaggio, come gli enormi gasdotti che arrivano dall’Africa e si dirigono verso il Nord, oppure di estrazione, come le trivelle per la ricerca di idrocarburi che interessano il mare e la costa jonica, creando preoccupazioni ambientali. A questi impianti si sommano migliaia di domestici, spesso privi di controllo e potenziali fonti di pericolose micro-perdite”.

I dati nazionali sulle emissioni

Come accennato, l’iniziativa Legambiente si è fermata in otto regioni, Calabria inclusa, indagando 152 elementi di 61 impianti complessivi della filiera del gas fossile tra pozzi, impianti Remi e stazioni di valvola, rilevando che il 55,3% delle misurazioni supera la soglia dei 10 ppm, oltre la quale gli impatti climatici non possono essere considerate trascurabili.

I risultati dell’iniziativa 2025 sono raccolti del rapporto “Italia hub degli sprechi”, pubblicato il 19 dicembre e disponibile in basso.

Nel complesso, si contano 80.110 punti di misura validati quest’anno, di cui il 2,3% (1.874) risulta nella fascia di concentrazione emissiva alta, il 7,6% (6.079) in quella media e il 45,4% (36.393) in quella bassa, mentre il 44,6% è irrilevante ma, sottolinea l’associazione, questo non vuol dire con dispersioni assenti.

La media generale delle dispersioni su tutti i 153 elementi dei 61 impianti analizzati durante la campagna è di 111,7 ppm; cioè una concentrazione 56 volte superiore la media atmosferica di gas metano, che è circa 2 ppm.

Maglia nera tra le regioni è risultata la Basilicata, con il 27,3% dei punti di misura sopra 100 ppm. Seguono il Piemonte, con il 23,9%, e la Lombardia, con il 13,6%.

“Il monitoraggio delle emissioni mette in luce come le perdite siano un problema significativo, aggravato da alcuni ritardi nell’attuazione del Regolamento europeo sul metano”, secondo Katiuscia Eroe, responsabile energia Legambiente.

“I dati, che riportano risultati decisamente cautelativi considerando che i monitoraggi sono avvenuti a una certa distanza dalle infrastrutture, evidenziano anche la necessità di un cambiamento radicale nelle politiche energetiche, con un deciso spostamento dalle fonti fossili alle energie pulite, attraverso politiche di efficienza energetica, sviluppo delle rinnovabili, accumuli e reti, per garantire una produzione energetica più sostenibile, meno costosa e più democratica”.

Per provare a intervenire l’associazione indica sette proposte:

  • cooperare con i Paesi esportatori di fossili per ridurre le emissioni di metano;
  • creare un piano di riduzione delle emissioni per tutti i settori, con particolare attenzione a quello energetico;
  • quantificare le emissioni per comprendere l’entità del problema e stabilire standard chiari per le imprese e gli operatori;
  • presentare la relazione sulle emissioni associate ai pozzi inattivi, con conseguente bonifica definitiva;
  • introdurre severe sanzioni economiche per chi pratica “venting” e “flaring”;
  • considerare la manutenzione e il monitoraggio degli impianti come standard minimi garantiti da assicurare;
  • rispettare tutte le scadenze del Regolamento Ue sul metano e attivarsi in Ue per evitare un depotenziamento della norma.

Su quest’ultimo tema interviene anche Stefano Ciafani, che ricorda come su undici termini fissati dalla norma europea per il 2025, solo sette siano stati rispettati.

“In particolare – dice – questioni cruciali come l’approvazione delle autorità competenti e l’introduzione delle sanzioni rimangono ancora aperte. Inoltre, la previsione di introdurre standard di qualità alle importazioni solo tra cinque anni è troppo lontana, considerando che oltre il 50% dei contratti di importazione scadrà entro i prossimi cinque anni e quasi il 60% entro dieci anni. Questo ritardo potrebbe vanificare gli sforzi europei e globali nella riduzione delle emissioni, mettendo seriamente a rischio il rispetto degli impegni internazionali”.

https://www.qualenergia.it/articoli/italia-ce-ancora-puzza-gas/#:~:text=Si%20chiude%20con%20un%20certo,i%20livelli%20di%20emissioni%20fuggitive.

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La Sardegna reagisce alla sentenza sulle aree idonee

  • 18 Dicembre 2025

Dopo la parziale bocciatura costituzionale della legge isolana, la Giunta invoca il diritto a governare il suo territorio e annuncia ricorso al dl n. 175. I commenti di tre studi legali.

È arrivata a stretto giro, dopo la sentenza della Consulta sulle aree idonee sarde, la reazione della Giunta isolana, che ha rinvigorito un braccio di ferro in corso da oltre un anno tra lo Stato e la Regione. La Corte Costituzionale ha cassato la legge regionale n. 20 del 2024[…]

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Biometano a Lagosanto

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Via libera al nuovo impianto fotovoltaico a Gaibanella


Zonari: “Da parte del Comune è stato richiesto come compensazione l’1% sui ricavi , ma è una quota minima”

Sempre più vicina la realizzazione dell’impianto fotovoltaico a Gaibanella. All’esame del consiglio comunale ferrarese è arrivata la variante urbanistica di esproprio per costruire, su un terreno privato, una cabina di sezionamento, che consentirebbe la connessione del futuro impianto alla rete elettrica. Via libera da parte dei consiglieri di maggioranza e voto di astensione dell’opposizione.

Il passaggio in aula della delibera è stato accompagnato dalla notizia che “Arpae, a cui spettava l’iter autorizzativo dell’impianto, ha concluso la conferenza dei servizi dando responso positivo”, ha dichiarato l’assessore Stefano Vita Finzi Zalman durante la seduta.

“Da parte del Comune è stato richiesto come compensazione l’1% sui ricavi derivanti dall’impianto – ha evidenziato Zonari, della civica La Comune – ma è una quota minima, di circa 7 mila euro all’anno, che bisognerebbe negoziare, a fronte delle dimensioni dell’impianto, 11,5 ettari, e del fatto che per almeno 20 anni non ci sarà produzione agricola su quel suolo”.

“Sommando tutte le richieste – ha commentato Buriani, del Partito democratico – di costruzione di impianti si configura una riduzione della produzione agricola, dovuta alle centinaia di ettari di terreno che vanno perdute. Ambientalmente sono interventi lodevoli, ma a lungo andare possono creare danni all’economia locale”.

Ad addossare al centro-sinistra le responsabilità di una crescente diffusione nel territorio di impianti di questo tipo è stato il vicesindaco Alessandro Balboni: “Tutta questa opposizione fa parte del governo regionale. Una Regione che ha una programmazione molto ambiziosa rispetto ai target di giga prodotti da fotovoltaico. Delle due l’una: o la transizione energetica è un obiettivo importante e tutti gli enti cooperano, oppure non si può avere atteggiamento incoerente e ondivago di fronte ai procedimenti che passano da quest’aula”.

Poi Balboni è andato ulteriormente all’attacco: “Spesso questi interventi non godono di popolarità da parte della popolazione, posso capire che l’opposizione possa esserne stimolata, ma stop al gioco delle tre carte. Ex dirigenti apicali di una forza oggi all’opposizione occupano ruoli importanti per una realtà che a livello provinciale è molto attiva nel settore. Penso che al loro interno sarebbe necessario un confronto”.

I consiglieri di minoranza hanno criticato lo sfruttamento del territorio provinciale per la costruzione di impianti a energia rinnovabile a fronte di compensazioni e benefici insufficienti per le comunità locali.

“Non nascondiamoci dietro all’atto dovuto”, ha puntualizzato Marchi, del Movimento 5 stelle. “Il Comune dovrebbe prendersi il tempo per valutare l’opportunità di questo impianto a Gaibanella. Altrimenti come a Villanova con la rotatoria, autorizzare questa variante vorrà dire prendersi la responsabilità di tutto ciò che ne seguirà”.

“Chi oggi si astiene non ha nulla contro la costruzione di impianti fotovoltaici – ha sottolineato Fiorentini, della civica Anselmo – ma ha qualche perplessità sul fatto che invece di riempire i tetti del già costruito, si continui in questa ricerca affannosa del terreno agricolo”.

inpianto fotovoltaico a gaibanella

estense.com

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Il nuovo decreto sulle aree idonee non porta buone notizie per i suoli agricoli d’Italia

di Paolo Pileri — 5 Dicembre 2025

© Yohan Marion – Unsplash

A fine novembre il governo ha approvato il decreto legge che riguarda anche la “produzione di energia da fonti rinnovabili”. Un provvedimento zeppo di crepe, che con riguardo al solare rende più vantaggioso utilizzare aree libere anziché superfici già impermeabili, che non prevede alcun monitoraggio delle caratteristiche dei suoli e allarga le divisioni nel mondo ambientalista. Un’altra transizione è possibile? L’analisi del prof. Paolo Pileri

Amo le rinnovabili e desidero fortemente la transizione energetica che ci porti all’azzeramento dell’uso delle risorse fossili così da ridurre le emissioni di CO₂. Ma il mio desiderio è legato a una transizione che sia veramente ecologica, a zero consumo di suolo e giusta. Si può fare eppure in questo Paese la strada che è stata spianata ha favorito e favorirà forme di transizione energetica non regolate, apprezzate da chi vuole speculare ed ecologicamente non all’altezza della sfida.

I fatti, purtroppo, confermano le preoccupazioni di questa premessa. Il 21 novembre di quest’anno, infatti, il governo licenziato il decreto legge 175 che stabilisce quali aree del territorio nazionale sono “idonee” per gli impianti da fonti rinnovabili: fotovoltaico (a terra e agrivoltaico), eolico e biometano. Concentriamoci sul solare.

Ad eccezione del divieto di installare pannelli solari di qualsivoglia specie nei parchi e in poche altre aree paesaggisticamente vincolate (incluso i siti Unesco), per il resto il decreto tutela poco o niente i suoli, anche quelli di fatto agricoli. Lo fa usando diversi registri. Iniziamo con una precisazione per rispondere anche ai tifosi della transizione energetica accelerata ed ecologicamente non regolata, che dicono (con basi scientifiche traballanti e senza prove sperimentali alla mano) che l’agrivoltaico migliora la biodiversità nei campi agricoli da decenni tartassati da monocolture intensive ed estensive abusate da pesticidi, erbicidi e tanti altri prodotti chimici.

Ecco, si sappia che il decreto non impone in alcun modo di mettere gli agripannelli al posto di quell’agricoltura industriale o di altre agricolture inquinanti che degradano i suoli. Da nessuna parte è scritto questo e quindi non abbiamo nessuna certezza che ciò accadrà. Anzi, potrebbe tranquillamente succedere l’esatto contrario: gli investitori agrivoltaici che si piazzano su campi agricoli o incolti -meno costosi e più facilmente disponibili- spazzando via le possibili buone prestazioni ecologiche e di biodiversità di quei terreni disintossicati da anni dall’agrochimica, per usare una figura retorica cara ad Alex Langer. Già in molte parti del Paese l’arrembaggio dei suoli pro-fotovoltaico va a colpire gli agricoltori più fragili nelle aree più interne e non certo l’agribusiness industriale. Peraltro il decreto se ne guarda bene dall’imporre trattamenti biologici o ecologici alle colture che saranno fatte a fianco degli agripannelli; quindi, paradossalmente potremo avere pannelli e agricolture chimiche a braccetto (altro punto dolentissimo).

In tutto questo, faccio notare la povertà scientifica di questo decreto in quanto si va di nuovo a decidere l’idoneità di un’area a essere trasformata in impianto elettrico di fatto (dopo aver passato una fase di cantierizzazione) usando solo criteri geometrici e di uso e destinazione d’uso dei suoli. Siamo davanti a una metodologia ope legis, confermata dal fatto che, ad esempio, non viene chiesto di rilevare alcuna misura di qualità dei suoli prima che diventino campi fotovoltaici. Così mai sapremo veramente se i parametri di biodiversità -ma non solo quelli- saranno effettivamente migliori quando i terreni passeranno a campi agrivoltaici. Aggiungo che anche la valutazione di impatto ambientale (Via) in buona parte sparisce nelle aree idonee (art. 11-quater), cosa che dovrebbe far andare su tutte le furie il mondo ambientalista, almeno quello che si riconosce in uno dei suoi padri fondatori, l’Alex Langer prima citato, che diceva nel 1994: “Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, etc.) produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione di impatto ambientale […] dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti”. Parole sante, ma tradite decine e decine di volte negli ultimi anni. Spero vivamente che ambientalisti, associazioni ambientaliste e culturali, società scientifiche ecologiche e anche i colleghi tifosi della transizione accelerata, che nulla dovrebbero avere da nascondere sulla bontà dei progetti di impianti fotovoltaici, suggeriscano al governo di riportare la Via (nella sua forma migliore e indipendente dalla politica e dai poteri finanziari) in tutti i casi e di integrare il decreto con una metodica pre e post monitoraggio ecologico dei suoli (e non solo dei suoli) nei loro impianti. I loro margini di profitto non credo siano inadeguati a sostenere tali analisi. Vedremo se lo chiederanno.

Tornando alle aree idonee, nel decreto purtroppo non mancano ambiguità che potrebbero di nuovo dare il via libera a molti casi di fotovoltaico a terra i cui impatti a terra, ricordo, sono più negativi dell’agrivoltaico. La combinazione tra comma 1, punto a) dell’art. 11-bis (aree idonee su terraferma) che concede di potenziare e rifare i “vecchi” impianti solari a terra regalando un bonus estensivo del 20% dell’area, e il comma 2 che dice che il divieto si intende solo su quelle aree agricole così definite dal piano urbanistico vigente e non “di fatto” agricole, potrebbe tramutarsi in una estensione del fotovoltaico a terra. Vedremo come interpreteranno questo passaggio. Nel passato questa sottile differenza definitoria e interpretativa tra aree agricole de facto ma non de iure ha prodotto notevoli consumi di suolo che sono sfuggiti alle maglie di valutazioni e contabilità. Potrebbe accadere anche qui? Qualche rischio c’è: vedremo. Sta di fatto che i pannelli a terra ancora si possono mettere per gli impianti che usano finanziamenti Piano nazionale di ripresa e resilienza e, beffa delle beffe, per le Comunità energetiche rinnovabili, che sono poi le situazioni socialmente più virtuose e spesso formate da comitati e cittadini disinteressati agli extraprofitti e interessati a salvaguardare massimamente suolo e paesaggi e invece il decreto gli traccia una strada contraddittoria e dolorosa per le coscienze ecologiche dando loro la possibilità di non stare interamente dalla parte del suolo.

Proseguiamo. Il decreto torna a dire che sono idonee tutte, e sottolineo tutte, “le aree a destinazione industriale, direzionale, artigianale, commerciale, ovvero destinate alla logistica o all’insediamento di centri di elaborazione dati” (punto l, sottopunto 4). Si tratta di una enormità di superfici sparpagliate in tutta Italia. Eredità di piani che sarebbe stato saggio asciugare e non rimettere in gioco. Aree che non sono certo nel portafoglio di umili famiglie italiane o di cooperative di comunità, ma con tutta probabilità sono nel portafoglio di immobiliari, grandi proprietari, operatori finanziari, banche, etc.. Faccio notare che in urbanistica il termine “destinato” non implica affatto che quelle aree siano già degradate, compromesse o cementificate. Tutt’altro: è probabilissimo che siano de facto agricole o naturali o seminaturali, quindi con un loro portamento ecologico. Se non coltivate da anni, è probabile ospitino vegetazione arborea, arbustiva ed erbacea che da decenni sottrae anidride carbonica mettendola al sicuro nel suolo. Ma non temete, il decreto non dice da nessuna parte che nelle aree idonee bisogna fare una stima preventiva della CO₂ sottratta dalla copertura attuale esistente così da capire se è efficace trasformare proprio quell’area, quando invece converrebbe spostarsi altrove (magari su un’area già cementificata che non sottrae nessun gas climalterante e quindi dove il bilancio diverrebbe super vantaggioso mettendo i pannelli). Ma queste cose che ho appena detto sarebbero da pianificazione ecologica e qui non c’è traccia di questa intenzione.

A proposito di aree già asfaltate o impermeabili o dei tetti degli edifici, che sarebbero la prima opzione per apporre pannelli solari (a partire dai capannoni che certo non mancano in Italia), il decreto non dice nulla di appetibile. Anzi. Il punto 3 dichiara che sono aree idonee al fotovoltaico “gli edifici e le strutture edificate”. Ma non si ferma qui e aggiunge “e le relative superfici esterne pertinenziali”. L’aggiunta è rischiosa per i suoli perché le pertinenze non sono mica soltanto i box o i capanni per attrezzi o i parcheggi, ma possono essere ettari ed ettari di prati, boschetti, macchie arbustive o, di nuovo, aree de facto agricole che, essendo pertinenze, non risultano urbanisticamente aree agricole. Ecco che un altro potenziale pacchetto di suoli liberi finirà per essere pannellizzato, pur se con agripannelli. Anche in questo caso il decreto non chiede di misurare preventivamente la qualità dei suoli in gioco. Coerentemente con quanto appena detto, il decreto non si sbilancia nemmeno nel caso delle aree a parcheggio e dice che sono idonee solo per la quota parte già coperta. Che occasione sprecata. In Italia siamo pieni di parcheggi (quelle enormi dei centri commerciali, molte aree a parcheggio urbane o di interscambio) ed è un peccato che il governo non abbia forzato la mano per obbligare a coprirle con decine di migliaia di pannelli (che avrebbero pure ombreggiato le auto). Chissà se i tifosi della transizione energetica accelerata lo faranno notare anziché continuare a predicare il sacrificio di aree agricole di fatto o comunque di suoli liberi.

Ancora esagerata l’idoneità ope legis attorno ai centri industriali (sebbene solo quelli di una certa dimensione) dove si potranno pannellizzare aree libere attorno fino a una distanza di 350 metri. Conti alla mano, adottare quel criterio di idoneità al fotovoltaico (vedremo se sarà solo agrivoltaico o se anche qui la definizione urbanistica di aree agricole consentirà ancora i moduli a terra) significa che attorno a un’area produttiva di un ettaro ne diventano idonei 50. Un rapporto 1 a 50 ovvero una sproporzione enorme che minaccerà tantissime aree attorno ai grandi siti industriali, avvantaggiando inoltre i grandi gruppi a scapito dei piccoli.

Altra questione che il decreto non argina rispetto alla passata versione è l’idoneizzazione di tutte le aree di qualsivoglia uso e copertura entro una fascia di 500 metri dalle autostrade. Ora: i chilometri di autostrade in Italia sono circa 7.000. Poniamo il caso che 2.000 siano ponti e gallerie e altri 2.000 siano lungo fiumi, parchi o aree urbane. Il resto genera una superficie idonea al fotovoltaico pari a 300.000 ettari. Un’enormità di gran lunga maggiore alle necessità e, soprattutto, fatta ancora una volta di suoli spessissimo di qualità sui quali -lo ripeto- non viene imposta nessuna analisi chimico-fisico-biologica preliminare.

A proposito di aree agricole. Il decreto è davvero ambiguo. In alcune parti pare bandire l’uso delle aree agricole, in altre produce effetti totalmente contrari. Al comma 4, lettera g) impone alle Regioni di non idoneizzare meno dello 0,8% e più del 3% della Superficie agricola utilizzata (Sau). Attenzione attenzione perché queste piccole percentuali corrispondono a un’infinità di ettari. La Sau in Italia è di circa 13 milioni di ettari. Lo 0,8% sarebbe pari a 104.000 ettari coinvolgendo (o eliminando) 12.000 aziende agricole. Il 3% della Sau è pari a 390.000 ettari e interessa più di 45.000 aziende. Ovviamente non tutti gli ettari saranno occupati da impianti, ma capite bene l’effetto “tsunami”?

Non posso, infine, fare a meno di ricordare l’idoneizzazione delle aree delle cave e delle discariche che, a una prima lettura, potrebbe anche essere “ragionevole” senonché, ricordo a tutti, ogni cava e ogni discarica ha un preciso obbligo di rinaturazione a fine ciclo. Della serie: ridiamo alla natura quel che le abbiamo sottratto (tanto). Mi chiedo allora che fine facciano quegli obblighi di ripristino e rinaturazione e i relativi finanziamenti accantonati. Spariscono? Chi se li prende? Non si fa più natura dopo averla violata? Al posto della natura si fanno dei pannelli? Stessa cosa?

Potremmo proseguire con altri esempi (e parlare anche di impianti per biometano, altro disastro), ma ci fermiamo qui, per ora. Questo decreto è pieno di crepe che non sono dalla parte del suolo e apre ferite, divisioni e conflitti nel mondo ambientalista e tra gli studiosi in materie ambientali, i quali non dovrebbero trovarsi in opposizione tra loro. Con gli occhiali della natura, questo non è un decreto che disegna una via giusta ed ecologicamente tutelata per la transizione energetica.

Se è vero che dobbiamo uscire dalla dipendenza del fossile e le rinnovabili sono lo strumento principale per ridurre le emissioni climalteranti, non possiamo nascondere che ci sono enormi interessi finanziari e speculativi che premono per garantirsi il massimo dei profitti possibili. Questo decreto non li argina. E qui sta il problema dei problemi, quello che toglie lucidità al dibattito. Per mio conto continuo a dire che decreti così non cambiano la musica del nostro atteggiamento culturale-predatorio verso la natura e l’ambiente; che i suoli sotto i pannelli (di gran lunga quelli a terra) non se la passano sempre bene e sempre meglio di un’agricoltura biologica o rigenerativa o conservativa o di un prato permanente (con questo dovemmo confrontarci); che fintanto che abbiamo un metro quadrato impermeabilizzato, è quello che dobbiamo pannellizzare prima di ogni suolo, anche se figlio di una pessima agricoltura.

Ricordo che l’articolo 9 della nostra Costituzione invoca una Repubblica che tutela la biodiversità. Ecco, questo decreto, con le sue rinunce a fare diversamente, con tutte le sue innumerevoli ambiguità e possibilità relativamente all’uso dei suoli liberi, con il lasciare che sia di gran lunga più vantaggioso utilizzare aree libere anziché superfici già impermeabili, con l’omettere il monitoraggio delle caratteristiche ecologiche e chimico-fisiche dei suoli, finisce per togliere alla Repubblica il ruolo di tutela di biodiversità e degli ecosistemi. Non dimentichiamo mai che il suolo è un ecosistema, come anche ribadito in modo chiaro dal regolamento europeo per il ripristino della natura.

Nel suo celebre discorso del 1994 a Dobbiaco sulla conversione ecologica così amata da tanti ambientalisti, Alex Langer disse che “ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo economico di fondo e fino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno”. Capisco che chi investe nella transizione non vuole e non deve perderci. Non capisco perché lo Stato debba indietreggiare e farsi da parte lasciando alla mano privata di vincere facile e di fare extra profitti, per giunta senza alcuna garanzia che quanto si sta realizzando porti davvero beneficio ai suoli e alle altre variabili ecologiche. Il principio di precauzione in tutto ciò è stato messo a tacere.

Siccome a questo punto il meglio che ci si può aspettare è evitare il peggio, tra i pochi appigli che vedo per raddrizzare il decreto (oltre alle voci delle opposizioni ancora silenti) c’è il ruolo delle Regioni che hanno 120 giorni per personalizzare questo decreto aggiungendo principi, criteri, pesi, filtri, priorità così da imporre, ad esempio, di decidere se e come “qualificare prioritariamente come aree idonee le superfici e le strutture edificate o caratterizzate dall’impermeabilizzazione del suolo” (comma 4, punto e).

Ecco, mi rivolgo allora alle Regioni chiedendo di adoperarsi per ottenere innanzitutto una sensibile riduzione della percentuale minima e massima di Sau da dover idoneizzare. Dopodiché possono e devono far sì che prima di ogni centimetro quadrato di suolo libero (di qualsiasi copertura, uso e destinazione d’uso) si usino tetti e tutte le superfici impermeabili (nel rispetto dei vincoli paesaggistici e architettonici, nonché statici), riuscendo a contenere i danni e arginando la (s)regolazione di una non-pianificazione energetica che esce da questo decreto. Diversamente rimarrà forte l’apertura a speculazioni e a compravendite di suoli che passeranno di mano in mano (sempre più ignote e impersonali) senza garanzie di rimanere suoli sani che, ricordo, sono un grande regolatore climatico e il più maggior stoccatore di CO₂ sulle terre emerse. Andare a compromettere suoli anche per fini più virtuosi quando abbiamo la possibilità di fare meglio usando superfici impermeabili è un controsenso oltre a una minaccia a tantissimi valori ecologici. E si può …continua su:

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)

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Dalla ricerca al mercato: cosa ci raccontano le migliori startup nate nelle università italiane


RethaiN è il vincitore assoluto del Premio Nazionale Innovazione 2025. Ma tutte le startup premiate rappresentano una fotografia dello stato della ricerca universitaria che crea imprese. Ecco che cosa fanno

Pubblicato il 5 dic 2025


RethaiN_ vincitori assoluti PNI 2025
Il team di RethaiN

Ogni anno il Premio Nazionale per l’Innovazione (PNI) non è solo un evento: è una fotografia dello stato dell’innovazione deep tech che nasce nelle università italiane. Osservando i progetti finalisti – e soprattutto i vincitori – si comprende in quale direzione si stanno muovendo i laboratori universitari, quali problemi del mondo reale stanno provando a risolvere giovani ricercatori e ricercatrici, e quali tecnologie hanno il potenziale per diventare imprese di scala.

Premio Nazionale Innovazione 2025, una fotografia della ricerca che crea imprese

Il Premio Nazionale Innovazione 2025, quest’anno ospitato dall’Università di Ferrara e promossa da PNICube, conferma che l’Italia della ricerca genera startup che non si limitano a “portare sul mercato” strumenti tecnologici, ma ambiscono a incidere su energia, salute, sicurezza industriale e infrastrutture. Campi complessi, spesso invisibili, che richiedono competenze profonde e una forte connessione tra accademia e industria.

La presidente di PNICube, Paola M.A. Paniccia, lo riassume così: «I progetti presentati dimostrano come la ricerca d’eccellenza possa trasformarsi in imprese capaci di rispondere alle grandi sfide sociali e ambientali. Supportare lo scale-up è oggi un tema urgente per la competitività del Paese».

Ecco i vincitori dell’edizione 2025 del Premio Nazionale Innovazione e cosa c’è nei loro progetti.

RethaiN e la nuova generazione del biogas

Vincitore assoluto PNI 2025 – Categoria Cleantech & Energy

Ogni volta che si visita un impianto di biogas ci si scontra con un problema noto: il digestato, residuo dell’attività anaerobica, è costoso da smaltire e crea criticità ambientali. RethaiN, spin-off dell’Università Federico II di Napoli, lo trasforma invece in una risorsa.

La loro tecnologia recupera l’azoto in eccesso e lo converte in biomassa microbica ad alto valore proteico, adatta a biofertilizzanti e biostimolanti. Un’innovazione in linea con la logica dell’economia circolare: meno costi per gli impianti, più ricavi potenziali per gli operatori, e un impatto ambientale ridotto.

Il CEO Silvio Matassa sintetizza così la missione: «RethaiN nasce dalla volontà di creare nuove opportunità per i settori agricolo, energetico e ambientale. Il premio accelererà il nostro percorso di validazione e di scale-up».

Il progetto ha ottenuto anche il Premio Speciale Iren, che ne riconosce la sinergia con i modelli di business del gruppo. Come spiega Enrico Pochettino (Direttore Innovazione, Gruppo Iren): «L’open innovation ci permette di testare rapidamente soluzioni scalabili. RethaiN risponde in modo concreto alle sfide della transizione ecologica».

RethaiN è la testimonianza che il cleantech italiano sta evolvendo: non solo energie rinnovabili, ma biomateriali, chimica sostenibile e modelli circolari generati in università.

EvoClin: quando l’oncologia diventa predittiva

Categoria Life Sciences & MedTech

L’oncologia di oggi si basa sull’analisi genetica dei tumori, ma resta perlopiù descrittiva. EvoClin, nata tra l’Università Milano-Bicocca e l’Università Vita-Salute San Raffaele, propone una svolta: una piattaforma di machine learning che, partendo dai dati NGS, prevede con il 96% di accuratezza l’evoluzione futura della malattia.

In un contesto in cui il numero di geni analizzati è aumentato del 2870% e l’incidenza oncologica è destinata a crescere del 77% entro il 2050, la capacità di “anticipare” la progressione diventa decisiva.

Il CEO Ivan Civettini parla esplicitamente di cambio di paradigma:

«Prevedere l’evoluzione del tumore significa permettere ai medici di essere un passo avanti rispetto alla malattia, personalizzando le terapie in modo più efficace».

EvoClin ha ricevuto anche il Premio Day One “Deep Tech Outliers”. Come ricorda il founder Paolo De Stefanis: «Gli outlier sono coloro che spostano in avanti i confini del possibile. Questo riconoscimento vuole accompagnare le tecnologie più visionarie».

Non semplicemente una startup biotech, ma un tassello dell’oncologia computazionale del futuro.

MuonLab: la muografia che rivela l’invisibile

Categoria ICT

A volte le innovazioni decisive nascono in settori inattesi. MuonLab, spin-off INFN e Università di Firenze, utilizza i muoni cosmici – particelle naturali che attraversano la materia – per costruire immagini densitometriche 2D e 3D di infrastrutture, siti archeologici, miniere, dighe, acciaierie.

Una “radiografia” non invasiva, capace di penetrare anche centinaia di metri di spessore, senza alcuna perforazione. Un’innovazione che mette insieme fisica fondamentale, ingegneria e sicurezza delle infrastrutture.

Il CEO Riccardo Lucattelli spiega: «Vogliamo dare forma a ciò che non si vede, offrendo una tecnologia sostenibile per sicurezza, conservazione e valorizzazione del patrimonio industriale e culturale».

MuonLab è una startup perfettamente rappresentativa del deep tech universitario italiano: nasce da competenze di frontiera e crea applicazioni altamente verticali con domanda crescente.

GraphiCore: robotica estrema per il decommissioning nucleare

Categoria Industrial

Tra i progetti più radicali c’è GraphiCore, spin-off del Politecnico di Milano, che sviluppa robot e sistemi meccatronici progettati per operare in condizioni estreme – da -200°C a +1200°C, in ambienti acidi o radioattivi.

Il cuore dell’innovazione è una presa a vuoto brevettata che permette di movimentare in sicurezza i fragili blocchi di grafite radioattiva dei reattori nucleari a fine vita. Il sistema integra algoritmi di computer vision per riconoscere automaticamente i blocchi e pianificare la migliore traiettoria di presa.

Il CEO Riccardo Chebac lo definisce così: «Una risposta concreta a una delle sfide più complesse dell’energia: smantellare i reattori obsoleti garantendo sicurezza, precisione ed efficienza».

Per Prysmian Group, sponsor della categoria, GraphiCore rappresenta un esempio del tipo di innovazione che può accelerare la trasformazione industriale. Come ricorda Luca De Rai, direttore R&S Energia e Innovazione: «La qualità dei progetti è stata altissima. Investire in tecnologie scalabili e sostenibili è fondamentale per costruire l’industria del futuro».

Perché il PNI è un osservatorio privilegiato sul deep tech italiano

Ogni startup che arriva in finale rappresenta la punta di un iceberg: sotto c’è un ecosistema fatto di laboratoriincubatori accademiciStart Cup regionali, mentor, investitori, enti pubblici e privati che credono nella ricerca come motore di sviluppo.

«Il vero risultato non è solo il podio, ma la consapevolezza di far parte di un ecosistema che ha deciso di investire seriamente sull’innovazione», sottolinea la rettrice dell’Università di Ferrara Laura Ramaciotti 

Per chi osserva l’innovazione italiana, il PNI è questo:

  • una mappa annuale delle tecnologie emergenti;
  • un termometro del deep tech universitario;
  • un indicatore di come sta cambiando l’imprenditorialità scientifica in Italia.

E l’edizione 2025 mette in luce un trend chiaro: le startup nate nelle università italiane affrontano sfide globali – energia, clima, sicurezza industriale, sanità – continua su:

Segreteria Generale 

Ferrara, 27/11/2025 

Al Sindaco 

Ai Consiglieri Comunali 

Agli Assessori 

Ai Revisori dei conti del Comune 

LORO SEDI 

Oggetto: Convocazione di seduta del Consiglio Comunale. 

La S.V. è invitata a partecipare alla seduta del Consiglio Comunale indetta in 1^ convocazione, presso l’aula consiliare della Residenza Municipale, per il giorno di: 

LUNEDÌ 01 DICEMBRE 2025 – ALLE ORE 15:00 

per trattare gli argomenti iscritti al presente avviso. 

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE 

Soffritti Federico 

O.d.G. per la seduta del Consiglio Comunale indetta, in 1^ Convocazione, per il giorno di  

lunedì 01 dicembre 2025 – alle ore 15:00 

presso l’aula consiliare della Residenza Municipale 

– COMUNICAZIONI 

 Numero Proposta Assessore Propon ente Oggetto 
PDLC/175/2025  LETTURA ED APPROVAZIONE VERBALE SEDUTA DEL CONSIGLIO COMUNALE 24/11/2025  
PDLC/173/2025  COMUNICAZIONE AL CONSIGLIO COMUNALE  – AI SENSI DELL’ART. 166 – COMMA 2 – DEL D. LGS. 267/2000 DI PRELEVAMENTO DAL FONDO DI RISERVA – DELIBERA DI GIUNTA COMUNALE N. 540/2025 DEL 25/11/2025  
PDLC/169/2025  QUESTION TIME PRESENTATO IL 21/11/2025 DAL CONS. SEGALA DEL GRUPPO PD,  SUL PAGAMENTO DEGLI OPERATORI E OPERATRICI SANITARI DEL 118 IN OCCASIONE DELL’EVENTO MONSTERLAND 2024.  P.G. N. 217998/2025  
 PDLC/174/2025 FABBRI ALAN SURROGA DELLA SIG.RA KUSIAK DOROTA CON IL SIG. CANIATO GIACOMO NELLA CARICA DI CONSIGLIERE COMUNALE.  
PDLC/171/2025 VITA FINZI ZALMAN
STEFANO 
CONVENZIONE AI SENSI DELL’ART. 30 DEL D.LGS. N. 267/2000 TRA I COMUNI DI CODIGORO, GORO, COMACCHIO, MESOLA, LAGOSANTO, FISCAGLIA, UNIONE TERRE E FIUMI, JOLANDA DI SAVOIA, VIGARANO MAINARDA, BONDENO, TERRE DEL RENO, POGGIO RENATICO, FERRARA, VOGHIERA, MASI TORELLO, UNIONE VALLI E DELIZIE E LA PROVINCIA DI FERRARA PER L’ADESIONE AL SERVIZIO ASSOCIATO SISMICA (SAS) PER LO SVOLGIMENTO DELLE ATTIVITA’ DI CUI ALLA L.R. N. 19/2008 E S.M.I. – APPROVAZIONE  
PDLC/149/2025  MOZIONE PRESENTATA IL 28/10/2025 DAL CONS. RENDINE DEL GRUPPO CIVICA FABBRI,   PER IL MIGLIORAMENTO DELLA GESTIONE SANITARIA FERRARESE E RICHIESTA DI INTERVENTO REGIONALE PER LA RISOLUZIONE DELLE CRITICITÀ STRUTTURALI E ORGANIZZATIVE DELL’OSPEDALE DI CONA E DEL SISTEMA SANITARIO PROVINCIALE.  P.G. N. 199886/2025 – EMENDAMENTO M5S – P.G. N. 218329/2025  
PDLC/165/2025  MOZIONE PRESENTATA IL 17/11/2025 DAI GRUPPI CONSILIARI LA COMUNE DI FERRARA – M5S – CIVICA ANSELMO – PD,  SUL COORDINAMENTO PROVINCIALE E LA TUTELA DEL TERRITORIO IN MATERIA DI IMPIANTI ENERGETICI.   P.G. N. 213676/2025  
PDLC/166/2025  MOZIONE PRESENTATA IL 19/11/2025 DALLA CONS. CONFORTI DEL GRUPPO PD,  SU AZIONI PER GARANTIRE L’ACCESSIBILITÀ E IL RISPETTO DELLE ESIGENZE DEI CITTADINI CON FRAGILITÀ DURANTE GLI EVENTI PUBBLICI, IN RISPOSTA ALLE CRITICITÀ EMERSE CON LA MANIFESTAZIONE “AUTUNNO DUCALE”.   P.G. N.  215565/2025  
PDLC/167/2025  MOZIONE PRESENTATA IL 20/11/2025  DAI CONS.RI PROTO, CUSINATO, SEGALA, BURIANI DEL GRUPPO PD,  PER LA MODIFICA DELL’ART. 6  DEL REGOLAMENTO COMUNALE PER IL SOSTEGNO DEI CITTADINI IN EMERGENZA ABITATIVA E PER ALTRE INIZIATIVE A CONTRASTO DELLA SITUAZIONE DI CRISI ABITATIVA PRESENTE A FERRARA.  P.G. N. 216764/2025  
PDLC/168/2025  MOZIONE  PRESENTATA IL 21/11/2025  DALLA CONS. ZONARI DEL GRUPPO LA COMUNE DI FERRARA,   PER LA SALVAGUARDIA,  L’INNOVAZIONE E LA RICONVERSIONE DEL POLO PETROLCHIMICO DI FERRARA.   P.G. N. 217934/2025  

I documenti relativi agli oggetti di cui sopra saranno depositati presso la Segreteria Comunale, a disposizione dei Signori Consiglieri, nei termini stabiliti dallo Statuto e dal Regolamento del Consiglio Comunale e l’orario di consultazione è dal Lunedì al Venerdì dalle ore 9,00 alle ore 13,00 nonché nei pomeriggi di Martedì e Giovedì dalle ore 15,00 alle ore 17,00. 

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Aree idonee DECRETO LEGGE

Del 21 novembre 2025 , n. 175

link (.pdf ) https://1drv.ms/b/c/3d28a81f59f908f9/IQCuO0QvO9w9SK_

zEv9Oxg8gAT014LzEFoUjrBcYBMzCG4Q

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I REGIMI AMMINISTRATIVI PER LA PRODUZIONE DI FONTI RINNOVABILI

link (pdf)

https://1drv.ms/b/c/3d28a81f59f908f9/IQDEQ_jvkdp3Q4VYo2v-fKOYAbbq__cDsnGI1rrePd-1PL4

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BibLus

Decreto Aree Idonee 2025, dove si può installare ….

link http://biblus.acca.it

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Aree idonee per le rinnovabili, il Governo ha riscritto le regole

Via libera alle nuove norme per limitare la discrezionalità delle Regioni e raggiungere gli obiettivi PNRR

21/11/2025

 

Aree idonee per le rinnovabili, decreto correttivo - Foto: zhaojiankangphoto 123rf.com
Aree idonee per le rinnovabili, decreto correttivo – Foto: zhaojiankangphoto 123rf.com

Via libera del Consiglio dei Ministri al Decreto-Legge che modifica le modalità di individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili.

Il testo del Decreto Legge approvato ieri pomeriggio introduce modifiche essenziali alla normativa sulle aree idonee ad ospitare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, stabilisce nuovi criteri nazionali vincolanti per l’individuazione delle aree. L’ultima versione del testo contiene un articolo dedicato agli impianti agrivoltaici.

Le modifiche sono finalizzate a superare la bocciatura del Tar al Decreto che aveva disciplinato l’individuazione e a garantire il conseguimento degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). L’intervento normativo si è reso necessario a seguito della bocciatura del Tar Lazio che ha imposto al Governo di non consentire alle Regioni di imporre maggiori restrizioni rispetto alla norma nazionale e di garantire maggiore omogeneità tra le Regioni.

Aree idonee rinnovabili su terraferma

Il decreto stabilisce un catalogo di siti che sono considerati automaticamente idonei all’installazione di impianti FER. Tra questi:

– siti di ripotenziamento (repowering): aree dove sono già installati impianti eolici o fotovoltaici e in cui si realizzano interventi di modifica o ricostruzione, purché la variazione dell’area occupata non sia superiore al 20%. Questa variazione non è consentita per il fotovoltaico a terra in aree agricole.

– siti degradati o dismessi: aree oggetto di bonifica (ai sensi del Codice dell’Ambiente DLgs 152/2006), cave e miniere cessate, non recuperate o abbandonate o in condizioni di degrado ambientale, e discariche chiuse o ripristinate.

– infrastrutture pubbliche: siti e impianti nella disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane, dei gestori di infrastrutture ferroviarie e delle società concessionarie autostradali. Sono inclusi anche i beni del demanio militare e dello Stato.

Criteri per fotovoltaico e biometano

Per il fotovoltaico, sono inoltre idonee:
– aree agricole racchiuse in un perimetro che disti non più di 350 metri da stabilimenti industriali sottoposti ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
– aree adiacenti alla rete autostradale entro 300 metri.
– edifici, strutture edificate e relative superfici pertinenziali, aree a destinazione industriale/logistica/direzionale, invasi idrici e laghi di cave dismesse.

Per gli impianti di biometano, sono idonee le aree agricole che distino non più di 500 metri da zone a destinazione industriale e aree agricole entro 500 metri da stabilimenti industriali sottoposti ad AIA.


Fotovoltaico a terra in aree agricole: ammissibilità ristretta

L’installazione di impianti fotovoltaici con moduli a terra, in zone classificate agricole, è consentita esclusivamente nelle aree di ripotenziamento (senza incremento dell’area occupata), nelle cave e miniere cessate/degradate, nelle discariche chiuse, in aree ferroviarie/autostradali/aeroportuali, e nelle fasce di rispetto di 350 metri dagli stabilimenti industriali e 300 metri dalle autostrade.

Tali limitazioni non si applicano ai progetti finalizzati alla costituzione di una Comunità Energetica Rinnovabile (CER), o ai progetti attuativi delle misure di investimento del PNRR e del PNC.

Impianti agrivoltaici sempre consentiti in aree agricole

Si prevede che l’installazione degli impianti agrivoltaici sia sempre consentita anche nelle zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti.

Normalmente, l’installazione di impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra nelle zone agricole è consentita solo in aree specifiche e già identificate (come siti industriali o aree adiacenti alla rete autostradale).

L’eccezione per gli impianti agrivoltaici si applica a condizione che l’installazione avvenga attraverso l’impiego di moduli collocati in posizione adeguatamente elevata da terra.

In sostanza, la nuova norma favorisce l’adozione del fotovoltaico nelle aree agricole a patto che la tecnologia impiegata (agrivoltaico) garantisca la coesistenza dell’attività di produzione energetica con quella agricola o pastorale.

Competenze regionali e limiti massimi

Il decreto dà alle Regioni e alle Province autonome 120 giorni per individuare, con propria legge, ulteriori aree idonee, rispettando gli obiettivi di potenza installata al 2030.

Per garantire l’omogeneità e la proporzionalità degli interventi, sono stabiliti criteri vincolanti:

1. Divieto di divieti generali: le Regioni non possono prevedere divieti generali e astratti all’installazione di impianti FER.

2. Limiti sulla superficie agricola utilizzata: per preservare la destinazione agricola, le aree agricole qualificabili come idonee a livello regionale non possono essere inferiori allo 0,8% né superiori al 3% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU).

3. standardizzazione paesaggistica: per la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, il decreto impone fasce di rispetto massime inderogabili dai beni tutelati:
– impianti eolici: fascia di rispetto massima di tre chilometri (3 km).
– impianti fotovoltaici: fascia di rispetto massima di cinquecento metri (500 metri).

La realizzazione di impianti in aree idonee è facilitata: se un progetto ricade interamente in un’area idonea, l’autorizzazione paesaggistica diventa un parere obbligatorio e non vincolante. Inoltre, i termini del procedimento di Autorizzazione Unica sono ridotti di un terzo.

Aree a mare e siti UNESCO

Per gli Impianti off-shore (a mare), le aree idonee includono quelle individuate dai piani di gestione dello spazio marittimo, le piattaforme petrolifere in disuso e le aree distanti due miglia nautiche da esse. Anche i porti sono considerati idonei per impianti eolici fino a 100 MW.

All’interno delle zone di protezione dei siti UNESCO, è consentita l’installazione soltanto di impianti da fonti rinnovabili in regime di attività libera (allegato A del TU Rinnovabili).

Infine, per il monitoraggio e il supporto alle Regioni, viene disciplinato il funzionamento di una Piattaforma digitale che includerà un contatore delle SAU utilizzate per l’installazione degli impianti.

https://www.edilportale.com/news/2025/11/normativa/aree-idonee-per-le-rinnovabili-decreto-correttivo_108023_15.html

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Al presidente della Provincia

Sollecito convocazione Tavolo provinciale sugli impianti energetici e fonti
rinnovabili

Ad un mese dalla istituzione del Tavolo provinciale sul tema delle fonti di energie
rinnovabili, che ha visto un’ampia partecipazione di Enti, Associazioni, Agenzie del
territorio, crediamo opportuno sottolineare la necessità di rendere operativi in tempi
stretti i primi obiettivi. Come primo passo, la raccolta dei dati qualitativi e quantitativi relativi alle autorizzazioni e agli impianti funzionanti nel territorio è, a nostro avviso, un
fondamentale primo passaggio rilevante che può avere anche la finalità di
coinvolgere operativamente tutti i soggetti coinvolti.
Può essere opportuno valutare anche la possibilità di istituire un gruppo tecnico
ristretto che, insieme agli Uffici statistica degli Enti e agli Uffici studi della
Associazioni, possa fornire dati utili alle analisi e alle proposte successive.


Accanto a quest’impegno prioritario, ci sembra opportuno ribadire che il Tavolo provinciale dovrebbe occuparsi anche del tema del rendere più forte la partecipazione delle comunità locali, delle Associazioni e dei Comitati ai processi decisionali che riguardano il territorio; di poter elaborare proprie proposte in relazione agli interventi legislativi a livello regionale e nazionale per correggere le criticità normative oggi esistenti e per assicurare una pianificazione adeguata; di dare maggiore sostegno ai controlli sugli impianti esistenti e su quelli in fase di realizzazione, al fine di tutelare icittadini e garantire il rispetto delle prescrizioni.


Convinti della rilevanza ed urgenza del tema e della necessità di non disperdere la
disponibilità ad un lavoro comune manifestato da tutte le parti al Tavolo rinnoviamo
la nostra disponibilità a partecipare attivamente alle azioni che saranno individuate.

Con l’auspicio di vedere una convocazione del Tavolo a tempi brevi, si porgono i più
distinti saluti

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IED 2.0: la nuova direttiva europea per ridurre le emissioni industriali e zootecniche

TALLURI MARCO

Una parte significativa dell’inquinamento in Europa proviene dai processi industriali: emissioni in atmosfera, scarichi idrici, rifiuti. A queste si aggiungono gli impatti ambientali derivanti dagli allevamenti intensivi, in particolare suini e avicoli, che contribuiscono in modo rilevante alle emissioni di ammoniaca, metano e altri inquinanti.

Per affrontare queste sfide, l’Unione Europea ha approvato la revisione della Direttiva sulle emissioni industriali e zootecniche (IED 2.0), che aggiorna la direttiva 2010/75/UE attraverso la nuova Direttiva 2024/1785. Si tratta dello strumento legislativo principale dell’UE per prevenire e controllare le emissioni derivanti dai grandi impianti industriali e dagli allevamenti intensivi, con l’obiettivo di ridurre l’impatto su aria, acqua e suolo e limitare la produzione di rifiuti.

Un approccio più ambizioso e innovativo

La nuova direttiva non si limita a stabilire limiti di emissione più stringenti, ma punta a favorire l’innovazione tecnologica e l’efficienza nell’uso dei materiali, promuovendo la decarbonizzazione e pratiche più sostenibili. L’IED 2.0 diventa così un pilastro della strategia europea per la “zero pollution ambition” al 2050, in coerenza con il Green Deal europeo.

Tra le principali novità vi sono:

  • Requisiti più severi per gli impianti industriali in termini di emissioni atmosferiche, gestione delle acque reflue e prevenzione dei rifiuti;
  • Estensione del campo di applicazione agli allevamenti intensivi, con obblighi specifici per la gestione dei reflui zootecnici e la riduzione delle emissioni di ammoniaca e metano;
  • Obblighi di monitoraggio più rigorosi, con maggiore trasparenza e accesso alle informazioni per i cittadini;
  • Incentivi all’adozione di tecnologie innovative e sistemi produttivi a basse emissioni;
  • Allineamento agli obiettivi di neutralità climatica e tutela della salute pubblica.

Impatti per le imprese e gli allevamenti

Per le imprese industriali e per gli allevatori la direttiva rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. Gli adeguamenti tecnologici richiederanno investimenti, ma allo stesso tempo potranno favorire la competitività delle imprese più innovative, capaci di integrare processi produttivi circolari ed efficienti.

In particolare, gli allevamenti intensivi saranno soggetti a criteri più stringenti in materia di gestione dei reflui, sistemi di abbattimento delle emissioni e benessere animale. L’adozione di pratiche agricole più sostenibili e di sistemi di monitoraggio avanzati consentirà di ridurre l’impatto ambientale di uno dei settori più critici per la qualità dell’aria e delle acque.

Una direttiva al servizio dei cittadini

Uno degli elementi centrali dell’IED 2.0 è la trasparenza. Gli Stati membri saranno tenuti a garantire l’accesso pubblico ai dati sulle emissioni degli impianti e degli allevamenti soggetti alla direttiva. Questo rafforzerà il ruolo delle comunità locali e delle organizzazioni ambientaliste nel monitoraggio e nella tutela del territorio.

Conclusioni

La IED 2.0 segna un passo importante verso un’Europa più sostenibile, in cui la riduzione delle emissioni industriali e agricole si combina con l’innovazione tecnologica e la partecipazione dei cittadini. La sua piena attuazione richiederà impegno da parte delle istituzioni, delle imprese e degli allevatori, ma rappresenta un tassello fondamentale per garantire aria più pulita, acque meno inquinate e un ambiente più sano per tutti, avvicinando l’UE all’obiettivo di inquinamento zero entro il 2050.

Gli Stati membri dell’Unione Europea hanno tempo fino al 1° luglio 2026 per recepire nei loro ordinamenti la direttiva IED 2.0 (Industrial and Livestock Rearing Emissions Directive, Direttiva UE 2024/1785).

https://ambientenonsolo.com/ied-2-0-la-nuova-direttiva-europea-per-ridurre-le-emissioni-industriali-e-zootecniche

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Biogas a Sarmato, «Necessaria pubblicazione immediata della nuova richiesta di Pas del privato»

“Ormai è ufficiale, il Comune di Sarmato traccia un definitivo e invalicabile solco tra la cittadinanza e la necessaria e dovuta trasparenza. Apprendiamo con stupore e sdegno la notizia della richiesta di nuova Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) datata ottobre da parte di Apis PC1 per un nuovo progetto che si aggiunge a quella già presentata (e negata) nel Giugno scorso”. Così il COMITATO “RinnoviAMO SARMATO” interviene dopo le ultime esternazioni dell’amministrazione.

LA NOTA DEL COMITATO “RinnoviAMO SARMATO”

Stupore e sdegno dovuti al fatto che il Comune ha ritenuto di non divulgare alcuna informazione al riguardo dimostrando ancora una volta che, a dispetto degli annunci, il nostro Comitato “Rinnoviamo Sarmato” sia visto più come una interferenza da ignorare piuttosto che un soggetto partecipativo che sostiene la tutela del territorio nell’interesse della comunità.

Nessuna informazione ci è stata fornita, nessuna comunicazione nonostante in occasione della precedente PAS avessimo chiesto l’accesso agli atti e la partecipazione alla Conferenza di Servizi (a quest’ultima l’Amministrazione Comunale non ha neppure ritenuto di risponderci, ignorandoci totalmente).

Riteniamo questo comportamento inaccettabile e lesivo della democrazia poiché il diritto di accesso alle informazioni ambientali è sancito dalla legge e deve essere garantito a tutti i cittadini. Il Comune ha un dovere di trasparenza e di informazione verso la propria comunità.

E riteniamo assolutamente vergognoso che, anche in questa occasione, il nostro sindaco abbia manifestato il proprio disappunto, non tanto per il rinnovato rischio della salute dei suoi cittadini, non tanto per le certe emissioni odorigene, non tanto per l’aumento dell’inquinamento, ma perché “intasa gli uffici del Comune di Sarmato”.

Un ulteriore progetto che modifica la “ricetta”

Ma cos’è questa nuova notizia? Nella sostanza viene avviata quella che potrebbe essere (usiamo il condizionale poiché abbiamo richiesto ancora una volta l’accesso agli atti del nuovo progetto e il coinvolgimento alle Conferenze di Servizi – apprendiamo inoltre dal giornale che se ne è già svolta una in totale silenzio per la quale non siamo stati coinvolti per l’ennesima volta) la riproposizione di un ulteriore progetto che modifica la “ricetta” per il conferimento delle biomasse e altri elementi non ancora resi pubblici.

Tutto ciò ignorando platealmente le numerose manifestazioni spontanee dei cittadini che, attraverso il Comitato, hanno intrapreso una solitaria, concreta e unica lotta al (legittimo) contrasto del nuovo insediamento promuovendo una fiaccolata partecipatissima oltre ad una serie di assemblee, convegni e dibattiti scomodando residenti lombardi illusi dalla bontà del progetto (che oggi non riescono neppure a stendere i panni all’aperto) e la comunità scientifica (Dott.ssa Adele Pazzi – Medico, Dott. Andrea Bregoli – Agronomo e la nostra coordinatrice nazionale Maria Grazia Bonfante) che hanno testimoniato, documenti e studi alla mano, la totale scelleratezza alla realizzazione di un impianto di tale portata (500 smc/h) a ridosso dell’abitato sarmatese (235 metri).

Non solo la cittadinanza contro lo stabilimento

E ci si chiede, infine, come sia possibile che, oltre alla cittadinanza, si siano schierati contro l’insediamento di biometano rispettivamente il PD locale, espressione della maggioranza dell’unica lista presente in Consiglio Comunale, membri di vari partiti della politica locale e nazionale, Sindaci dei paesi confinanti e, solo a parole, l’amministrazione comunale di Sarmato che, a dispetto dei proclami, ha provveduto ad esprimere parere favorevole alla realizzazione dell’impianto, come sia possibile dicevamo che l’unico soggetto che abbia avuto il coraggio e l’ardire di opporsi con “atti” concreti sia stato il nostro Comitato, che ha inteso agire attraverso il contributo oneroso dei suoi oltre cinquecento associati?

Ribadiamo, pertanto, la necessità della pubblicazione immediata della richiesta di PAS o, in subordine, di accedere a tutti i documenti amministrativi, nessuno escluso, con tutti  gli allegati tecnici relativi alla procedura PAS, nonché il provvedimento conclusivo di detto procedimento, unitamente alla facoltà di essere coinvolti alla procedura di valutazione in sede di Conferenza di Servizi e che venga assicurata la garanzia di un processo decisionale trasparente e partecipato.

Un incontro pubblico

Chiederemo nei prossimi giorni di poter organizzare una grande convegno pubblico che affronti i principali temi destinati ad interessare la componente ambientale sarmatese che, ahinoi, purtroppo sono tanti e tra cui ricordiamo: impianti di biometano in funzione cumulo inquinanti, accesso alla progettualità dell’”Hydrogen Valley” finanziata con fondi Pnrr da realizzarsi nell’area Ex-Eridania, rumors su presunti insediamenti produttivi per il riciclo delle batterie esauste, ipotetico insediamento catena del freddo, Polo Logistico alle porte con conseguenti ricadute sulla nostra già compromessa viabilità, situazione polveri sottili PM10 oltre la soglia massima di legge – dati Arpae) per i quali la preoccupazione cresce ogni giorno di più.

Il Comune ha scelto la segretezza e l’opacità ma il Comitato continuerà a battersi per la tutela del nostro territorio e dei nostri diritti.

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Nei mesi scorsi il diniego alla prima procedura abilitativa semplificata avanzata da Apis PC1 per la realizzazione dell’impianto, Rinnoviamo Sarmato: «Nessuna informazione ci è stata fornita»

Pubblicazione immediata della richiesta di Pas o accesso a tutti i documenti amministrativi: è quanto chiede il comitato Rinnoviamo Sarmato, che si oppone all’ipotesi di realizzazione sul suolo comunale di un impianto biometano, alla notizia «della richiesta di nuova Procedura Abilitativa Semplificata (Pas) datata ottobre da parte di Apis PC1, per un nuovo progetto che si aggiunge a quella già presentata (e negata) nel giugno scorso». 

La stessa società, nel novembre scorso, ha ottenuto da Arpae l’autorizzazione unica ambientale alla costruzione dell’impianto, contro cui il comitato ha presentato ricorso al Tar. 

La notizia ha suscitato «Stupore e sdegno – scrivono in una nota stampa – dovuti al fatto che il Comune ha ritenuto di non divulgare alcuna informazione al riguardo dimostrando ancora una volta che, a dispetto degli annunci, il nostro Comitato “Rinnoviamo Sarmato” sia visto più come una interferenza da ignorare piuttosto che un soggetto partecipativo che sostiene la tutela del territorio nell’interesse della comunità».

«Nessuna informazione ci è stata fornita – riporta l’intervento – nessuna comunicazione nonostante in occasione della precedente Pas avessimo chiesto l’accesso agli atti e la partecipazione alla Conferenza di Servizi (a quest’ultima l’Amministrazione Comunale non ha neppure ritenuto di risponderci, ignorandoci totalmente). Riteniamo questo comportamento inaccettabile e lesivo della democrazia poiché il diritto di accesso alle informazioni ambientali è sancito dalla legge e deve essere garantito a tutti i cittadini. Il Comune ha un dovere di trasparenza e di informazione verso la propria comunità». 

«Nella sostanza viene avviata quella che potrebbe essere – al condizionale specifica Rinnoviamo Sarmato, che ha richiesto l’accesso agli atti del nuovo progetto e il coinvolgimento alle Conferenze di Servizi – la riproposizione di un ulteriore progetto che modifica la “ricetta” per il conferimento delle biomasse e altri elementi non ancora resi pubblici». 

Il comitato ribadisce «la necessità della pubblicazione immediata della richiesta di Pas o, in subordine, di accedere a tutti i documenti amministrativi, nessuno escluso, con tutti gli allegati tecnici relativi alla procedura Pas, nonché il provvedimento conclusivo di detto procedimento, unitamente alla facoltà di essere coinvolti alla procedura di valutazione in sede di Conferenza di Servizi e che venga assicurata la garanzia di un processo decisionale trasparente e partecipato». 

In ultimo annuncia di voler fare richiesta nei prossimi giorni per l’organizzazione di un grande convegno pubblico «che affronti i principali temi destinati a interessare la componente ambientale sarmatese».
Biogas a Sarmato, il comitato: «Pubblicazione immediata della nuova richiesta di Pas da parte del privato»
https://www.ilpiacenza.it/attualita/biogas-a-sarmato-il-comitato-pubblicazione-immediata-della-nuova-richiesta-di-pas-da-parte-del-privato.html
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Il biogas non si farà

La ditta si ritira

Elena Fioravanti

05.11.2025 – 20:09

Il biogas non si farà

Stop al progetto della centrale a biometano in via Vegri a Campomarzo. La notizia arriva dal sindaco di Lendinara, Francesca Zeggio, che d’intesa con il vice sindaco di Badia Polesine Stefano Segantin e Davide Bernardinello, presidente della seconda commissione consiliare di Lendinara, informa i cittadini: “La ditta che aveva presentato il progetto alla regione Veneto di biometano in zona Campomarzo non intende proseguire l’iter non volendo integrare rispetto alle richieste fatte e quindi ritira il progetto”.

La regione Veneto aveva ricevuto comunicazione dal Comune di Lendinara di quanto verbalizzato il 30 settembre negli uffici comunali, all’incontro preliminare con i tecnici, e con il Tavolo ambientale poi convocato lunedì 19 ottobre.

“L’amministrazione comunale – commenta Zeggio – opera per atti e non con parole che gridano ma non risolvono i problemi, e come anticipato attraverso il video pubblicato nei giorni scorsi, durante la Consulta di Barbuglio, Saguedo e Campomarzo e con il dialogo aperto con la ditta proponente, si è concretizzato quanto già sostenuto. Come sindaco ringrazio il lavoro proficuo avviato attraverso le amministrazioni comunali che certo non bloccano questi progetti in futuro ma sicuramente limitano quelli con forte criticità che ricadrebbero sul nostro territorio. Un sindaco che ama la propria città e che non è certo in campagna elettorale lavora sul territorio sempre”.

“Dall’incontro tecnico sul progetto per la realizzazione di un impianto di biometano tra Lendinara e Badia Polesine emergono forti perplessità”.

A dirlo era stato proprio Davide Bernardinello, che ha raccolto le criticità inviate poi alla Regione. “Viabilità, rischio idraulico e impatto ambientale sono i principali nodi che mettono in discussione la sostenibilità dell’intervento. Le strade previste per il transito dei mezzi pesanti risultano troppo strette e con un sottofondo non adatto a sopportare il traffico di camion e autocisterne dal peso con portate fino a 63 tonnellate. A preoccupare è anche il ponte sul canale Ceresolo, in località Villafora, vincolato dalla Soprintendenza e con portata limitata a 7,5 tonnellate”.

Nella relazione di progetto di parlava infatti di una media di 21 mezzi pesanti al giorno. Ad allarmare sono state anche le sostanze utilizzate per alimentare l’impianto, come la glicerina, insilati agricoli, liquami e letame di bovino, pollina, enormi quantità di biomasse per un totale di oltre 55mila tonnellate all’anno. “Sul fronte agricolo – aveva aggiunto Bernardinello -, per la produzione di triticale, mais e sorgo, si stima la necessità di terreno agricolo da coltivare fino a 3 mila ettari. Una scelta che, secondo diversi tecnici, contrasta con i principi di sostenibilità, perché sottrae superfici alla produzione di prodotti alimentari e aumenta i trasporti su gomma. Non meno rilevante il tema del rischio idraulico. L’area di progetto è adiacente ad una zona poco a monte già colpita da allagamenti nel 2024, con una falda freatica superficiale a poco più di un metro dal piano campagna, con terreni sabbiosi che facilitano l’espansione verso valle di eventuali sversamenti imprevisti di sostanze inquinanti. Il Consorzio di Bonifica Adige Po sarà chiamato a valutare le criticità idrauliche del sito, anche in relazione alla tombinatura prevista per alcuni tratti…

continua su:https://www.polesine24.it/cronaca/2025/11/05/news/il-biogas-non-si-fara-381677/

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Centrale a biometano, il Comune fa appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar

La vicenda riguarda l’autorizzazione rilasciata da Arpae per la realizzazione dell’impianto


Centrale a biometano, il Comune fa appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar
https://www.ferraratoday.it/cronaca/comune-consiglio-stato-ricorso-tar-centrale-biometano-gaibanella.html
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Ricorso respinto per la centrale a biometano, il Pd attacca il Comune sull’Ufficio affari legali

Dura presa di posizione del consigliere Nanni dopo la notizia del ritardo della comunicazione

Foto d’archivio

La questione relativa alla centrale a biometano di Gaibanella continua a dividere il mondo politico. La notizia giunta dal Tar Emilia-Romagna – che ha dichiarato irricevibile il ricorso del Comune di Ferrara circa la costruzione dell’impianto – ha infatti già visto un primo commento da parte dei comitati contrari. Ora, però, come detto, la palla è passata alla politica, con il Pd chiede lumi del fatto all’amministrazione.

In sintesi, il documento a firma Davide Nanni chiede “quali motivazioni di fatto o di diritto abbiano spinto l’avvocato incaricato dal Comune a depositare il ricorso oltre i termini previsti dalla normativa applicata al caso specifico, vanificando così l’impegno assunto dal Consiglio Comunale e dalla stessa Amministrazione con i cittadini di Gaibanella, preoccupati per la forte vicinanza della nuova centrale biometano alle loro abitazioni”.

Ancora, il consigliere intende “capire quali ragioni abbiano spinto l’amministrazione a impoverire il Servizio Affari Legali del Comune di Ferrara, ad oggi privo di una figura professionale interna capace di assistere l’ente in controversie legali, facendo ampio ricorso a consulenze e patrocini esterni che hanno aumentato le spese a carico della collettività con risultati spesso deludenti”.
https://www.ferraratoday.it/politica/centrale-biometano-gaibanella-pd-costruzione-comune-ricorso-tar.html
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Il caso

Spirano, cala il sipario sul biometano. E sulle aree agricole “spuntano” nuovi vincoli

Dopo un lungo braccio di ferro la società proponente del progetto ha deciso di rinunciare al ricorso presentato al Tar

Si chiude dunque un iter lungo e tortuoso che ha visto sul piede di guerra cittadini e associazioni ambientaliste contrarie al progetto. Il prossimo 5 novembre, data in cui è stata fissata l’udienza, il Tribunale Amministrativo dichiarerà l’estinzione del procedimento rendendo quindi definitivo il provvedimento comunale.

“La rinuncia da parte della società – ha dichiarato il sindaco Yuri Grasselli – conferma la correttezza del nostro operato, già riconosciuta dal Tar e dal Consiglio di Stato. Un risultato per cui siamo molto contenti a cui siamo arrivati grazie al lavoro di molte persone: dall’Ufficio Tecnico agli avvocati, in particolare Carlo Foglieni e Paola Brambilla”. 

Spirano. E’ ufficiale: l’impianto di biometano non s’ha da fare. Dopo un lungo braccio di ferro la società Ch4 Spirano Società Agricola Srl ha fatto un passo indietro rinunciando, in queste ore, al ricorso presentato al Tar di Brescia avverso al diniego del Comune per la realizzazione di un biodigestore in prossimità deall’oasi naturale del Bosco dei Fontanili del Conzacolo.

E proprio per scongiurare il ripetersi di vicende simili il Piano di Governo del Territorio – già adottato e in attesa dell’approvazione prevista nel mese di gennaio – è stato “blindato”.

“Si tratta perlopiù di vincoli – prosegue Grasselli – che riguarderanno, sostanzialmente, tutti i terreni agricoli distribuiti a partire dalla Francesca andando verso sud, mentre a nord, vista la vocazione industriale della zona, non ci sarebbero problemi. Questo perché, così come queste aree possono sorgere vicino a zone di pregio come i fontanili, possono anche essere adiacenti ad abitazioni”.

“Pertanto – aggiunge il primo cittadino – chi dovrà fare richiesta anche solo per una stalla dovrà passare dal consiglio comunale. In questo modo avremo anche titolo di decisione per le attività agricole. La procedura – conclude – è quella semplificata: in trenta giorni il permesso può essere rilasciato. In questo modo avremo il polso della situazione”. Continua su:

https://www.bergamonews.it/2025/10/23/spirano-cala-il-sipario-sul-biometano-e-sulle-aree-agricole-spuntano-nuovi-vincoli/841831/

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Le 45 maggiori aziende di carne e latticini emettono più gas serra dell’intera Arabia Saudita (cioè il 2° produttore di petrolio)

di Luisiana Gaita

Le società del settore inquinano più di Ue e Regno Unito. Al primo posto il colosso brasiliano Jbs, al ventesimo il gruppo italiano Cremonini, con oltre 14 milioni di tonnellate di Co2 equivalenti prodotte nel 2023

Le 45 maggiori aziende di carne e latticini emettono più gas serra dell’intera Arabia Saudita (cioè il 2° produttore di petrolio)

In due anni, tra il 2022 e il 2023, le 45 maggiori aziende produttrici di carne e latticini al mondo hanno generato complessivamente oltre un miliardo di tonnellate di emissioni di gas serra, più di quelle dell’Arabia Saudita, secondo produttore di petrolio globale. E più emissioni di metano di quelle generate, solo nel 2023, da tutti i Paesi di Unione Europea e Regno Unito. Sono le nuove stime pubblicate in un’analisi a firma di FoodriseFriends of the Earth U.S., Greenpeace Nordic e Institute for Agriculture and Trade Policy, in vista della Conferenza delle Parti sul Clima, la Cop 30, che si terrà in Brasile dal 10 al 21 novembre. Il dossier, dal titolo ‘Arrostendo il Pianeta: le grandi emissioni dei grandi della carne e dei latticini”, evidenzia come i primi cinque emettitori in classifica (JbsMarfrigTysonMinerva e Cargill) abbiano prodotto insieme circa 480 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra nel 2023, superando quelle generate dai colossi petroliferi ChevronShell o BP. Tra le 45 aziende della lista c’è anche il Gruppo Cremonini, che si piazza al ventesimo posto. “Mentre i leader del mondo si preparano a presenziare alla Cop 30, che quest’anno si tiene nel cuore dell’Amazzonia devastata dai colossi della carne, gli scienziati hanno ben chiaro che la mancata riduzione delle emissioni zootecniche ci condurrà ben oltre la soglia limite di 1,5°C di surriscaldamento globale, a un passo dalla catastrofe climatica” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia.

Emissioni i gas serra come quelle dei Paesi più inquinanti – Il colosso della carne brasiliano Jbs svetta su tutti gli altri, generando quasi un quarto di tutte le emissioni prodotte dalle aziende analizzate, con oltre 240 milioni di tonnellate di Co2 equivalenti nel 2023. Tre quarti delle emissioni di gas serra stimate, invece, provengono da sole 15 delle 45 aziende prese in esame. Un dato che mette in evidenza il peso sproporzionato dei giganti della carne e dei latticini. “Se tutte le aziende considerate nello studio fossero un Paese – si legge nel report – rappresenterebbero la nona nazione al mondo per emissioni di gas serra”.

Il Gruppo Cremonini al ventesimo posto – Nella classifica c’è anche il Gruppo Cremonini, con 14,41 milioni di tonnellate di Co2 equivalenti prodotte nel 2023, a fronte di un totale di 42,8 milioni di tonnellate di emissioni zootecniche stimate dalla Fao per l’Italia“tra i più potenti e influenti attori nel settore della zootecnia in Italia – ricorda Greenpeace – che controlla Inalca, leader per le carni bovine e conosciuta per diversi suoi brand come Montana e Manzotin”. Secondo una recente indagine condotta da Greenpeace Italia in collaborazione con Fondazione Openpolis “Inalca fa anche parte (insieme a La PellegrinaTre ValliGranarolo e Galbani) delle prime cinque aziende italiane con i maggiori ricavi nel campo della carne e dei latticini”. Si parla di profitti miliardari, pari – per Inalca – a più di 1,6 miliardi di euro, secondo gli ultimi bilanci disponibili. “Al centro del nostro sistema agroalimentare dovrebbero esserci le aziende agricole che contribuiscono al ripristino della natura e delle comunità, con produzioni basate su modelli di tipo agroecologico e non i maxi allevamenti controllati dalle multinazionali” commenta Simona Savini.

Più della metà delle emissioni derivano dal metano – Dal report emerge un altro aspetto: il 51% delle emissioni stimate deriva dal metano che, secondo gli scienziati, deve essere drasticamente ridotto entro la fine del decennio per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Affinché diminuiscano del 45% entro il 2030, gli autori del report chiedono, tra le altre cose, di introdurre dati obbligatori e trasparenti sulla produzione aziendale e la rendicontazione delle emissioni, di stabilire obiettivi vincolanti per la riduzione totale delle emissioni di gas serra provenienti dall’agricoltura, inclusi obiettivi separati e specifici per la riduzione del metano e di attuare politiche che limitino la sovrapproduzione e il continua su:Aziende carne e latticini: emissioni più alte dell’Arabia Saudita | Il Fatto Quotidiano

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Il nuovo impianto

Ricorso in ritardo, i No biogas contro il Comune di Ferrara: «Incompetenza o malafede?»

Ricorso in ritardo, i No biogas contro il Comune di Ferrara: «Incompetenza o malafede?»

Comitati critici dopo la bocciatura del ricorso sulla centrale di Gaibanella


Ferrara Dopo la bocciatura da parte del Tar dell’Emilia-Romagna riguardo al ricorso del Comune di Ferrara sulla realizzazione dell’impianto a biometano di Gaibanella, arriva la dura reazione del coordinamento No biogas assieme a Rete Giustizia Climatica Ferrara.
«In primo luogo – spiegano le associazioni – ci tocca notare che il ricorso non è mai stato reso pubblico e, quindi, non è dato conoscere le motivazioni che lo hanno supportato. Anche questo denota l’idea di “partecipazione” che continua a provenire dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Poi, come abbiamo sollevato anche in passato, ci tocca rimarcare come l’Amministrazione abbia usato due pesi e due misure rispetto a situazioni analoghe. Si è proceduto al ricorso rispetto all’impianto di Gaibanella e nulla di tutto ciò è stato messo in campo per quanto riguarda l’impianto di Villanova».

I comitati incalzano: «Soprattutto, però, non può non colpire il fatto che il ricorso sia stato rigettato perché presentato in ritardo rispetto ai tempi previsti per tale atto. Non si può certamente invocare come scusante il dimezzamento dei tempi per i ricorsi al Tar sugli impianti che usufruiscono dei finanziamenti provenienti dal Pnrr, come quelli relativi al biometano. Questo ritardo ingiustificato, oltre a evidenziare lo spreco di soldi pubblici, fa emergere come l’Amministrazione comunale si sia mossa in termini assolutamente incomprensibili e inaccettabili. Dapprima il Consiglio comunale, all’unanimità, il 2 dicembre 2024 decide di opporsi all’autorizzazione dell’impianto, poi il sindaco, in pompa magna, si presenta alla Conferenza dei servizi indetta da Arpae per annunciare la forte opposizione dell’Amministrazione comunale e, successivamente, proclama di ricorrere al Tar».

«A fronte del ritardo con cui esso è stato fatto – concludono i comitati – non si può che trarre una conclusione: o l’amministrazione comunale si è mossa in modo del tutto incompetente e dilettantesco, oppure siamo di fronte ad una scelta voluta, di chi afferma pubblicamente di contrastare la proliferazione di impianti di biometano e poi, al riparo dei riflettori, si comporta perché tutto ciò …continua su:

https://www.lanuovaferrara.it/ferrara/cronaca/2025/10/21/news/incompetenza-oppure-malafede-i-no-biogas-attaccano-il-comune-1.100778600

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Il TAR ritiene irricevibile il ricorso del Comune di Ferrara
contro l’impianto di biometano di Gaibanella
INCOMPETENZA O LINGUA BIFORCUTA DELL’AMMISTRAZIONE COMUNALE?

Apprendiamo dalla stampa che il Tar Emilia-Romagna ha dichiarato irricevibile il
ricorso del Comune di Ferrara per contrastare la realizzazione dell’impianto di
biometano di Gaibanella.
In primo luogo, ci tocca notare che il ricorso del Comune di Ferrara non è mai stato
reso pubblico e, quindi, non è dato conoscere le motivazioni che lo hanno supportato.
Anche questo denota l’idea di “partecipazione” che continua a provenire
dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Poi, come abbiamo sollevato anche in
passato, ci tocca rimarcare come l’Amministrazione abbia usato due pesi e due
misure rispetto a situazioni analoghe, per cui si è proceduto al ricorso rispetto
all’impianto di Gaibanella e nulla di tutto ciò è stato messo in campo per quanto
riguarda l’impianto di Villanova.
Soprattutto, però, non può non colpire il fatto che il ricorso sia stato rigettato
perché presentato in ritardo rispetto ai tempi previsti per tale atto. Non si può
certamente invocare come scusante il dimezzamento dei tempi per i ricorsi al TAR
sugli impianti che usufruiscono dei finanziamenti provenienti dal PNNR, come quelli
relativi al biometano.
Questo ritardo ingiustificato, oltre a evidenziare lo spreco di soldi pubblici ( quanto è
costato l’onorario riconosciuto al legale per la sua redazione?), fa emergere come
l’Amministrazione comunale si sia mossa in termini assolutamente
incomprensibili e inaccettabili. Dapprima il Consiglio comunale, all’unanimità, il 2
dicembre 2024 decide di opporsi all’autorizzazione dell’impianto, poi il sindaco, in
pompa magna, si presenta alla Conferenza dei servizi indetta da ARPAE per
annunciare la forte opposizione dell’Amministrazione comunale e, successivamente,
proclama di ricorrerere al TAR. A fronte del ritardo con cui esso è stato fatto, non
si può che trarre una conclusione: o l’amministrazione comunale si è mossa in
modo del tutto incompetente e dilettantesco, senza alcun elemento di minima
“professionalità”, oppure siamo di fronte ad una scelta voluta, di chi afferma
pubblicamente di contrastare la proliferazione di impianti di biometano e poi, al
riparo dei riflettori, si comporta perché tutto ciò avvenga.
Lasciamo ai cittadini giudicare quale sia l’ipotesi corretta, anche sulla base dei passi
che intenderà compiere l’Amministrazione comunale, sapendo che comunque sia
l’insipienza che la lingua biforcuta sono un grave peccato per chi dovrebbe guardare
alla tutela dell’interesse pubblico

COORDINAMENTO PROVINCIALE COMITATI
NOBIOGAS/ BIOMETANO
RETE GIUSTIZIA CLIMATICA FERRARA

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Centrale a biometano, ricorso al Tar irricevibile: “Incompetenza dell’amministrazione?”

Il coordinamento dei comitati contrari agli impianti e Rete giustizia climatica chiedono lumi

Una manifestazione del passato

“Apprendiamo che il Tar Emilia-Romagna ha dichiarato irricevibile il ricorso del Comune di Ferrara per contrastare la realizzazione dell’impianto di biometano di Gaibanella. In primo luogo, ci tocca notare che il ricorso del Comune di Ferrara non è mai stato reso pubblico e, quindi, non è dato conoscere le motivazioni che lo hanno supportato. Anche questo denota l’idea di “partecipazione” che continua a provenire dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Poi, come abbiamo sollevato anche in passato, ci tocca rimarcare come l’Amministrazione abbia usato due pesi e due misure rispetto a situazioni analoghe, per cui si è proceduto al ricorso rispetto all’impianto di Gaibanella e nulla di tutto ciò è stato messo in campo per quanto riguarda l’impianto di Villanova.
Soprattutto, però, non può non colpire il fatto che il ricorso sia stato rigettato perché presentato in ritardo rispetto ai tempi previsti per tale atto. Non si può certamente invocare come scusante il dimezzamento dei tempi per i ricorsi al Tar sugli impianti che usufruiscono dei finanziamenti provenienti dal Pnrr, come quelli relativi al biometano.
Questo ritardo ingiustificato, oltre a evidenziare lo spreco di soldi pubblici (quanto è costato l’onorario riconosciuto al legale per la sua redazione?), fa emergere come l’Amministrazione comunale si sia mossa in termini assolutamente incomprensibili e inaccettabili. Dapprima il Consiglio comunale, all’unanimità, il 2 dicembre 2024 decide di opporsi all’autorizzazione dell’impianto, poi il sindaco, in pompa magna, si presenta alla Conferenza dei servizi indetta da Arpae per annunciare la forte opposizione dell’Amministrazione comunale e, successivamente, proclama di ricorrere al Tar. A fronte del ritardo con cui esso è stato fatto, non si può che trarre una conclusione: o l’amministrazione comunale si è mossa in modo del tutto incompetente e dilettantesco, senza alcun elemento di minima ‘professionalità’, oppure siamo di fronte ad una scelta voluta, di chi afferma pubblicamente di contrastare la proliferazione di impianti di biometano e poi, al riparo dei riflettori, si comporta perché tutto ciò avvenga.
Lasciamo ai cittadini giudicare quale sia l’ipotesi corretta, anche sulla base dei passi che intenderà compiere l’Amministrazione comunale, sapendo che comunque sia l’insipienza che la lingua biforcuta sono un grave peccato per chi dovrebbe guardare alla tutela dell’interesse pubblico”.
Coordinamento provinciale comitati ‘No Biogas/biometano’
Rete giustizia climatica Ferrara

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Centrale a biometano, ricorso al Tar irricevibile: “Incompetenza dell’amministrazione?”
https://www.ferraratoday.it/cronaca/ricorso-tar-centrale-biometano-gaibanella-rete-giustizia-climatica.html
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Le emissioni fuggitive degli impianti di biogas

Mario A. Rosato

Problema vero o paranoia ecologista? A cura di Mario A. Rosato

Le emissioni negli impianti di biogas sono un problema?
Emissioni di metano da una vasca di stoccaggio di digestato aperta, rilevate mediante immagine iperspettrale ad alta risoluzione. Si osservi come un debole vento aumenta la concentrazione di metano in alcuni punti della superficie (aree di colore giallo) – Fonte foto: Environ. Sci. Technol. 2024, 58, 8, 3766-3775 https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.est.3c06810

La produzione e il trasporto dei gas, a prescindere dal fatto che si tratti di biometano, gas naturale, idrogeno o gas tecnici, comportano sempre delle piccole perdite inevitabili, dovute a ragioni tecniche (sfiati per sovrappressione), fortuite (flange e giunti deteriorati) o accidentali (rottura o atti di sabotaggio di condotte, valvole e serbatoi).

Uno degli argomenti più abusati dai gruppi vegani anti zootecnici e dagli ecologisti anti biogas è quello del maggiore potenziale di effetto serra del metano rispetto alla CO2. I primi accusano le emissioni enteriche degli animali da allevamento, ma non considerano che sono probabilmente della stessa entità delle emissioni provenienti dalle vasche Imhoff residenziali (che altro non sono che digestori semi anaerobici con scarico diretto del biogas in atmosfera), dai tombini fognari e dalle emissioni enteriche degli esseri umani, che però non sono mai state incluse nei calcoli climatici.

I secondi si oppongono alla costruzione degli impianti di biogas perché, secondo la loro logica, il biometano è chimicamente identico al gas naturale e quindi è responsabile del cambiamento climatico quanto lo è il gas naturale. Ciò che sfugge ai no biogas (o che volutamente ignorano) è che le perdite di biometano sono di gran lunga inferiori a quelle del gas naturale (rilevabili addirittura dallo spazio, vedi Foto 1).

Mappa delle emissioni di metano
Foto 1: Emissioni di metano dall’industria dei combustibili fossili

(Fonte: Nasa)


Se da un lato è vero che il metano ha un Gwp (global warming potential) convenzionalmente assunto pari a 25 volte quello della CO2 (come descritto in questo articolo), dall’altro è altrettanto vero che le emissioni fuggitive imputate agli impianti di biogas sono probabilmente esagerate dalle posizioni ideologiche di alcuni dei sostenitori dell’attuale amministrazione di Ursula von der Leyen.

È dunque necessario quantificare esattamente le perdite di metano dagli impianti per fugare ogni dubbio, ma il semplice bilancio di massa non è adatto a questo scopo. Il motivo è che l’errore assoluto di misurazione della differenza tra la portata di biomassa in entrata e quella di biogas (o biometano) in uscita è pari alla somma degli errori assoluti delle due grandezze misurate. Poiché le fughe di gas sono dello stesso ordine di grandezza degli errori di misurazione, il valore delle perdite calcolato per differenza presenta un’incertezza tendente a infinito.


Attualmente, non esiste uno standard europeo per la misurazione delle perdite di biogas dagli impianti di digestione anaerobica. Esistono però diverse tecnologie:

  • TDLidar (Tunable Diode Light Detection and Ranging). Questa tecnologia esegue l’analisi continua della radiazione infrarossa emessa dallo strumento stesso a una determinata lunghezza d’onda e retrodiffusa dall’ambiente. Poiché il metano assorbe selettivamente la radiazione infrarossa a una determinata lunghezza d’onda, mentre l’aria no, la differenza tra la potenza del fascio in uscita e quella del fascio retrodiffuso è proporzionale alla concentrazione di metano nell’aria;
  • Camera a infrarossi. Si tratta di uno strumento analogo a quello utilizzato nelle rilevazioni satellitari. A differenza del TDLidar, la camera a infrarossi non genera un fascio di infrarossi puntato sull’oggetto, ma è in grado di eseguire l’analisi termica e spettrale della luce proveniente dall’oggetto sul quale viene puntata. La presenza di punti neri nella banda di assorbimento degli infrarossi corrispondente al metano indica la presenza di fughe;
  • Cercafughe a infrarossi. Questa tecnologia richiede l’aspirazione di un campione d’aria dal punto in analisi. L’aria viene immessa in una cavità dotata di un Led che emette infrarossi a una precisa lunghezza d’onda e di un sensore a infrarossi selettivo in grado di rilevare la concentrazione di metano;
  • Cercafughe di tipo sniffer. Si tratta di un dispositivo che funge da naso elettronico: una pompetta integrata nello strumento aspira l’aria che entra in contatto con dei sensori elettronici posizionati all’interno dell’apparecchio che rilevano l’eventuale presenza di metano. Nella versione più economica, utilizzata dai termotecnici per individuare le perdite di gas da tubi, flange, valvole e caldaie, la presenza di metano genera un segnale acustico di allarme, senza indicare la concentrazione né la portata. Pertanto, è utile solo per individuare i punti in cui è necessario intervenire per le riparazioni;
  • Analizzatore portatile di biogas. Si tratta di uno strumento che preleva il biogas da una conduttura per analizzarne la composizione. È già in dotazione a molti impianti di biogas, ma poiché è calibrato per le concentrazioni di metano abituali (45-65%), il suo uso come rilevatore di fughe è discutibile;
  • Gascromatografo. È uno strumento specifico per l’analisi della composizione chimica dei gas, ma in genere non è portatile. È dunque necessario prelevare dei campioni d’aria in apposite sacche di Tedlar e portarli in laboratorio per l’analisi. Il vantaggio di questa tecnologia è che consente di individuare tutti i gas e i vapori presenti nell’aria: metano, idrogeno solforato, ammoniaca e composti organici volatili (Voc). In questo modo, oltre a quantificare le emissioni fuggitive di metano, è possibile identificare anche le sostanze odorose. Per misurare le emissioni complessive dell’impianto, escludendo l’eventuale presenza di metano da altre fonti, viene utilizzato l’esafluoruro di zolfo (SF6) come marcatore. Questo metodo comporta però delle incertezze notevoli, legate alla modellazione matematica dei processi di diffusione del gas in funzione del vento e altri parametri meteorologici rilevati al momento di realizzare il campionamento dell’aria.

Come il lettore può già intuire, la scelta di una tecnologia piuttosto che di un’altra è difficile. I sistemi TDLidar e a infrarossi sono estremamente selettivi e consentono di individuare rapidamente la posizione e l’entità delle perdite di metano con un semplice scatto fotografico. L’analisi dei dati delle foto è tutt’altro che semplice, pertanto, oltre all’elevato costo dello strumento, è necessario ingaggiare un professionista qualificato per condurre l’indagine. I cercafughe sono strumenti semplici da usare e dal costo accessibile, ma per individuare le fughe è necessario “annusare” ogni punto dell’impianto. Questo è facile lungo tubazioni, valvole e giunti, ma diventa difficile, se non impossibile, individuare piccoli fori nelle cupole gasometriche e in altri punti difficilmente accessibili. Inoltre, questi strumenti in genere non misurano l’entità delle emissioni, ma ne indicano solo la presenza.


Nel caso specifico delle cupole gasometriche, un certo livello di perdite è imputabile alla microporosità delle membrane in plastica. La maggior parte degli impianti italiani ha una copertura a doppia membrana, con quella più esterna tenuta in pressione da una soffiante. Le perdite di metano per diffusione, eventuali fori o lacerazioni attraverso la membrana interna, si possono dunque rilevare e calcolare facilmente analizzando l’aria in uscita dall’intercapedine. Secondo uno studio condotto dal Crpa, il Centro Ricerche Produzioni Animali, le perdite di metano dalle cupole, oltre a rappresentare un impatto ambientale, hanno anche un costo economico che varia dai 700 euro l’anno (0,1% di CHnell’aria in uscita dall’intercapedine fra le membrane) ai 35.040 euro l’anno (5% di CH4 nell’aria in uscita dall’intercapedine fra le membrane).


È innegabile che gli impianti di biogas emettano metano nell’atmosfera, ma secondo l’autore il problema viene troppo enfatizzato dai pregiudizi cognitivi che abbiamo più volte denunciato in questa rubrica, in particolare la tendenza a generalizzare casi specifici di impianti progettati o gestiti male all’intero settore agroenergetico.

Non è necessario essere laureati in chimica ambientale per capire che gli impianti più datati, privi di copertura della vasca di stoccaggio e poco manutenuti, sono fonti di emissioni di metano e cattivi odori. Per fortuna, però, oggi questi impianti costituiscono l’eccezione piuttosto che la regola.

In un impianto ben gestito, il proprietario ha interesse a minimizzare le emissioni fuggitive di metano, in quanto rappresentano una perdita economica. L’eventuale emanazione di una norma che consenta la misurazione affidabile delle emissioni fuggitive sarà dunque accolta con favore sia dagli investitori e dai gestori degli impianti, sia dagli ecologisti che si oppongono alla loro operatività. I primi potranno finalmente identificare e azzerare le perdite di metano migliorando i propri profitti, mentre i secondi potranno finalmente dormire sonni tranquilli riguardo all’effettivo valore ecologico della digestione anaerobica.

Siamo però ancora lontani dall’auspicato traguardo, perché il problema non riguarda solo la tecnologia di rilevamento. Bisognerà anche definire la frequenza dei rilevamenti, perché le emissioni non sono necessariamente continue (si pensi, ad esempio, allo sfiato delle valvole di sovrappressione, che avviene in modo casuale e per brevissimi istanti) e la metodologia per calcolare la portata effettiva di metano… continua su:

https://agronotizie.imagelinenetwork.com/bio-energie-rinnovabili/2025/10/15/le-emissioni-fuggitive-degli-impianti-di-biogas/88264

Food&Science Festival – Lab Ferrara 2025, l’incontro tra agricoltura e scienza

https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2025/10/09/foodampscience-festival-lab-ferrara-2025-l-incontro-tra-agricoltura-e-scienza/88228

Giulia Romualdi

Appuntamento il prossimo 17 ottobre a Ferrara con “Campi di futuro. Le scelte di oggi per l’agricoltura di domani”

Nell'articolo il programma dell'evento con focus sui tre panel
Il programma del Food&Science – Lab Ferrara 2025 (Foto di archivio) – Fonte foto: © uladzimirzuyeu – Adobe Stock

A Ferrara torna l’appuntamento con l’agricoltura e la scienza. Sì, perché il prossimo 17 ottobre, presso la cornice di Palazzo Roverella, andrà in scena la quarta edizione del Food&Science – Lab Ferrara 2025, l’evento di avvicinamento al Food&Science Festival di Mantova che è promosso da Confagricoltura Mantova, ideato da Frame – Divagazioni Scientifiche e organizzato da Mantova Agricola.

“Campi di futuro. Le scelte di oggi per l’agricoltura di domani” è il titolo dell’incontro che vedrà la partecipazione di numerosi esperti e autorità locali per parlare di Politica Agricola Comune, formazione in agricoltura, tecnologie e nuove frontiere energetiche.

“Alla sua quarta edizione il Food&Science Festival – Lab Ferrara continua a essere una casa comune in cui si incontrano impresa, scienza, politica e cittadinanza” ha affermato Francesco Manca, presidente di Confagricoltura Ferrara, elencando le tematiche oggetto dell’incontro, ovvero, “quale sarà il futuro delle politiche europee nel nostro settore, come strutturare una formazione moderna adatta alle necessità delle imprese e quali opportunità dalle agroenergie per le imprese e i territori”.

Il programma del Food&Science – Lab Ferrara 2025

Si partirà alle ore 10:00 con i saluti istituzionali, per continuare alle 10:30 con il primo panel su “La Pac oltre il 2027. Quali strategie per un’agricoltura europea competitiva?”, che vedrà anche una tavola rotonda con europarlamentari e non solo.

Dopo il pranzo a buffet, nel pomeriggio si ripartirà con l’assegnazione del “Premio Innovazione e Scuola” promosso da Confagricoltura Ferrara.

A seguire, alle 15.15, il secondo panel dedicato a “Dal trattore al drone come cambiano lavoro e formazione in agricoltura”: uno sguardo in prospettiva sotto vari profili grazie al contributo di accademici e educatori formatori.

Infine, il terzo panel, “Biometano e agrivoltaico: le nuove frontiere energetiche dell’agricoltura?”, è previsto alle ore 16:30. Sarà un momento confronto tra relatori, docenti universitari, tecnici e operatori del sistema bancario.

L’evento, a ingresso libero, è moderato da Frame – Divagazioni Scientifiche.

Promotori sono Confagricoltura Ferrara e Anga Ferrara.

Per maggiori informazioni sull’evento è possibile consultare la locandina e questa pagina.

Autore: Giulia Romualdi

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Centrale biogas convertita. A giugno sarà a biometano

La struttura che si trova a Bondeno è tra gli impianti più grandi del nord Italia. Approvata l’intesa tra la giunta e la società agricola che la gestisce.

Dall’alto il più grande impianto del nord Italia, che si trova a Bondeno

Dall’alto il più grande impianto del nord Italia, che si trova a Bondeno

La Centrale da biogas a biometano al centro degli intenti. La giunta ha approvato la bozza di accordo tra il comune e la società agricola che gestisce gli impianti di via per Zerbinate. Burocrazia e progetti dei privati che passano, per legge, attraverso le osservazioni e le approvazioni degli enti pubblici. Ha 4 centrali. E il più grande impianto del nord Italia e si trova a Bondeno. Dopo mesi di lavoro, riunioni in Conferenza dei servizi, osservazioni da parte del Comune e degli altri enti coinvolti, si è arrivati ad autorizzare “la revisione impiantistica delle centrali a biomasse e ad uno schema di accordo per quanto riguarda il rapporto tra il territorio e la società agricola gestrice degli impianti di via per Zerbinate”. Impianti, fino ad oggi, a biogas, ma che saranno riconvertiti presto a biometano, prima di entrare in funzione entro il giugno del 2026.

Tutto si muove sulla legge nazionale che regola la materia. Adesso c’è la bozza di accordo. E’ stata redatta e approvata. Il gruppo titolare degli impianti ha infatti deciso di investire per contenere la gestione delle acque, che verranno trattate in un nuovo impianto di depurazione interno all’area, e dei percolati, che avevano procurato in passato disagi di natura odorigena. Il procedimento è stato curato interamente da Arpa Emilia-Romagna, che ha convocato la Conferenza dei servizi e gestito la parte autorizzativa. Il Comune di Bondeno, al pari dell’azienda sanitaria e dei vari gestori dei sottoservizi, ha posto nelle sedi istituzionali le proprie osservazioni, le quali hanno portato all’autorizzazione del nuovo impianto e conseguentemente alla definizione dell’accordo alla base della bozza approvata nel corso dell’ultima riunione di Giunta. Accordo nel quale sono inserite anche le misure di compensazione ambientale previste per legge.

Tra le questioni accolte dall’azienda e segnalate dagli uffici tecnici comunali, vi era quella dell’impermeabilizzazione della vasca di accumulo, assieme alla questione dei biofiltri sopra le centrifughe. Con la copertura di alcune trincee per gli stoccaggi. Il Comune di Bondeno, al termine dei lavori della Conferenza dei servizi, è stato chiamato ad inviare il proprio parere. Comprende il permesso di costruire, il parere urbanistico e sanitario in merito alle emissioni in atmosfera. Di fatto verrà completamente dismesso il cogeneratore responsabile di alcune emissioni. Entro giugno l’azienda deve

…continua su:https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/centrale-biogas-convertita-a-giugno-293a6614

Claudia Fortini

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A Scortichino la Festa dell’Unità ha il pollice verde. L’intervista all’assessora regionale Priolo

Mirco Peccenini

A Scortichino la Festa dell’Unità ha il pollice verde. L'intervista all'assessora regionale Priolo

Agrivoltaico e ambiente i temi caldi affrontati al tavolo con il caporedattore della Nuova Ferrara. E sulle elezioni: «Per il Comune scegliete un buon candidato perché alle amministrative si vota la persona»

Scortichino Agrivoltaico, ambiente, futuro. La Festa dell’Unità di Scortichino ha aperto una pagina sui temi green, recuperando venerdì sera il dibattito con l’assessora regionale (ambiente, mobilità e trasporti) Irene Priolo, rinviato lo scorso giugno. A introdurre la serata è stato il segretario locale del Pd, Tommaso Corradi, mentre a intervistare l’esponente della giunta regionale c’era il caporedattore de la Nuova Ferrara, Francesco Dondi.

Si parte dall’agrivoltaico e dal rischio di veder riempire i campi di pannelli solari. «Manca una programmazione nazionale – taglia corto Priolo – Gli operatori arrivano e ti presentano domande per fotovoltaico e agrivoltaico a terra. Ci sono aree idonee, che sono quelle vicine alle autostrade o agli impianti industriali. Qui si possono mettere impianti a terra, negli altri casi si va verso l’agrivoltaico. Vorremmo porre un limite: se su un fondo si vuole fare un parco agrivoltaico, lo si può fare solo nel 10% del terreno agricolo. Se fossimo arrivati a una norma nazionale, oggi avremmo uno strumento. A un certo punto, ritengo che il Governo non voglia fare quello che è stato indicato anche dal Tar, ma che consenta a tutti di andare avanti in modo non regolamentato».

continua su:https://www.lanuovaferrara.it/ferrara/cronaca/2025/09/28/news/a-scortichino-la-festa-dell-unita-ha-il-pollice-verde-l-intervista-all-assessora-regionale-priolo-1.100767315#google_vignette

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A Confindustria Emilia Sede di Ferrara
g.pirazzoli@confindustriaemilia.it
Al Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara
direzione@bonificaferrara.it

All’Ente di Gestione Parco Delta del PO
parcodeltapo@cert.parcodeltapo.it
All’AUSL di Ferrara
Dipartimento Sanità Pubblica
dirdsp@ausl.fe.it
Al Coordinamento prov.le no biogas/biometano
Rete Giustizia Climatica Ferrara
rgc.ferrara@gmail.com
Alla Presidente CDS – Cultura
cdscultura@gmail.com
A Legambiente Sezione di Ferrara
info@legambienteferrara.it
e p.c. Alla Prefettura di Ferrara
prefettura.ferrara@interno.it

Ai Comuni della Provincia di Ferrara

Ai Consiglieri Provinciali
LL.II.


OGGETTO: Convocazione Tavolo provinciale impianti energetici e fonti rinnovabili
Gent.me/mi,
La forte accelerazione dell’installazione d’impianti di biometano e fonti rinnovabili nel
territorio provinciale ferrarese e le diverse sollecitazioni da più parti pervenute, hanno portato l’Ente
Provincia ad approvare una risoluzione nella seduta del Consiglio provinciale del 27 luglio u.s, con
la quale la Provincia stessa si impegna, nell’ambito delle proprie competenze, a promuovere un
tavolo di confronto permanente tra Enti locali, Associazioni di categoria agricole, operatori del
settore energetico e stakeolder, con l’intento di garantire un confronto costruttivo sul tema in
Riproduzione cartacea del documento informatico sottoscritto digitalmente da
GARUTI DANIELE il 15/09/2025 14:08:24
ai sensi dell’art. 20 e 23 del D.lgs 82/2005
Protocollo Generale: 2025 / 34296 del 15/09/2025

relazione alla normativa vigente, all’interesse pubblico, alla tutela della salute pubblica e alla
morfologia del territorio rurale.
A tal fine, sono con la presente a convocare il Tavolo provinciale per impianti energetici e
da fonti rinnovabili
Mercoledì 15 ottobre 2025 alle ore 9.30 in modalità mista.
In videoconferenza al seguente link: meet.google.com/inq-cqwd-qwf
In presenza: presso la Sala 9 del piano terra della sede di Corso Isonzo, 105.
Per motivi organizzativi si chiede un cortese cenno di riscontro a mezzo e-mail a
(simonetta.rizzo@provincia.fe.it).
Nell’attesa di incontrarVi l’occasione è gradita per porgere cordiali saluti


Ferrara 15/09/2025
Il Presidente
GARUTI DANIELE
Documento informatico firmato digitalmente

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Arriva un impianto a biometano

L’assessore Marangoni: “L’investimento è un’opportunità di crescita sostenibile”

Leandro Maggi

Leandro Maggi

provincia.ro@lavoce-nuova.it

12.09.2025 – 21:00

Arriva un impianto a biometano

Con la firma della convenzione tra il Comune e la Green House Srl, avvenuta alla presenza del segretario comunale Ruggero Tieghi, prende ufficialmente avvio il percorso che porterà alla costruzione di un moderno impianto per la produzione di biometano.

Un’infrastruttura che segna una svolta non solo sul fronte ambientale, ma anche su quello economico e sociale per l’intero territorio.

Il progetto, infatti, rappresenta un passo importante verso la sostenibilità: l’impianto produrrà biometano attraverso la digestione anaerobica di scarti agricoli e rifiuti organici, trasformando ciò che oggi è considerato rifiuto in una risorsa energetica pulita. L’energia prodotta verrà immessa direttamente nella rete nazionale del gas, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale e a favorire la transizione verso fonti rinnovabili.

Un altro aspetto significativo riguarda la trasparenza e il ritorno per i cittadini. La Green House Srl ha già versato nelle casse comunali oneri compensativi per 625.000 euro. Una somma consistente che, una volta operativo l’impianto, verrà destinata a progetti di interesse pubblico. Questi fondi, accantonati in un fondo di riserva, potranno finanziare opere e servizi capaci di migliorare la qualità della vita dei residenti, rafforzando il legame tra impresa e comunità.

La società, inoltre, ha previsto di organizzare una serata pubblica dedicata alla presentazione del progetto. Un’iniziativa che conferma l’approccio aperto e partecipativo dell’azienda.

“L’investimento non si limita alla costruzione di un impianto, ma si traduce in un’opportunità di crescita sostenibile, capace di guardare al futuro con una prospettiva innovativa.”….

Continua su:https://www.polesine24.it/cronaca/2025/09/12/news/arriva-un-impianto-a-biometano-376805/?_gl=1*16c0ypa*_up*MQ..*_ga*MTU1MDkwNTkwMy4xNzU3OTI3ODIy*_ga_

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La sansa per il biogas? Sentenza choc, allarme tra i frantoiani

Non viene più riconosciuto il doppio incentivo del Gse se prima non passa da un sansificio per togliere tutto l’olio che va prioritariamente destinato all’alimentazione umana. Ora c’è il rischio che per essere ritirata il frantoiano debba pagare

Francesco Cherubini

È una sentenza destinata a far rumore quella emessa dal Consiglio di Stato che ha stabilito che la sansa di oliva non può più beneficiare di un doppio incentivo per la produzione di biometano, se può essere utilizzata per scopi alimentari. Insomma, prima di essere destinata al biodigestore, la sansa andrebbe depurata da tutto l’olio che ancora conserva, praticamente imponendo un passaggio prima al sansificio. Solo a quel punto, non avendo più un utilizzo alimentare, può essere ammessa all’incentivo se destinata a fini energetici. La decisione impone al GSE (Gestore dei Servizi Energetici) di rivedere le regole, dando priorità all’uso della sansa per la produzione di olio alimentare secondo il principio europeo “food first”. A darne notizia, confermando le voci che stavano già circolando, è stato il sito RiciclaNews.

La sentenza del Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso di alcuni produttori di olio di sansa, ha così parzialmente annullato le disposizioni del decreto del 2 marzo 2018 che permettevano di riconoscere un doppio incentivo (“double counting”) anche alla sansa umida – bifasica – utilizzata per il biometano.

Secondo i giudici, il GSE, il Ministero dell’agricoltura e il Comitato biocarburanti non avevano valutato a sufficienza quali tipi di sansa fossero adatti per usi non energetici, né avevano considerato l’impatto sul mercato. La sentenza sottolinea che la sansa umida può essere utilizzata per produrre olio di sansa alimentare e che un’incentivazione “ampia e incondizionata” per il biometano causerebbe rilevanti distorsioni di mercato, violando il principio di utilizzo a cascata della biomassa (prima per il cibo, poi per l’energia).

Le conseguenze per il mercato

Già nel 2015, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva segnalato il rischio di distorsioni causate dagli incentivi per la sansa. La nuova sentenza rileva che, a partire da quell’anno, la quantità di sansa presa in carico dai sansifici è sensibilmente diminuita, a svantaggio della produzione di olio di sansa.

La decisione del Consiglio di Stato è storica perché per la prima volta in Italia sancisce l’obbligo di rispettare il principio “food first”, un concetto ribadito anche dalla direttiva europea RED III sulle energie rinnovabili. A causa del mancato recepimento di questa direttiva, l’Italia ha recentemente ricevuto una nuova procedura di infrazione dall’Unione Europea.

Ora, il GSE dovrà rivedere il sistema di incentivi, garantendo che i sostegni economici per l’uso energetico della sansa vengano riconosciuti solo quando non sono possibili altri usi, tutelando così la concorrenza e, soprattutto, il mercato dell’olio di sansa.

Le conseguenze per i frantoiani

Gli effetti per i frantoiani? Estremamente preoccupanti. Perché gran parte dei frantoi italiani che lavorano a due fasi destinano da tempo la sansa per la produzione del biogas. Sono gli stessi titolari dei biodigestori che si fanno carico del ritiro, riconoscendo  in alcuni casi un compenso. Anche se spesso l’operazione avviene senza scambio di denaro, in virtù del fatto che il frantoiano si libererebbe comunque degli oneri per lo smaltimento, magari perché nel ritiro sono comprese anche le acque di vegetazione.

Per chi gestisce il biodigestore, infatti, la spesa del trasporto di cui si fa carico è compensata proprio dal doppio incentivo che riceve dal GSE. Cosa accadrà ora che il contributo non sarà più riconosciuto? Inevitabilmente, immaginano i frantoiani, c’è il rischio che il ritiro della sansa possa avvenire solo dietro pagamento. Anche perché, eventualmente, di sansifici ne sono rimasti davvero pochi in Italia e per migliaia di frantoi sono anche a distanze chilometriche enormi.  Per questo le associazioni di categoria sono già all’opera per leggere attentamente la sentenza e studiare le contromosse.

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Centrale a biometano in allestimento, Chiappini (Pd) chiede chiarimenti sul percolato

L’esponente Dem: “I digestori non sono ancora stati realizzati e mancano le vasche di raccolta”

Foto d’archivio

L’allestimento della centrale a biometano a Villanova di Denore è al centro di un’interpellanza della consigliera comunale del Partito Democratico Anna Chiappini. Una richiesta accompagnata dalla premessa che “giovedi 7 agosto si è svolto l’incontro del vicesindaco Balboni con i cittadini di Villanova di Denore”.

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Un incontro “per rispondere alle loro richieste di chiarimento sulla situazione del cantiere e i prossimi passaggi di costruzione della centrale, sulle misure da parte dell’Amministrazione per salvaguardare la salute dei cittadini e per concordare come verranno investiti i 400mila euro versati Da Apis Fe 1 al Comune come compensazione dei danni ambientali”.

L’esponente Dem ha aggiunto che “il giorno 11 agosto scorso i cittadini di Villanova hanno effettuato una prima segnalazione via Pec ad Arpae, Amministrazione comunale, Ausl, Consorzio di Bonifica, carabinieri Nucleo Forestale, denunciando il conferimento e lo stoccaggio, per diversi giorni, di ingenti quantitativi di trinciato di mais, che ha iniziato a fermentare, complici le alte temperature, e a produrre e riversare nel cantiere percolato maleodorante”.

Chiappini ha evidenziato che “è nei fatti che i digestori non sono ancora stati realizzati e mancano le vasche di raccolta, per cui i cittadini si chiedono dove verranno ricircolati i percolati. Esiste il rischio oggettivo che con le precedenti, recenti piogge il percolato, altamente inquinante, sia stato dilavato in falda”, e che “alla prima segnalazione ha risposto solo Arpae, intervenendo e inviando la relazione al Comune. Alla prima sono seguite altre due segnalazioni via Pec, anche al Comune, allo stato attuale senza risposta alcuna”.

La consigliera di opposizione ha rimarcato che “i residenti di Villanova non sono a conoscenza di possibili atti successivi che possano aver modificato l’autorizzazione originaria; durante l’incontro con il vicesindaco Balboni, tuttavia, è stato loro comunicato dell’esistenza di una procedura abilitativa semplificata sul cantiere della centrale di Villanova, presentata da Vorn Bioenergy Italia”.

Da qui alle domande al sindaco e all’assessore competente per sapere “se è stata approvata dal Comune tale procedura abilitativa semplificata. In caso negativo, l’accumulo di materiale non previsto dalla ricetta autorizzata nell’atto citato ne configurerebbe una chiara violazione”.

Chiappini ha inoltre chiesto, “in caso positivo, se è stata modificata la tipologia del materiale da conferimento”, e “dove si è riversato il percolato prodotto dal trinciato di mais, accumulato sul piazzale asfaltato, in assenza di opere di contenimento, non essendo quella di Villanova ancora una centrale attiva ma un cantiere”.


Centrale a biometano in allestimento, Chiappini (Pd) chiede chiarimenti sul percolato
https://www.ferraratoday.it/politica/centrale-biometano-allestimento-chiappini-pd-chiede-chiarimenti-percolato.html
© FerraraToday


ecoambiente

Digestore, i motori si (ri)scaldano

Ultimi atti in vista del via ai lavori per realizzare l’impianto di biometano di Sarzano. Il 2 settembre l’assemblea dei sindaci.

Alberto Garbellini

Alberto Garbellini

direttore.ro@lavoce-nuova.it

24.08.2025 – 08:00

A Sarzano sorgerà il digestore. A lato, il sindaco Valeria Cittadin

Ecoambiente si rimette in moto per i lavori al digestore di Sarzano. Si tratta dell’impianto di trattamento dei rifiuti che poche settimane fa ha ottenuto l’annuncio del finanziamento completo dell’opera. Da allora però il cantiere non ha visto il via alle ruspe, mancando una serie di atti indispensabili allo start della fase operativa.

Ecco allora che nel giro di alcuni giorni il tutto dovrebbe perfezionarsi. Per il 2 settembre, infatti, è stata convocata l’assemblea dei sindaci del controllo analogo, si tratta dei Comuni polesani soci di Ecoambiente che dovranno far scattare le operazioni legate all’appalto, ad iniziare dal pagamento di una parte dei lavori alla ditta incaricata e dell’accensione dei motori delle ruspe per avviare l’intervento.

La riunione dei sindaci ha come punti all’ordine del giorno l’attribuzione di deleghe e compensi dei componenti del Cda e l’operazione di cessione delle quote di Polesine Tlc. Per quel che riguarda i punti legati al Cda di Ecoambiente si tratta di approvare compensi e nomine già definiti dal Cda stesso. I ruoli all’interno del Cda erano già stati decisi, a livello politico, nelle scorse settimane (Pierpaolo Frigato presidente, Alberto Patergnani amministratore delegato e Patrizia Cassetta consigliere). Restavano da fare gli atti di definizione delle deleghe per l’amministratore delegato, che dovrebbero essere le stesse rispetto agli anni scorsi. Ecco allora che l’assemblea del 2 settembre dovrà rimettere in moto le procedure per l’inizio dei lavori di Sarzano. Prima dell’assemblea, inoltre, ci potrebbe essere un riunione del Cda per una serie di adempimenti tecnici.

Il conto alla rovescia per l’impianto di Sarzano era scattato, almeno nella sua ultima fase, prima dello scorso 10 agosto, quando i parlamentari del centrodestra avevano annunciato l’arrivo di circa 8 milioni di euro dal Ministero per completare il finanziamento dell’opera. Ecco allora che da più parti si era chiesto di velocizzare il via dell’intervento per riuscire a terminare l’impianto entro il termine del giugno 2026. Cosa che non è ancora avvenuta per via di una serie di accertamenti e verifiche chiesti dai tecnici di vertice della società che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti in Polesine. Approfondimenti che potrebbero essere considerati chiusi nel giro di pochi giorni. Il condizionale, però, resta d’obbligo, in quanto le evoluzioni della politica negli ultimi mesi hanno già definito, imposto, ritirato svolte e snodi non ancora del tutto risolti. Senza contare che negli ultimi mesi diverse riunioni dei soci Ecoambiente sono saltate per mancanza del numero legale dei presenti.

Resta il fatto che in molti considerano i prossimi 10 giorni decisivi, ritardare ulteriormente il via ai lavori di Sarzaano, infatti, potrebbe voler significare mettere a rischio la possibilità di realizzare l’opera nei tempi previsti, e quindi, a quel punto, affidarsi alla speranza di una proroga dei termini del Pnrr da parte del Governo.

Per la posa della prima pietra del digestore serve una specifica luce verde per la ditta che si è aggiudicata l’appalto, che comprende anche il pagamento del 20% dell’importo (quasi 4 milioni di euro). L’area di Sarzano è già stata “spianata” per il cantiere, ma per l’accensione dei motori delle ruspe serve appunto un atto firmato dal Cda di Ecoambiente. L’opera in questione è una centrale per il recupero di rifiuti organici e frazioni secche da raccolta differenziata della potenzialità di 50mila tonnellate all’anno …continua su:https://www.polesine24.it/cronaca/2025/08/24/news/digestore-i-motori-si-ri-scaldano-372167/

 per la produzione di biometano e di fertilizzanti

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Fotovoltaico, biogas e biometano sul territorio. Il sindaco non ci sta: “Ricorreremo al Tar”

Lo sfogo: “Assenza di una norma che regola le aree idonee per l’insediamento degli impianti”

Foto d’archivio

Riceviamo e pubblichiamo:

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“Il territorio di Argenta, comune tra i più vasti d’Italia, senza averlo scelto, ma subendolo, ha una nuova vocazione, quella di produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico, l’agrifotovoltaico, biogas e biometano) trovando condizioni ambientali di grande favore: terreni pianeggianti, costi dei terreni più bassi rispetto al resto della pianura Padana, infrastrutture esistenti e facilmente sviluppabili e accorpamenti aziendali significativi.
Nel 2010 e 2011 si è svolta una grande campagna di incentivi che attraverso piccoli impianti ha portato a 7 MW/h prodotti da impianti a biogas e 7,4 Mw/h da fotovoltaici a terra. Numeri che hanno preoccupato le amministrazioni e i cittadini. Ma che sono un centesimo rispetto agli impianti di cui parliamo nel 2025. All’indomani della crisi energetica apertasi nel 2022 con l’occupazione russa dell’Ucraina e contestualmente ad un grande piano di decarbonizzazione (Green Deal), si è riacceso l’interesse per il nostro territorio. Un interesse accompagnato da un quadro normativo di favore e in continuo cambiamento, quasi schizofrenico, che potrebbe stravolgere il nostro paesaggio e calpestare anni di conservazione. Durante la primavera del 2022 vennero presentate richieste di autorizzazione per circa 20 MW/h tra Argenta e San Biagio (non ancora autorizzata) e per 7,3 MW/h tra Bando e Fiorana (ad oggi l’unico realizzato tra quelli di cui vi parlo). Nel settembre 2022 partirono le richieste autorizzative di 3 impianti legati tra loro e a due a Portomaggiore. Le autorizzazioni furono istruite presso il MASE (Ministero dell’ambiente della sicurezza energetica autorizzati nel giugno 2024) per una dimensione complessiva su Argenta di 87 Mw/h. Il decreto del Governo del novembre 2024 è andato a determinare che solo l’agrifotovoltaico potesse essere realizzato in territorio rurale. Questa ha generato un proliferare delle richieste e così il nostro territorio, che al termine del 2022 aveva autorizzazioni rilasciate per 14 Mw/h e al termine del 2024 aveva autorizzazioni rilasciate per circa 100 Mw/h, oggi si trova di fronte a richieste di installazione per una potenza complessiva di circa 750 MW/h.
Nella prima metà del 2025 è stato autorizzato un impianto di 10 Mw/h che si insedierà tra Argenta e Bando e i rimanenti 640 Mw/h restano in attesa di autorizzazione, ma vorrei sottolineare che i Comuni rilasciano autorizzazioni solo per piccoli impianti. ll giorno 12 agosto il MASE ha espresso parere favorevole ad un impianto che da solo produrrà 165 Mw/h di elettricità (in via Val Gramigna su 265 ettari), ovvero più di tutta quella autorizzata fino a questo momento nell’argentano.
Possiamo accettare che questo sistema, continui a proliferare generando in poco tempo un potenziale di produzione di energia che soddisferebbe 200.000 famiglie su un territorio in cui ne vivono 10mila? Io credo di no. Credo che si debbano dare ai territori strumenti per regolare gli insediamenti e consentire di tutelare i cittadini. In Italia purtroppo è di fatto possibile costruire ovunque impianti come se questi non fossero veri e propri impianti industriali. Perché è possibile realizzarli allo stesso modo in cui è possibile realizzare un frutteto? Da anni aspettiamo che il governo faccia una legge per individuare le aree idonee e che in attesa sospenda le autorizzazioni. Invece di questo tema il governo se ne occupa poco e male, non regola la produzione dalle rinnovabili e lascia alla convenienza dei privati la pianificazione della produzione energetica.
Non si può essere ipocriti sul tema: l’indipendenza energetica deve essere un obiettivo fondamentale di chi amministra ma non può essere perseguita a scapito dei territori. Serve regolamentare la localizzazione degli impianti per preservare ambiente e paesaggio. Riteniamo che se anche noi dobbiamo fare la nostra parte – e dobbiamo farla -, dobbiamo avere voce per decidere dove e come. Per questo motivo davanti al rilascio di autorizzazioni in punti sensibili del nostro territorio valuteremo l’opposizione presso i tribunali e prima ancora presso la Presidenza del consiglio dei Ministri.
A tal proposito il 24 luglio abbiamo fatto appello presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché rivalutasse l’Autorizzazione Unica volta a realizzare un nuovo impianto a Boccaleone, tuttavia l’appello non è stato accolto e per questa ragione ricorreremo al Tar sottolineando come, in assenza di una norma che regola le aree idonee per l’insediamento degli impianti, debbano essere sospese le autorizzazioni. Chiediamo che il governo faccia una legge sulle aree idonee e che la Regione Emilia Romagna sia pronta a recepirla. La questione energetica viene spesa in senso di competizione industriale ma il tema è anche un altro: a beneficiarne devono essere i cittadini. L’Italia è di tutti e non di pochi e grandi produttori di energia che non possono produrla senza rispettare il territorio in cui un loro impianto viene costruito e questo concetto non sembra emergere in nessuna continua su:

https://www.ferraratoday.it/cronaca/fotovoltaico-agricoltura-sindaco-argenta-ricorso-tar.html

Andrea Baldini, sindaco di Argenta

Biometano, corsa contro il tempo per 450 impianti

Sul piatto gli investimenti del Pnrr da 3,2 miliardi di euro e quelli privati da 3,5. Gattoni (Cib): chiediamo di semplificare la definizione di fine lavori

di Sara Deganello

12 agosto 2025

Impianto di biometano costruito da Corradi & Ghisolfi per la Società Agricola Palazzetto a Grumello Cremonese ed Uniti (Cremona)

Manca meno di un anno al 30 giugno 2026, data in cui dovranno essere pronti, alle condizioni attuali, gli impianti di biometano ammessi agli incentivi a fondo perduto del 40% previsti dal Pnrr. «Stimiamo circa 450 progetti, a cui vanno le risorse previste dalla misura sullo sviluppo del biometano: inizialmente 1,7 miliardi di euro, a cui si sono aggiunti ulteriori 640 milioni di rifinanziamento sbloccati ai primi di luglio per un totale di 2,3 miliardi impegnati, che ne movimentano altri 3,5 dai privati», spiega Piero Gattoni, presidente del Consorzio italiano biogas (Cib) e, da maggio, dell’European Biogas Association.

Definizione di fine lavori

Le aste sono cominciate nel 2023 e l’ultima, la quinta, di cui sono stati pubblicati i risultati ad aprile, ha raccolto quasi la metà delle partecipazioni totali: «Abbiamo scontato due anni di ritardo. Quando tutti gli aspetti, sia economici che regolatori, sono stati adeguati, la presenza delle imprese si è fatta sentire, soprattutto nelle ultime due aste. Però i 4-500 impianti da realizzare in tre anni ora devono essere costruiti in uno», osserva Gattoni. Con tutte le difficoltà, e i colli di bottiglia, del caso. Permettere alle imprese di essere sicure di arrivare a fine progetto è l’obiettivo delle richieste del consorzio: «Chiediamo, e il ministero dell’Ambiente ha già dato una prima disponibilità di valutazione, che ci sia maggiore flessibilità nell’interpretazione della fine dei lavori, per avere più tempo per l’allaccio alla rete, una parte non totalmente dipendente dall’imprenditore che fa il progetto. La seconda richiesta è avere più tempo per ultimare le iniziative: darebbe alle imprese maggiore possibilità di programmazione. Stressando meno la capacità dell’industria di realizzare un grande numero di cantieri complessi in breve tempo. Il governo si sta impegnando per valutare questa scadenza. È tuttavia un tema che riguarda tutte le misure e anche gli altri Paesi: la risposta impone una revisione complessiva», spiega il presidente. Continua su:https://www.ilsole24ore.com/art/biometano-corsa-contro-tempo-450-impianti-AHBwegfB

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10 Agosto 2025

Il capogruppo Pd nell’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna risponde al vicesindaco Alessandro Balboni che aveva richiamato “la regione sulla necessità di una normativa regionale”

9 Agosto 2025

Nonostante l’avvio dei lavori, il comitato giudato da Sandra Travagli invoca trasparenza, compensazioni reali e un’attenzione più rigorosa alla viabilità

Gualtieri, arriva il “no” al progetto del biometano

Gualtieri (Reggio Emilia), 30 luglio 2025 – La Conferenza dei servizi ha dato parere negativo al progetto di realizzazione di un impianto di biometano in strada d’Este, a Santa Vittoria di Gualtieri. Nel primo pomeriggio, al termine di un lungo confronto, si è arrivati alla decisione: un no al progetto, legato soprattutto alla mancata realizzazione di alcuni interventi che erano stati richiesti dai Comuni di Gualtieri e di Poviglio, relativi soprattutto alle operazioni di depolverizzazione di strada D’Este, per un costo previsto di 2,4 milioni di euro in vent’anni, con l’aggiunta di un’area di parcheggio dedicata ai mezzi pesanti in servizio da o verso l’impianto, che avrebbero dovuto sostare nei pressi dello stesso. Dunque, la Conferenza che unisce anche enti come Arpae, vigili del fuoco e Azienda sanitaria, alla fine ha valutato come non sufficienti le garanzie previste dagli interventi garantiti dall’azienda proponente. Soddisfatte le autorità istituzionali, a partire dal sindaco gualtierese Federico Carnevali, oltre ai cittadini del Comitato Aria Buona, che da tempo si batte contro questo progetto continua su:https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/gualtieri-arriva-il-no-al-progetto-del-biometano/ar-AA1JzUtt

Effluenti zootecnici e abbruciamenti vegetali: le novità in Lombardia

Le disposizioni vengono calibrate sulle specificità strutturali dei territori, attraverso una definizione più precisa, realizzata tramite le curve di livello topografiche e rilevabile “in sito” con una strumentazione ottica e/o elettronica.

di Redazione – 01 Agosto 2025 – 7:52

Cremona, la meta’ dei campi alimenta gli impianti a biogas: i danni per l’ambiente

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Nuovo impianto a biometano. Via libera alle opere compensative

Copparo: approvato dalla giunta lo schema di accordo tra Comune e Crystal Energy Società Agricola srl

Alla società viene richiesta la realizzazione di interventi di riqualificazione su un tratto in via Guarda Nella foto, la giunta copparese

Alla società viene richiesta la realizzazione di interventi di riqualificazione su un tratto in via Guarda Nella foto, la giunta copparese

Per approfondire:

Via libera della giunta allo schema di accordo, comprendente interventi a carico del privato.

È stato approvato dalla giunta lo schema di accordo tra il Comune di Copparo e la Società Crystal Energy Società Agricola srl, volto a regolare i rapporti in merito alle compensazioni ambientali relative alla realizzazione di un impianto per la produzione di biometano in via Guarda. Il progetto presentato dalla società prevede la realizzazione di un impianto con potenza di 499 Standard metri cubi all’ora (Sm3/h) per la produzione di biometano da sottoprodotti agricoli, agroindustriali e reflui zootecnici. Il biogas prodotto verrà in parte convertito in biometano, e in parte utilizzato nell’impianto per la produzione di energia elettrica e termica a servizio delle utenze interne.

All’intervento sono connesse misure compensative richieste dal Comune di Copparo, quale presupposto per il nulla osta al progetto. Nello specifico, alla Società Crystal Energy Società Agricola srl è stata chiesta la riqualificazione dell’area verde adiacente al Museo “La Tratta” in via Goito, attraverso l’installazione di giochi (la scelta dei quali verrà concordata con l’Ufficio tecnico del Comune) dedicati ai bambini, per un importo indicativo – onnicomprensivo di tutte le attività accessorie – di 100mila euro oltre l’Iva di legge. A ciò si assomma la richiesta di un intervento di riqualificazione energetica sulla Scuola secondaria di primo grado “C. Govoni”, consistente nella sostituzione degli infissi presenti nel corridoio di collegamento tra l’edificio principale e la palestra dell’istituto: anche in questo caso, l’importo indicativo – onnicomprensivo di tutte le attività accessorie – è stimato in 100mila euro oltre l’Iva di legge.

Nello schema di accordo sono contemplate anche prescrizioni del titolo autorizzativo richieste dal Comune di Copparo, riguardanti lavori di sistemazione stradale. In sintesi, alla società viene richiesta la realizzazione di interventi straordinari di riqualificazione stradale su un tratto di 600 metri in via Guarda, interessata dal transito dei mezzi, nella parte che risulta maggiormente ammalorata. Il ripristino della strada dovrà prevedere la sistemazione di metà carreggiata, comprensiva della posa della necessaria segnaletica orizzontale: tutto questo, a garanzia della sicurezza per gli utenti e della fruibilità della strada stessa. Continua su:

https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/nuovo-impianto-a-biometano-via-98402f0d

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Centrale biometano, il Comune dice no

Masi Torello, il sindaco Neri ha bocciato la richiesta di un impianto in un’area di 9 ettari. Dietro il progetto una società di Treviso

Masi Torello, il sindaco Neri ha bocciato la richiesta di un impianto in un’area di 9 ettari. Dietro il progetto una società di Treviso

Masi Torello, il sindaco Neri ha bocciato la richiesta di un impianto in un’area di 9 ettari. Dietro il progetto una società di Treviso

Per approfondire:

La giunta di Masi Torello dice no all’ipotesi di una nuova centrale bio metano in paese. Il sindaco Samuele Neri informa subito i cittadini e ribadisce la netta contrarietà di tutta l’amministrazione (maggioranza e opposizione). L’assemblea era finalizzata a informare la comunità dell’intenzione da parte di una società di Treviso di costruire una nuova centrale a biometano sul territorio comunale (che si aggiungerebbe a quella già presente da anni). La zona prescelta, fuori dal centro abitato, in un’area di circa 9 ettari di terreno ora coltivato, si trova a ridosso della così detta superstrada Ferrara-Lidi, tra via Malvezza e via dei Frutteti. Il sindaco ha precisato come l’informazione fosse giunta agli uffici comunali solo pochi giorni prima e, sebbene, proprio per tale ragione, in possesso solo di alcune frammentarie notizie in merito all’impianto, in un clima di trasparenza e cooperazione si sia voluto rendere pubblica la notizia, immediatamente. Il primo cittadino ha subito dichiarato la convinta e ferma contrarietà dell’amministrazione comunale alla realizzazione del progetto, spiegando come tali impianti, lungi dal produrre energia realmente pulita, siano fonte di svariate problematiche, la più evidente delle quali consiste nel cospicuo aumento di traffico veicolare pesante (trattori e autoarticolati), dovuto alla necessità di fornire all’impianto le ingenti quantità di prodotti agricoli dai quali si produce il metano, con evidente aggravio di immissioni nocive in atmosfera e pericolo per la circolazione, tanto più, in considerazione delle caratteristiche della rete stradale locale, non pensata per supportare un simile aumento di traffico. Il sindaco Neri ha espresso particolare soddisfazione nell’apprendere come anche il gruppo di minoranza, la lista civica Masi al Centro abbia argomentato la propria contrarietà all’impianto, così, che l’amministrazione comunale si possa presentare unita e coesa di fronte a un tema tanto importante per l’intero paese. Invitate alla riunione, hanno poi esposto le loro ragioni avverso la centrale, che Simonetta Renga, presidente del Comitato per lo sviluppo dei Masi e Sandra Travagli, coordinatrice dei vari comitati che si oppongono alla realizzazione delle centrali, le quali hanno messo a disposizione dell’amministrazione le loro competenze in materia, evidenziato il proliferare incontrollato di tali impianti nella provincia di Ferrara, che conta ormai il 60% di quelli esistenti in regione. In particolare, è stato illustrato come essi possano anche avere un senso quando si trovino all’interno di grandi aziende agricole. Il sindaco Neri ha concluso ribadendo “l’impegno dell’amministrazione alla collaborazione con i comitati presenti nel territorio, nel comune intento di evitare la realizzazione della nuova centrale, pur nella consapevolezza delle difficoltà che tale lotta comporterà, considerato come la legislazione europea”.

https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/centrale-biometano-il-comune-dice-5493cc91

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Impianto per la produzione di biometano a Roma nord, arriva lo stop ai lavori

La decisione in seguito ad alcuni controlli della direzione tecnica del municipio

Stop ai lavori per la realizzazione dell’impianto per la produzione di biometano che una società privata sta realizzando a Roma nord. Il biodigestore che nelle scorse settimane tanto ha fatto discutere il territorio. Lo ha stabilito la direzione tecnica del municipio XV in seguito ad alcuni controlli effettuati insieme alla polizia locale nell’area di cantiere, lungo la Braccianese Claudia a poca distanza dal consorzio dell’Olgiata

Lo stop ai lavori

“Come da prassi, durante il primo controllo è stato accertato l’avvio del cantiere a seguito della comunicazione di inizio lavori del 4 giugno 2025, mentre durante il secondo sopralluogo, effettuato dopo la commissione ambiente del 3 luglio scorso, sono state riscontrate delle difformità rispetto al progetto previsto dall’autorizzazione unica rilasciata dalla Città Metropolitana” ha spiegato il minisindaco Daniele Torquati. A seguito di questi accertamenti la direzione tecnica municipale ha dato quindi avvio al procedimento di disciplina edilizia per le difformità riscontrate, avviando la procedura di sospensione dei lavori per cui il privato, in linea con le leggi vigenti, potrà presentare osservazioni e ricorsi.

“I controlli di competenza municipale riguardanti gli aspetti edilizi che regolarmente vengono effettuati nei cantieri privati, non riguardano il procedimento amministrativo in corso da parte della Città Metropolitana” ha sottolineato il presidente, assicurando tuttavia come il Municipio XV stia continuando nell’approfondimento per produrre ulteriori valutazioni di natura complessiva. “Anche in relazione a una serie di criticità, come quelle sulla viabilità, che allora, nel 2021, in occasione delle conferenze dei servizi, non vennero prese in considerazione”-

“Come detto sin dall’inizio, nonostante la confusione creata ad arte da alcune forze politiche, in queste settimane abbiamo lavorato per un approfondimento della vicenda e per fare chiarezza, nel rispetto delle iniziative private, per cui non siamo contro a priori, e in particolar modo della cittadinanza e delle legittime preoccupazioni dei residenti. Continueremo a monitorare e ad aggiornare la situazione passo per passo”. 


Impianto biometano a Roma nord, arriva lo stop ai lavori
https://www.romatoday.it/zone/romanord/impianto-biometano-stop-lavori.html
© RomaToday

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Impianto a biometano, il privato chiede un risarcimento milionario al Comune

La battaglia legale è nata nel 2023 e approda al Consiglio di Stato

Impianto a biometano, il privato chiede un risarcimento milionario al Comune

 Ghisalba

Pubblicato: 11 Luglio 2025 09:00

Impianto a biometano, il Comune di Ghisalba resisterà in giudizio davanti al Consiglio di Stato contro il ricorso in appello presentato da “Energia Verde Bio Bergamasca Società Agricola Srl”, che chiede oltre quattro milioni di euro.

“Società Agricola” chiede oltre quattro milioni di euro

L’incarico di difendere il Comune davanti al Consiglio di Stato è stato affidato allo studio legale “Fiorona & Associati” di Bergamo. Una battaglia legale cominciata nel 2023, quando “Energia Verde Bio Bergamasca Società Agricola Srl”, che progettava un impianto a biometano, ha trascinato l’Amministrazione comunale in Tribunale. Continua su:https://primatreviglio.it/cronaca/impianto-a-biometano-il-privato-chiede-un-risarcimento-milionario-al-comune/

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FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

FERRARA: AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE UN CONVEGNO SPOT PER IL NUCLEARE

Si è tornati a parlare di un tema molto in voga negli ultimi tempi mercoledì 11 giugno al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara. Organizzato dall’associazione “Guido Carli” e presenti vari esperti moderati dal capo redattore del Resto del Carlino Cristiano Bendin, si è tenuto l’incontro Il nucleare: tra sostenibilità economica e ambientale, introdotto dagli interventi di Federico Carli, presidente dell’Associazione “Guido Carli”, Alessandro Balboni, vicesindaco di Ferrara e Riccardo Maiarelli, presidente di Fondazione Estense.

Della tecnologia nucleare utilizzata per la produzione di energia ho già trattato in un recente articolo; in esso erano riportate le dichiarazioni di Nicola Armaroli[1] relativamente al DDL Energia del ministro Gilberto Pichetto Fratin, approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri. Armaroli faceva notare che “il nucleare in Italia non si farà” in quanto il DDL “mette nero su bianco che dovranno pagarlo i privati”, e “non esiste un solo paese al mondo in cui il nucleare non sia sussidiato dallo stato, oltre a ciò il testo del decreto prescrive addirittura che le aziende energetiche si facciano carico della gestione dei rifiuti, incluso il deposito geologico”. Ma è difficile pensare, continua Armaroli, che qualcuno possa investire a queste condizioni, anche perché “essendo l’Italia uno dei luoghi più difficili al mondo per fragilità idrogeologica, rischio sismico e vincoli paesaggistici, la localizzazione diventa un rebus”, un problema di assoluta rilevanza.

Detto questo vale la pena illustrare brevemente il senso dell’incontro del Ridotto, che, a mio avviso, è stato sostanzialmente uno spot, come ce ne sono tanti in questi ultimi tempi, in cui si decantano le lodi della tecnologia nucleare. Ciò è suffragato anche dal fatto che i fautori del nucleare si considerano “pragmatici”, mentre chi non è d’accordo e si oppone è considerato portatore di “ideologie”, e questo non solo sul tema in oggetto, ma anche rispetto alle molte tecnologie che sono motivo di contrapposizione tra ambientalisti e fautori della crescita a prescindere, in particolare se ci si riferisce alle cosiddette “rinnovabili”.

Presentare gli intervenuti, tutti personaggi di assoluto livello, sia per le competenze che per i ruoli ricoperti, può servire a capire quanto ho appena sostenuto.

Marco Peruzzi è membro del comitato esecutivo del gruppo EDISON, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, si è occupato principalmente di organizzazione e business, prima in ENI, poi appunto in EDISON dove, dal 2009, ha avviato le attività nel settore dell’efficienza energetica costituendo Edison Energy Solutions e ristrutturato il settore energie rinnovabili. Dal novembre 2019 ricopre la carica di vice-presidente di Elettricità Futura, la principale Associazione della filiera industriale nazionale dell’energia elettrica con oltre il 70% del mercato elettrico italiano e l’obiettivo di promuovere lo sviluppo del settore elettrico italiano nella direzione della transizione energetica. Interessante scorrere il lungo elenco degli associati tra i quali spiccano ENEL, ENI ed EDISON.

Gian Pietro Joime, laurea in Scienze Politiche con specializzazione in economia internazionale, è componente del nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio dei Ministri, e docente di economia dell’ambiente e del territorio all’Università telematica G. Marconi. Suggestivo il titolo di un articolo apparso sulla rivista Partecipazione“La transizione ecologica? È una grande questione industriale (e nazionale)”.

Di Simone Mori si legge vanti grande esperienza nel settore dell’energia e delle infrastrutture, avendo ricoperto ruoli senior in aziende leader del settore energetico. Laureato in Fisica ha conseguito un Master in Business Administration, e, dopo essere stato dirigente ENEL, ha fondato ENEOSIS, di cui è amministratore delegato, una società che fornisce servizi di consulenza integrata, strategica ed organizzativa, in materia di tematiche regolatorie, istituzionali e strategiche nei settori energetico, ambientale e delle infrastrutture, diretti ad imprese, professionisti, persone fisiche e giuridiche, enti pubblici, associazioni e fondazioni. E’ anche docente del corso di Managing the Energy Transition, alla Luiss Guido Carli di Roma.

Pietro Maria Putti invece è AD di Gestore Mercati Energetici (GME), società che è stata costituita dal Gestore dei Servizi Energetici S.p.A., interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali. Il GME svolge le proprie attività nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). E’ docente del corso di Introduzione al Diritto e all’Economia dei Mercati Energetici (laurea magistrale in Ingegneria Energetica) presso l’Università La Sapienza di Roma. E’ stato Vice Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare e membro (fino al 2010) della Commissione di esperti istituita presso il Ministero dello Sviluppo Economico per la riforma della normativa italiana in materia nucleare.

Infine Gian Luca Artizzu Laureato in Scienze Politiche è esperto di gestione e organizzazione aziendale; già manager in Sogin (società pubblica che si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi), ne è attualmente l’AD.

Dalle brevi descrizioni risultano quindi diverse le competenze legate alla organizzazione aziendale e ai ruoli manageriali, meno a quelle di tipo tecnico.

Venendo ai contributi degli intervenuti, molti di essi, come detto in apertura, sono stati caratterizzati dalla messa in rilievo delle presunte positività del nucleare con affermazioni quali “il nucleare come tema per il futuro del paeseo la “necessità del nucleare per una politica energetica che garantirebbe all’Italia competitività e riuscirebbe ad abbassare i costi dell’energia”, fino alla previsione di un “futuro luminoso per i nostri figli”.
A proposito di futuro vi è stata l’onestà di riconoscere che la maggior parte di noi, ad esclusione dei più giovani, difficilmente potrà vedere realizzate le tanto evocate tecnologie nucleari, anche di nuova generazione (Small Modular Reactors), visti i tempi e i costi di costruzione di questi impianti.

Le accuse di “ideologia” per chi si oppone o non ritiene opportuna, conveniente, o sicura la tecnologia nucleare sono state, come già accennato, il refrain per diversi dei contributi.
Viene il dubbio che ideologico sia chi la pensa diversamente senza minimamente entrare nel merito delle questioni.

L’incontro poi ha visto alcune “narrazioni” molto comuni di questi tempi a cominciare da “la domanda di energia elettrica in Europa (e quindi in Italia) è destinata ad aumentare vertiginosamente”, e “la velocità nella transizione energetica sarà inferiore alle esigenze energetiche”, o anche “le rinnovabili come tecnologie non affidabili, intermittenti, discontinue e non programmabili”, facendo riferimento per questa ultima affermazione al recente blackout spagnolo. Il tutto quasi senza fornire dati a supporto di quanto dichiarato.

Non poteva poi mancare il riferimento alla vicina Francia quale paese visto come “grande produttore di energia elettrica da nucleare”, senza però ricordare la crisi degli anni recenti e i problemi che quel settore sta vivendo. A questo proposito la rivista QualEnergia.it, fonte più che affidabile, nel settembre del 2022 pubblicava un articolo dall’eloquente titolo La Francia nucleare: da esportatore di energia a basso costo a malato d’Europa[2].

Altro contributo sul tema è del luglio 2023 da parte di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale); in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-a-prova-di-scossa-elettrica-136246, si può leggere che “Tutto è cambiato nel 2022 quando la Francia ha sperimentato diverse crisi simultanee: una crisi idroelettrica con scarsa disponibilità di acqua nei bacini, una crisi di produzione nucleare con 27 reattori su 56 fermi, oltre alla crisi del gas con la Russia, e infine, ma non meno importante, le limitazioni estive al funzionamento delle centrali nucleari a causa delle temperature dell’acqua nei fiumi”. Di qualche settimane fa è invece l’articolo Un guasto a un reattore nucleare in Francia rischia di far schizzare i prezzi dell’energia in Europa, apparso su Europa Today, che tratta le conseguenze di eventuali guasti degli impianti nucleari (https://europa.today.it/economia/guasto-reattore-nucleare-francia-rischio-aumento-prezzi-energia-in-europa.html).

Ovviamente nel poco tempo a disposizione non sarebbe stato possibile sviscerare i tanti aspetti problematici che questa tecnologia presenta; ci si poteva aspettare qualche accenno esplicito al problema, di difficile soluzione, della gestione delle scorie e dei rifiuti radioattivi che derivano dal processo, a quello dei costi e della reperibilità del combustibile, o all’aspetto dello smantellamento degli impianti a fine ciclo, solo per citarne alcuni.

In conclusione credo sia legittimo chiedersi il senso di un incontro su questo tema a Ferrara. Viene da pensare che, nella eventualità di uno sviluppo della tecnologia nucleare, il nostro territorio possa essere tra quelli scelti per la installazione. Ma questo, al di là delle problematiche inerenti alla tecnologia in sé, sarebbe un problema di notevole entità vista la notevole concentrazione di impianti per la produzione di energia, come biogas/biometano e fotovoltaico (a terra o agrivoltaico), che già sono presenti e che si prevede vengano realizzati nella nostra provincia.

https://www.periscopionline.it/ferrara-al-ridotto-del-teatro-comunale-uno-spot-per-il-nucleare-305113.html

Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

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Biometano a Sarmato, richieste modifiche al progetto. La Sindaca: “Procedura molto tecnica, valuteremo in modo scrupoloso ” – AUDIO

1 Luglio 2025 Redazione MC Attualità

Biometano a Sarmato, richieste modifiche al progetto

Biometano a Sarmato, richieste modifiche al progetto. Il comitato: “Poca informazione”, la Sindaca Ferrari: “Procedura molto tecnica, non nascondiamo nulla, valuteremo in modo scrupoloso”. Continua a far discutere il tema sulla realizzazione dell’impianto a pochi passi del centro abitato del paese piacentino. Al Comune recentemente è arrivata una richiesta di modifica dell’impianto di produzione di biometano da parte del proponente.

La Sindaca Claudia Ferrari

La valutazione come da norma di legge coinvolgerà tutti gli enti già interessati nella procedura precedente, gestita da ARPAE. Il Comune di Sarmato ha scelto di continuare a farsi seguire dall’Avvocato Massimo Rutigliano e da CRPA, per le valutazioni amministrative e tecniche al fine di gestire la richiesta con le necessarie competenze. Questa procedura, attualmente in corso, però non cancella l’autorizzazione avuta dal proponente.

Il Comitato ha lamentato scarsa informazione

La procedura è sicuramente molto tecnica e per questo ci facciamo seguire da specialisti. Quindi non mi sento di dare valutazioni rispetto alla materia però posso sicuramente dire che non c’è da parte dell’Amministrazione Comunale alcuna intenzione di nascondere nulla, è doveroso che sia così. Nel momento in cui la norma lo permetterà, gli atti che possono essere pubblicati, saranno pubblicati. Attualmente la procedura è in corso, quindi è normale attenerci alla normativa. Valuteremo in modo scrupoloso tutta la documentazione. 

Biometano a Sarmato, richieste modifiche al progetto: la nota del Comitato

Con proprio decreto n. 5 dell’11 Giugno 2025 l’amministrazione Comunale di Sarmato ha provveduto alla nomina di un nuovo Responsabile Unico del procedimento P.A.S. (Procedura Abilitativa Semplificata) da parte di Apis PC1; cosa significa tale provvedimento?

Tutto nasce dalla richiesta, in data 09 Giugno 2025 e non sottoposta ad alcuna informativa da parte del Comune, con la quale il legale rappresentante di APIS PC1, SOCIETA’ AGRICOLA S.R.L., ha depositato la documentazione relativa ad una Procedura Abilitativa Semplificata per, si legge nel decreto, “modifica della ricetta di alimentazione delle biomasse in ingresso (quantitativo massimo biomasse in ingresso invariato e produzione di biometano invariata), modifica n. digestori, riduzione volumetria stoccaggio digestato solido, realizzazione bunker di alimentazione e stoccaggio biomasse, realizzazione unico biofiltro, sostituzione copertura per balloni paglia con telo in PVC, spostamento area tecnologica ed altre componenti di impianto per ottimizzazione degli spazi di gestione, relativamente all’Impianto di Biometano APIS PC1.”

Per chiarire la portata della richiesta è bene ricordare che il Decreto Legislativo n. 190/2024 ha riorganizzato i regimi amministrativi per gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, introducendo la Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) che si applica qualora, a seguito di impianto formalmente autorizzato, venissero introdotte modifiche definite “non sostanziali”, tali da non alterare le caratteristiche fondamentali dell’impianto, come la capacità produttiva, il tipo di tecnologia utilizzata, non comportino un aumento significativo dell’impatto ambientale e quando non sono necessarie ulteriori valutazioni di impatto ambientale.

Come ormai di consueto bocche cucite in amministrazione, quasi che il procedimento riguardi la modifica alle apparecchiature di un laboratorio artigianale (anche se, siamo pressoché certi, che la carta stampata locale in questo caso ne avrebbe comunque dato corretto rilievo) e non rientri nel pubblico interesse della comunità sarmatese; non è dato a sapersi i dettagli che si celano dietro quelle che vengono tecnicamente definite “modifiche non sostanziali”, anche se viene il dubbio che la modifica al numero dei biodigestori (quanti? Perché?), la riduzione volumetrica dello stoccaggio del digestato solido (perché? Sono stati sbagliati i conteggi in sede di AUA?) e la realizzazione di un unico biofiltro (quando nelle more del primo provvedimento di diniego all’AUA il proponente Apis PC1 si impegnò ad introdurre una serie di azioni per una “Migliore gestione delle emissioni” che nell’ultima relazione sulle emissioni odorigene veniva così riassunta: “I valori riscontrati nello studio di ricaduta, sono tali da poter affermare che l’impatto odorigeno sia da considerarsi basso, ma non totalmente trascurabile”) non appaiono al Comitato ed alla comunità come modifiche di poco conto, soprattutto in tema di potenziale aumento dell’impatto ambientale.

Cosa abbia determinato una così estrema serie di modifiche all’impianto, immediatamente a seguito del rilascio dell’Autorizzazione Unica Ambientale da parte di Arpae, rimane pertanto un mistero così come, dichiarano dal Comitato Rinnoviamo Sarmato, non trova spiegazione la nomina di un professionista Architetto “prestato”, per effetto di una convenzione, da un Comune piacentino quale Responsabile Unico del Procedimento (RUP) per la Procedura Abilitativa Semplificata (PAS), al quale è stato affidato il compito di curare tutti gli aspetti del procedimento, fino alla conclusione del procedimento stesso con il rilascio dell’eventuale autorizzazione o la comunicazione di conclusione positiva.

Ci si domanda, pertanto, ai fini della competenza, affidabilità ed esperienza, come mai non si sia ritenuto di affidare l’incarico ad un dottore agronomo o ad una società specializzata in impianti di biometano, magari esponendone i costi a carico del proponente (ma questo magari è chiedere troppo e non rientra nei criteri di opportunità della nostra attenta amministrazione).

Prosegue, pertanto, l’altalena dei cambiamenti di rotta, sia del proponente l’impianto che da parte dell’amministrazione comunale che, quest’ultima, in barba alla dichiarata – solo verbale – contrarietà all’impianto (è bene rammentare che il Comune di Sarmato ha espresso parere favorevole alla realizzazione dell’impianto), oltre al ben noto “vi terremo informati” del primo cittadino ed alle promesse (disattese) di ricorso alle vie legali per l’annullamento dell’autorizzazione, non ha ritenuto opportuno:

1.      informare la cittadinanza della richiesta di “semplificazione” del procedimento Apis PC1 da AUA a P.A.S.;

2.      spiegare come si intendono conciliare i contenuti delle prescrizioni subordinate all’Autorizzazione Unica Ambientale dello scorso 27/11/2024 con le modifiche presentate nelle more della P.A.S.;

3.      affidare l’incarico ad un dottore agronomo o ad una società specializzata, magari esponendone i costi a carico del proponente;

4.      spiegare quali garanzie e/o valore aggiunto si intendono concretizzare dall’incarico appena formalizzato;

5.      illustrare i mutamenti tecnici proposti sulla modifica al numero di biodigestori, alla riduzione della volumetria stoccaggio digestato solido, ma soprattutto alla realizzazione di unico biofiltro che, ci permettiamo di obiettare, richiedono magari approfondimenti e/o ulteriori valutazioni in tema di aumento dell’impatto ambientale al fine di scongiurare ulteriori ricadute odorigene (peraltro purtroppo già attese come dichiarato dalla stessa Apis);

6.      provvedere a deliberare in Consiglio Comunale l’impegno, in sede di revisione degli strumenti urbanistici, con particolare riferimento ad un atto di indirizzo del PUG, quanto suggerito nel quesito in merito alla “realizzabilità di un impianto di produzione di biometano” acquisito agli atti come ParereRER20-09-2024-Allegato 8366_3 nel quale, al comma 5, il dottor Giovanni Santangelo della RER – Settore Governo e Territorio, dichiara: “le amministrazioni comunali, in considerazione delle specifiche funzioni insediate nel proprio territorio o previste dalla pianificazione urbanistica vigente o adottata, possono individuare nel Regolamento Urbanistico ed Edilizio (RUE) distanze minime per la localizzazione degli impianti a biogas. La compatibilità di tali limiti con l’attuazione dei piani energetici, regionale e locali è verificata dalla Provincia nell’ambito delle riserve al RUE, sulla base dei criteri fissati dalla Giunta regionale d’intesa con le Province stesse”?

7.      inserire nell’OdG del prossimo Consiglio Comunale del 30 Giugno p.v. l’informativa della P.A.S.;

8.      indicare quali motivi hanno determinato la scelta di reiterare le sedute del Consiglio Comunale sempre e comunque in videoconferenza in luogo della presenza in chiaro contrasto con quanto indicato all’art. 9 comma 8 dello Statuto Comunale “Le sedute del Consiglio e delle Commissioni sono pubbliche salvi i casi previsti dal Regolamento”; nel caso specifico il “Regolamento per le sedute del Consiglio Comunale in videoconferenza” all’art. 1 recita che le “sedute del Consiglio Comunale che si tengono mediante videoconferenza o audioconferenza da remoto, in caso di esigenze straordinarie connesse a eventi eccezionali e imprevedibili, nonché in presenza di uno stato di emergenza, o comunque quando valutazioni di opportunità legate alla facilitazione della massima partecipazione lo necessitino, su decisione del/la Sindaco/a.”

Questa totale indifferenza dell’amministrazione costituisce, a nostro avviso, un ulteriore “lato oscuro” rispetto alle evidenze già espresse nel corso del Convegno organizzato dal Comitato lo scorso 07 Giugno dalla dottoressa Adele Pazzi, medico, dal dottor Andrea Bregoli, agronomo e da Maria Grazia Bonfante, coordinatrice nazionale di Terre Nostre, che hanno dimostrato, dati scientifici alla mano, l’assoluta precarietà della salute pubblica e dell’ambiente conseguente alla realizzazione di impianti di biometano, circostanza ancor di più amplificata se riferita ad un’area prossima alle residenze sarmatesi; evidentemente il diritto all’informazione su tematiche di carattere ambientale non può essere invocato né reso pubblico per la comunità di Sarmato.

Rimaniamo, conclude il Comitato, nel frattempo in attesa della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale, Sezione di Parma, sul ricorso presentato nei confronti di Arpae che non ha ritenuto di rendere disponibili i documenti progettuali dell’impianto, invocando un presunto potere di valutare le modalità con cui contemperare le esigenze informative del richiedente con l’interesse alla tutela della riservatezza economico-industriale dell’azienda che aveva presentato il progetto dell’impianto; quale segreto industriale si possa celare dietro la richiesta della relazione sulle terre e rocce di scavo (appartenenti alle vasche di lagunaggio area Ex-Eridania), sui Flussi di processo, sui….

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Perché non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici?

salviamoilpaesaggio2 commenti

del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Pubblicato il 16.06.2025

E’ davvero difficile capire per quali motivi a livello nazionale non si prenda in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici per sopperire alle reali esigenze energetiche del Bel Paese.  

Ancora nei giorni scorsi (10 giugno 2025) l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha presentato l’atto di opposizione al rilascio della concessione demaniale marittima trentennale per la realizzazione della centrale eolica offshore proposta dalla società pugliese Wind Alfa s.r.l. nel mare del Sulcis, davanti alle coste di Nebida (Iglesias), Carloforte, Gonnesa e Portoscuso.

63 “torri” eoliche (potenza 15 MW) alte centinaia di metri sul livello del mare, per complessivi 945 MW di potenza, un sistema di accumulo a terra di 360 MWh, due sottostazioni elettriche galleggianti, cavidotti da 380 kv con approdo a terra nella zona demaniale di Portovesme.  La richiesta di concessione riguarda zone demaniali (ZD), specchi acquei (SP) nel mare territoriale, specchi acquei (SP) oltre il limite del mare territoriale.

Sono stati coinvolti la Capitaneria di Porto di Cagliari, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la Regione autonoma della Sardegna, i Comuni di Iglesias, Carloforte, Gonnesa, Portoscuso.

Il GrIG ha chiesto il diniego del rilascio della concessione demaniale marittima, vista l’assenza dello svolgimento del procedimenti di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.), l’assenza della benchè minima considerazione degli impatti cumulativi derivanti dai numerosi analoghi progetti di centrali eoliche offshore presentati nella medesima area marina.

Sarebbe semplicemente assurdo in queste condizioni consegnare per quattro soldi migliaia di chilometri quadrati di mare a un soggetto privato, che può escludere (o ammettere a pagamento) pesca, transito commerciale e da diporto e qualsiasi altro libero utilizzo del mare.

Inoltre, la concessione demaniale marittima richiesta dovrebbe riguardare estesi specchi acquei di mare oltre i limiti territoriali in assenza di una definita Zona Economica Esclusiva (ZEE) concordata a livello internazionale con gli altri Stati rivieraschi del Mediterraneo occidentale (Spagna, Algeria, Tunisia), come richiesto dalla Convenzione internazionale dell’O.N.U. sul diritto del Mare (UNCLOS).

Ebbene, si tratta soltanto dell’ultima azione effettuata per contrastare la speculazione energetica in una situazione di assenza di reale pianificazione in materia e di vero e proprio Far West che fa comodo soltanto a chi vuol guadagnare in carenza di regole efficaci.

Il rapporto virtuoso fra transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua) e tutela del territorio è senz’altro complesso, ma è tutt’altro che impossibile da realizzare.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 marzo 2025 risultano complessivamente ben 6.070, pari a 355,03 GW di potenza, suddivisi in 3.857 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 153,54 GW (43,25%), 2.030 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 108,42 GW (30,54%) e 132 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 89,96 GW (25,34%), mentre sono ben poche (complessivamente 51 per complessivi 3,12 MW, lo 0,88%) le richieste per impianti idroelettrici, geotermici e da biomasse, cioè circa 4,7 volte l’obiettivo previsto a livello europeo.

Caso particolare è quello della Sardegna, in quanto si tratta di un sistema semi-chiuso, con soli due (saranno tre nei prossimi anni) collegamenti con il sistema elettrico della Penisola.

In Sardegna le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 marzo 2025 risultano complessivamente 729, pari a 54,40 GW di potenza, suddivisi in 470 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 19,72 GW (36,25%), 225 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 15,65 GW (28,77%) e 33 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare per 19,02 GW (34,97%), una sola richiesta per centrale idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).

54,40 GW significa più di 25 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna. Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660.   La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).

Qualche sintetica considerazione sulla speculazione energetica in corso in Italia è stata svolta autorevolmente dalla Soprintendenza speciale per il PNRR, che, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”.

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria.  

Ritorniamo alla domanda iniziale: perché non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici?

Così come indicato dal quadro normativo, in tutta Italia, fra le aree idonee dovrebbero esser individuate le zone industriali e quelle già degradate, mentre dovrebbe esser privilegiata e incentivata la soluzione relativa al posizionamento di pannelli fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici, capannoni, aziende, edifici privati, ecc.    

Sarebbe più che sufficiente per le necessità energetiche nazionali.

Si rammenta che lo studio ENEA pubblicato sulla Rivista Energies (N. Calabrese, D. Palladino, Energy Planning of Renewable Energy Sources in an Italian Context: Energy Forecasting Analysis of Photovoltaic Systems in the Residential Sector, 27 marzo 2023) afferma che per sopperire ai fabbisogni energetici dell’intero patrimonio residenziale italiano basterebbe realizzare pannelli fotovoltaici sul 30% dei tetti a uso abitativo.

L’I.S.P.R.Aafferma e certifica (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202)) che è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’ISPRA, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. 

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade).

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) Qui l’attuale situazione del complesso rapporto fra energia e territorio e le proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?

“Il lato oscuro del Biometano”, sold out per il convegno del comitato di Sarmato

Il presidente Fellegara: «Assenti le amministrazioni di Borgonovo, Castel San Giovanni e Rottofreno. Ma il silenzio più sdegnato non può che essere rivolto al sindaco»

Un momento del convegno

Nella affollatissimo e gremito salone multimediale della Famiglia Alpina Sarmatese, che ha raggiunto il tutto esaurito, il Comitato “RinnoviAmo Sarmato” ha organizzato nella mattinata di sabato 7 giugno, un convegno pubblico dal titolo emblematico “Biometano: il lato oscuro” al quale è stata invitata la cittadinanza, le istituzioni e le associazioni sarmatesi.

Obiettivo del Comitato è stato quello di fare luce «sui reali effetti che l’insediamento del mega-impianto per la produzione di biometano, previsto in prossimità dell’abitato sarmatese e autorizzato lo scorso mese di novembre con il parere favorevole di tutti gli enti convolti, Comune compreso, potrebbe produrre non soltanto dal punto di vista delle possibili (se non certe) emissioni odorigene, ma anche e soprattutto in relazione al contesto medico, scientifico e sociale, con il principale obiettivo di colmare l’imbarazzante silenzio delle istituzioni in tema di (necessaria) pubblica informazione per la realizzazione di una grande opera dal significativo e forte impatto ambientale». Si legge in una nota del Comitato che riportiamo di seguito.

«Tra i relatori è intervenuta infatti la dottoressa Adele Pazzi, medico chirurgo e Responsabile del Reparto di Geriatria Lungodegenza Ospedale san Giuseppe di Copparo (Ferrara), che ha evidenziato una serie di problematiche legate alle emissioni in atmosfera delle polveri sottili, con particolare riferimento agli sforamenti da particolati, i cui limiti di legge, in ogni autorizzazione agli impianti, si valutano inspiegabilmente come rispettati e non tengono in debito conto le emissioni in atmosfera già presenti in loco; tali irrazionali circostanze agevolano una sospensione prolungata nel tempo con escursione delle particelle anche a grandi distanza, il deposito nei terreni con conseguente potenziale inquinamento alla catena alimentare e alle falde acquifere, l’ingresso nel nostro corpo attraverso l’aria e la catena alimentare (non ultimo, uno studio inglese le ha rilevate addirittura nella placenta), alterazioni che, oltre agli organi ed i tessuti, possono interessare anche il Dna con potenziali tumori polmonari, dell’apparato urinario, del fegato, della prostata, del cervello e della tiroide».

«Altri preoccupanti riferimenti sono stati relazionati in conseguenza agli aumenti di Sindrome Adhd (Attention deficit Hyperactivity Disorder), tipicamente osservata nei bambini, con conseguente diminuzione delle capacità cognitive. A supporto di tali asserzioni una serie di studi esteri dimostrerebbero non solo la già nota correlazione tra cardiopatia ischemica e inquinamento, ma anche come i presupposti bio-molecolari siano responsabili dell’insorgenza del cancro polmonare nei non fumatori. In materia di odori ci si è soffermati sui Composti Organici Volatili (COV) che percepiamo come «puzza», composti principalmente di grassi volatili, di composti dell’azoto, di composti dello zolfo, fenoli/terpeni, di composti florurati (Pfas), di idrocarburi aromatici responsabili, oltre all’evidente disagio sensoriale, di gravi alterazioni dello stato di salute (fonte Ministero della Salute) oltre a rischio cancerogeno e danni al fegato».

Al medico Adele Pazzi è seguito l’intervento del dottor Adrea Bregoli, agronomo nonché esperto di ripercussioni ambientali, che ha rilevato come «la ‘Rivoluzione Verde’ (seguita negli ultimi 30 anni del XX secolo) abbia determinato un modello intensivo di agricoltura che nel tempo si è dimostrato ‘non sostenibile’ (e che ha avuto tra le conseguenze maggiori la degradazione dei i suoli, la diminuzione della sostanza organica, l’inquinamento delle falde, la diminuzione della biodiversità, l’incredibile riduzione delle specie coltivate da 6.000 a 200 e l’aumento delle emissioni di Co2). In tema di digestato (materia organica che si produce come sottoprodotto della digestione anaerobica degli impianti di biometano) viene osservato che oltre all’azoto, fosforo e antibiotici di cui sono ricchi i reflui agricoli, il concime naturale libera ammoniaca nell’aria che, combinata ad altre componenti, genera polveri sottili (con le ricadute citate dalla dottoressa Pazzi)».

«Inoltre, sempre in tema di emissioni, un ulteriore elemento potenzialmente critico è rappresentato dalla Co2 rilasciata dai mezzi di trasporto necessari per conferire e materiali all’impianto, così come quello determinato dai mezzi in uscita per il digestato (singolare, osserva Bregoli, l’accostamento ad “economia circolare” posto che i materiali in ingresso provengono da località individuate nel pavese  – Casatisma e Redavalle –  oltre addirittura ad interessare la provincia di Cremona – Salvirola, distante circa 70 km – il cui costo ai fini della sostenibilità economica appare decisamente in perdita); inoltre nel processo produttivo dell’impianto non possono essere ignorate, a livello di post-trattamento di separazione solido/liquido, la concentrazione nella frazione liquida di gas combusto, decisamente più inquinante del Gas naturale, emissioni di diossine (formaldeide) cancerogeno Classe I, oltre alla presenza di spore tipo Clostridi anaerobi. Altro tema ha riguardato i nitrati riversati nei terreni, in quanto le deiezioni inquinano i corsi di acqua e possono arrivare a contaminare le acque delle reti domestiche. Un evidenza particolare va riservata al reale rischio che un’intossicazione da nitrati può provocare nei confronti dei bambini per la sua capacità di legarsi all’emoglobina del sangue, oltre ad generare potenziali effetti tipo cancro allo stomaco negli adulti».

Ulteriori elementi di riflessione sono stati espressi da Maria Grazia Bonfante, coordinatrice nazionale di Terre Nostre con un passato da Amministratore e da sindaco del Comune di Vescovato (Cremona) che ha evidenziato come la pianura padana «sia ormai sotto attacco da una vera e propria colonizzazione da parte di holding e grandi gruppi (per lo più esteri) che, nascosti dietro la bandiera del green-deal, stanno promuovendo vere e proprie azioni di “assalto” al nostro territorio, individuato non tanto secondo criteri di oggettiva programmazione, bensì da valutazioni di opportunità legate alla vicinanza delle infrastrutture necessarie (infrastrutture che, purtroppo per noi, sono frutto della tassazione dei cittadini – vedi metanodotti realizzati nei comuni)».

«Tali pratiche – si legge nella nota – stanno producendo una forte alterazione ai modelli e alla vocazione di agricoltura cui eravamo abituati, generando modalità di produzione e consumo attuali non più sostenibili (si calcola che entro l’anno 2050 andranno perse circa il 40% delle terre coltivate – fonte Fao). Inoltre, soltanto in Lombardia, il 49% dei Comuni (pari a 736) risultano vulnerabili da nitrati di origine agricola; di questi il 57% sono totalmente vulnerabili. E purtroppo nulla hanno prodotto recenti sentenze della corte di giustizia europea che ha condannato la Repubblica Italiana per il mancato rispetto “continuativo e sistematico”, in relazione ai particolati Pm10, (sentenza n. 895/2020 emessa il 10/11/2020) – al Biossido di azoto (sentenza n. C-573/2019 emessa il 12/05/2022) ed al PM2,5 con procedure di infrazione in essere per inottemperanza alla Direttiva UE 2008/50/CE».

«Tra le anomalie osservate spicca anche il non più apparente “Business in Conflitto” nei confronti della società Snam, società di infrastrutture energetiche, nonché primo operatore europeo nel trasporto del gas naturale che, in estrema sintesi, produce, stocca, distribuisce e commercializza il biometano, utilizzando come cartina tornasole la bandiera di investimenti per ridurre le emissioni di gas serra; tale circostanza ha determinato da parte dell’UE il rilievo sulla mancata conformità della Direttiva sulla separazione del business. Infine, conclude Maria Grazia Bonfante, non si può non osservare neppure l’inammissibile pratica di reclutamento per la disponibilità dei terreni che vede gli agricoltori coinvolti, avvicinati con il solo scopo di ottenere le autorizzazioni necessarie, in virtù di incentivi PNRR che finanziano il business di società che, di norma, non possiedono né una stalla, neppure un ettaro di terreno, sono inattive e non hanno alcun dipendente. Il coordinamento Terre Nostre, conclude, si è fin da subito reso disponibile a sussidiare i Comuni per fornire la necessaria assistenza in materia di competenze e normativa; non sono mancate tra le azioni promosse diffide verso i Sindaci che autorizzano con disinvoltura nuovi insediamenti, con scelte politiche discutibili a scapito dei territori. In più occasioni Terre Nostre ha sostenuto i cittadini nelle azioni volte ad assicurare richieste di risarcimento danni, attraverso il supporto di recenti sentenze favorevoli agli indennizzi; ulteriori sostegni vengono operati verso i comuni che si oppongono al business speculativo, promuovendo dinieghi e, in alcuni casi, arrivando anche alla diffida delle istituzioni che non consentono l’accesso gli atti ai cittadini, in evidente violazione della legge. Infine un inciso sull’esigenza del coinvolgimento territoriale, in quanto questi insediamenti non esprimono un solo impatto locale ma generano inevitabilmente disagi e difficoltà verso i comuni limitrofi, che, fatalmente, subiranno gli stessi negativi effetti».

Un altro contributo è giunto ad opera da Silvia Alberici, presidente del comitato cittadino “No bio-metano” di Solbiate con Cagno, in provincia di Como; oltre a portare la propria solidarietà all’iniziativa e a porre l’accento sul ruolo particolarmente impegnativo dei Comitati impegnati sul territorio, che necessitano in primis della partecipazione più ampia possibile delle comunità coinvolte come voce “di noi tutti”, non ha mancato di fare riferimento «alla responsabilità individuale di ciascun cittadino, che necessita di diventare responsabilità collettiva con l’impegno di diffondere e veicolare correttamente le informazioni riguardanti il biometano. Notizie in genere, diffuse in rete ed orientate quasi esclusivamente a esprimere valutazioni in un quadro d’insieme discutibilmente descritto come positivo, mentre nella realtà positivo non è. Il Comitato comasco si oppone alla realizzazione di un impianto di biometano che, nelle previsioni, si intenderebbe realizzare nel Parco Valle del Lanza, in una zona caratterizzata da un corridoio ecologico e da collocarsi a una distanza di cento metri dalle abitazioni, circostanza che trova applicazione per la totale mancanza di norme di sicurezza sulle distanze. L’amministrazione comunale ha inizialmente guardato con attenzione all’insediamento, operato come ormai avviene in tutta la Lombardia e non solo, dall’interesse di questi grandi gruppi, che propongono una serie di apparenti attraenti compensazioni, con gli uffici tecnici che non sono preparati sul tema e non riescono a contrapporsi adeguatamente, per opporre, in seconda istanza, un primo diniego alla realizzazione; informa che il Comitato ha avviato un ricorso al Tar e che sta promuovendo una serie di iniziative a sostegno dell’informazione. Conclude ponendo l’accento sull’esigenza di coinvolgere il più possibile tutte le categorie economiche territoriali e sulla necessità di fare rete tra Comitati al fine di conseguire e riprenderci, dichiara, “il nostro diritto alla salute”

È seguito il saluto del presidente del Comitato, Bruno Fellegara, che non ha mancato di esprimere il profondo turbamento dall’ascolto dei contenuti esposti. «Non suggestioni quindi o “terrorismo psicologico” come poco prima richiamato e purtroppo sostenuto con enfasi spesso falsa e ipocrita, bensì frutto di studi e di una serie di lavori scientifici rilevabili in letteratura, con altrettanta documentata e rigorosa validazione. Venendo alla situazione sarmatese l’attenzione viene orientata sui contenuti dei recenti monitoraggi eseguiti dagli istituti regionali, Arpae in primis, che definiscono l’atmosfera della bassa Valtidone come estremamente critica. In particolare Sarmato, nell’ultimo resoconto ottobre-novembre 2022, figura con superamenti del limite massimo giornaliero di particolato Pm10 per 10 giorni su 28 di misura; facile quindi ipotizzare il superamento del limite di legge massimo di 35 giorni nell’arco dell’intero anno, circostanza che richiederebbe una serie di misure al fine di agevolare il necessario contenimento degli inquinanti che, come dichiarato dal medico Adele Pazzi, avrebbero inevitabilmente ricadute sulla salute pubblica (ne consegue che anche un ipocritico comprenderebbe che immettere nella atmosfera sarmatese nuovi inquinanti sarebbe oltremodo deleterio e irresponsabile)».

«Ulteriore elemento di irritazione è stato rappresentato dalla lettura delle conclusioni che la stessa società Apis PC1, società “Agricola” proponente, ha inteso sottoscrivere nell’ultima relazione sulle emissioni odorigene, nella quale dichiara che “I valori riscontrati nello studio di ricaduta, sono tali da poter affermare che l’impatto odorigeno sia da considerarsi basso, ma non totalmente trascurabile”. In altre parole i sarmatesi dovranno rassegnarsi per l’ennesima volta al cumulo degli odori; così come è apparso assai singolare vedere condizionato il rilascio dell’Autorizzazione Unica a ben 174 prescrizioni da espletare alcune prima dell’avvio dei lavori ed altre addirittura alcuni giorni prima dall’esercizio dell’impianto».

«Sdegnata e amara, quindi, la relazione del presidente che, se da una lato si dichiara estremamente grato nei confronti dei relatori che caparbiamente diffondono quella scientifica, corretta e necessaria informazione a vantaggio della collettività – in contrasto con una spesso saccente stampa che non manca di glorificare proprietà “prodigiose” ai mega-impianti di biometano – dall’altro esprime la propria delusione per la mancata presenza delle mamme dei 150 bambini che giocano nell’impianto sportivo in prossimità del previsto impianto, così come la mancanza dei giovani e di buona parte delle associazioni sarmatesi. Altro elemento rimarcato è stato l’assoluto disinteresse delle istituzioni che evidentemente hanno ritenuto inopportuno essere portati a conoscenza del “Lato Oscuro” evidenziato nel corso del Convegno Pubblico».

«Nessuna delle amministrazioni di Borgonovo, Castel San Giovanni e Rottofreno ha ritenuto, seppure invitate formalmente, di rispondere al nostro accorato appello. Ma il silenzio più sdegnato non può che essere rivolto al sindaco di Sarmato, che dopo i proclami – solo verbali – di contrarietà all’impianto per presunte criticità rilevate, ha ritenuto in primo luogo di porre la propria firma ad una delibera con la quale dichiarava di esprimere parere negativo ai fini del rilascio dell’autorizzazione, parere negativo del Comune di Sarmato che “tragicamente” in sede di Conferenza di Servizi si è trasformato in parere favorevole (Autorizzazione Unica Ambientale pertanto approvata con il parere positivo unanime di tutti gli enti coinvolti, Comune compreso); fonti ben informate hanno dichiarato che lo stesso primo cittadino, accompagnato da un consigliere comunale e diretto inizialmente verso la sede del Convegno, abbia ritenuto all’ultimo di fare dietro-front e di non partecipare al dibattito».

In conclusione al Convegno ha quindi preso la parola il dottor Beniamino Anselmi, sarmatese doc come ha amato definirsi, che ha ritenuto di rammentare «le azioni che si intendono promuovere nei quattro punti fondamentali alla base della difesa di diritti dei cittadini: una parte amministrativa, quindi, per la quale sono stati avviati i ricorsi, una componente civilistica rivolta ai risarcimenti in solido, una parte penale per gli elementi ritenuti impropri e una parte costituzionale, espressa dall’art. 41 della Costituzione, che riconosce l’osservanza di alcuni diritti fondamentali. A dispetto degli scettici che finora hanno ritenuto di non credere nelle potenzialità del Comitato, viene comunicato che, nel rispetto della legge, il Comitato può disporre delle risorse economiche necessarie al sostegno di tutte le citate azioni di carattere legale. Attraverso l’espressione “Ci sarà pure un giudice a Berlino”, mutuata da un’opera di Bertolt Brecht nella quale si narra la storia del mugnaio Arnold che lotta tenacemente contro l’ imperatore Federico II per vedere riparato un abuso, Anselmi ritiene opportuno e necessario rivolgersi alle istituzioni, per essere ascoltati in difesa dei diritti dei cittadini sarmatesi in quanto, quest’ultimi, ritengono di aver subito una violazione. Ha ritenuto quindi di precisare che non verrà avviata alcuna causa temeraria, poiché il Comitato può disporre di avvocati adeguatamente attrezzati, che avvieranno le cause soltanto se esisterà una ragionevole possibilità di prevalere, avendo cura di toccare il cuore ma molto più importante toccare il portafoglio; è infatti ormai innegabile che gli abitanti e tutta la popolazione, oltre alla salute, rischia una potenziale e forte perdita del valore immobiliare delle nostre abitazioni». 

«Conclude riconoscendo la libera iniziativa dell’imprenditore (che evidentemente svolge il proprio mestiere), ma allo stesso modo deve essere riconosciuta l’importanza che la libertà imprenditoriale debba concludersi quando inizia quella della popolazione, soprattutto se quest’ultima subisce un danno; nei ricorsi in tribunale ci rivolgiamo alla legge, senza polemiche o offese nei confronti di nessuno; intendiamo soltanto verificare se è stato leso qualche diritto, democraticamente e nel rispetto delle leggi. Siamo in buona fede, siamo persone per bene e intendiamo esercitare il nostro diritto di sostenere legalmente le nostre ragioni.

«Numerosi gli applausi di consenso all’indirizzo dei relatori, oltre a qualche manifestazione di sofferenza per il mancato sussidio istituzionale per il contrasto all’insediamento, seguito dal dispiacere nei confronti di coloro che hanno perso questa importante, inedita, occasione informativa; il convegno si concludeva ben oltre le 12:30 con la promessa di continue, nuove iniziative. Il Comitato informa infine che il Convegno è stato registrato in audio e video e che i collegamenti per la visione e l’ascolto dei filmati verranno comunicati sui social del Comitato stesso».
https://www.ilpiacenza.it/attualita/il-lato-oscuro-del-biometano-sold-out-per-il-convegno-del-comitato-di-sarmato.html
© IlPiacenza

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Le Interviste di RADIO SOUND

Sindaco Cristian Bertarelli – Impianti Fotovoltaici – 10/06/2025

https://www.radiosound.it/podcast/interviste

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Chi specula sull’energia ai danni dell’agricoltura in Emilia-Romagna


Stefano Liberti, giornalista

11.6.2025

Terreni agricoli interessati da possibili progetti di fotovoltaico e agrivoltaico nella zona di Argenta, Ferrara, maggio 2025. (Michele Lapini)

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Una mattina di dicembre del 2024, Bruno Carnevali riceve una raccomandata dal rappresentante di una ditta di Milano che non ha mai sentito nominare. Dopo aver presentato l’azienda come “un primario operatore del settore delle energie rinnovabili”, la lettera indica che “da alcune ricerche catastali” Carnevali risulta proprietario “di svariati lotti di circa (sic) 11.646 metri quadrati censiti al catasto di terreni del comune di Rubiera”, in provincia di Reggio Emilia. “Detti terreni”, prosegue il documento, “potrebbero essere di nostro interesse e pertanto vorremmo avere l’opportunità di entrare in contatto con voi per discutere e valutare un’eventuale operazione di compravendita immobiliare”. Seguono email e numero di telefono del rappresentante.

Pur non avendo alcuna intenzione di vendere i terreni su cui la sua famiglia coltiva uva da lambrusco da tre generazioni, Carnevali è incuriosito e decide di chiamare il numero indicato nella lettera. Un signore gentilissimo gli conferma la proposta: l’azienda è interessata a comprare il vigneto vicino all’autostrada per sostituire la coltivazione con pannelli fotovoltaici. E gli dà un’idea del prezzo: “Noi paghiamo dal 40 al 60 per cento in più del valore agricolo. Cioè le garantiamo un guadagno ben più alto di quello che potrebbe darle un altro agricoltore o un’azienda agricola”. Il vigneto, specifica il rappresentante, dovrà essere espiantato e, una volta ottenuta l’autorizzazione dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mase), l’azienda completerà l’acquisizione del terreno e installerà i pannelli.

Da quella telefonata è passato qualche mese e oggi, davanti alle sue vigne dove si cominciano a vedere i primi frutti, Carnevali è perentorio: “La proposta è allettante dal punto di vista economico, ma per me è irricevibile. Ti pare che vendo le terre a un’azienda sconosciuta di Milano che le trasforma in un parco energetico? Secondo me c’è un piano per convertire le campagne in distese di pannelli in mano a grandi gruppi economici. Approfittano della crisi agricola per svuotare la terra dai contadini”…Continua su https://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2025/06/11/energie-rinnovabili-emilia-romagna

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Biometano, “a Ferrara oltre il 60% degli impianti regionali”. Scatta la protesta

Flash mob dei comitati per chiedere trasparenza, controlli e una distribuzione più equa

Foto d’archivio

“Ferrara ha già dato: oltre il 60% degli impianti di biometano, a livello regionale, si trova qui”. Sarebbe sufficiente questa affermazione a spiegare le motivazioni del flash mob che domani pomeriggio (giovedì 5 giugno, alle 16) si terrà sotto la sede di Arpae, al civico 534 di va Bologna. Ma le ragioni dei comitati ‘No biogas – No biometano’ e ‘ Rete Giustizia Climatica’, promotori della mobilitazione, non si fermano qui.

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L’obiettivo è quello di riaprire il confronto con gli enti pubblici sullo scottante tema degli impianti di biometano nella nostra provincia: “Un confronto che con Arpae – spiega la portavoce Sandra Travagli – si è fermato sul nascere dopo lo scorso ottobre. Come prima cosa, chiediamo la nostra partecipazione alla conferenza dei servizi: so che non possiamo avere potere decisionale, ma il diritto di assistere come uditori è fondamentale per garantire la trasparenza dei processi decisionali. La legge lo permette e finora non è successo”.

L’aumento delle autorizzazioni rilasciate per i nuovi impianti rende urgente, secondo i comitati, l’individuazione di criteri più omogenei e stringenti, ponendo un limite equo per evitarne la concentrazione nella nostra provincia: “Dati regionali alla mano, la disparità nel nostro territorio è evidente. Già i vecchi impianti biogas al 2014, poi – riporta Travagli – necessitavano di biomasse che coinvolgevano l’8% della superficie agraria: possiamo solo immaginare quanto salirà questa percentuale con impianti più grandi”.

Ultima, ma non meno importante, la questione dei controlli: “I cittadini non possono rincorrere Arpae. Se si fanno delle segnalazioni queste devono avere una risposta e una conseguenza. Arpae non ha solo il compito di autorizzare, ma anche di monitorare: senza contare che molti impianti sono stati autorizzati ma non finanziati, e la tracciabilità di tutto questo è un continuo rimpallo tra enti”.


Biometano, “a Ferrara oltre il 60% degli impianti regionali”. Scatta la protesta
https://www.ferraratoday.it/cronaca/impianti-biometano-flash-mob-arpae-comitati-no-biogas-rete-giustizia-climatica.html
© FerraraToday

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https://www.estense.com/2025/1137338/no-biogas-comitati-e-rete-giustizia-climatica-davanti-ad-arpae/

Orzinuovi, liquami nei campi: malore per un bambina

L’episodio segnalato dalle autorità sanitarie ad Arpa che è risalita agli autori degli spandimenti zootecnici, rimasti sul terreno oltre il consentito.

Orzinuovi. Una bambina residente a Orzinuovi (Brescia) è rimasta intossicata dai miasmi causati dagli spandimenti agricoli nei campi che circonadano l’abitazione in cui vive con la famiglia.
Come riporta Bresciaoggi, la piccola ha accusato un malore che è stato segnalato dalle autorità sanitarie a quelle ambientali. Arpa ha effettuato i controlli, risalendo così ai responsabili ed è stata emessa una diffida a cui potranno seguire anche sanzioni.
Diverse le segnalazioni giunte dai residenti tra Orzinuovi e Roccafranca per le forti concentrazioni di ammonica esalate dagli spandimenti zootecnici, rimasti sul terreno oltre il consentito (ovvero 24 ore) evidentemente in concentrazioni oltre la normativa che, oltre al disagio olfattivo, hanno causato un forte presenza di insetti. I liquami sono poi stati interrati, ma si tratta di una situazione che, periodicamente, viene a presentarsi nelle zone agricole del Bresciano.

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https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/subito-stop-al-biometano-richiesta-122f6ded

“Subito stop al biometano”. Richiesta ufficiale in Regione

Lettera consegnata formalmente al presidente Michele de Pascale. C’è la firma, tra gli altri dal Comune di Gualtieri e del comitato ‘Aria Buona’. .

Foto di gruppo per i firmatari della richiesta ufficiale alla Regione

Foto di gruppo per i firmatari della richiesta ufficiale alla Regione

Richiesta di sospensione dell’iter per il progetto dell’impianto di biometano previsto a Santa Vittoria di Gualtieri. E’ stata presentata con lettera formale al presidente della Regione, Michele de Pascale, firmata dal sindaco gualtierese Federico Carnevali, dai capigruppo consiliari Andrea Catellani, Silvio Borgonovi e Stefania Cacciani, con Paolo Ferrarini, portavoce del comitato Aria Buona. Il messaggio al governatore dell’Emilia-Romagna è chiaro: ‘Sospensione dell’iter autorizzativo in corso per l’impianto di biometano previsto a Santa Vittoria di Gualtieri’. ’Questa azione – aggiungono dal municipio – si inserisce, in un percorso di mobilitazione condiviso da istituzioni e cittadini, che ha visto l’espressione di pareri contrari all’opera da parte del Comune di Gualtieri, dell’Unione Bassa Reggiana e della Provincia, tutti approvati all’unanimità nei rispettivi consigli‘.

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IMPIANTO BIOMETANO GAIBANELLA, IL COMUNE PRESENTA IL RICORSO AL TAR DI BOLOGNA CONTRO L’AUTORIZZAZIONE ALLA COSTRUZIONE CONCESSA DA ARPAE.

17-03-2025 / Punti di vista

SINDACO: “LE DISTANZE MINIME TRA IMPIANTI E ABITAZIONI SONO A TUTELA DELLA QUALITÀ DELLA VITA DELLE PERSONE, NON UN FATTORE OPINABILE”

Ferrara, 17 marz2025 – Il Comune di Ferrara ha presentato ricorso al Tar di Bologna contro l’atto con cui Arpae ha autorizzato la BioFE srl a realizzare un impianto di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile (biometano), a Gaibanella, con le relative opere di connessione. La richiesta al giudice è quella di chiedere l’annullamento dell’autorizzazione di Arpae, l’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna.

“Come avevamo già anticipato, oggi abbiamo presentato ricorso al Tar contro l’autorizzazione di realizzare un impianto di biometano a Gaibanella. Le distanze minime tra gli impianti e le abitazioni non sono un fattore per noi opinabile, ma sono garanzia di qualità della vita dei cittadini che in quella frazione abitano”, ha detto il sindaco Alan Fabbri.

La decisione di proporre ricorso al Tar era stata infatti deliberata lo scorso febbraio dalla Giunta municipale, su proposta dell’assessore con delega agli Affari legali Francesca Savini.

A motivare la scelta di promuovere ricorso è il fatto che l’autorizzazione da parte di Arpae sia stata adottata nonostante il parere contrario – adottato all’unanimità – del Consiglio Comunale di Ferrara, organo competente in materia di pianificazione urbanistica, unico titolato ad esprimere la valutazione in merito alla deroga agli strumenti urbanistici. Il ricorso è stato affidato all’avvocato Giuliano Onorati, del foro di Ferrara.

(Ferrara Rinasce)

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Il territorio ferrarese non diventi un distretto del biogas

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Oggetto: Mozione per la Promozione e lo Sviluppo degli Impianti a Biometano e Biogas

(Al Sindaco del Comune di Ferrara-Al Presidente Consiglio Comunale di Ferrara)

Clicca: https://1drv.ms/b/c/3d28a81f59f908f9/EZnJofkrf-dJl6lb8cYQHqUBrfcAOvsl1Pu0DCaZ_yV2Gg

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Incontro Pubblico Informativo

Sabato 08 Febbraio 2025

Hotel Cristallo ROVIGO

h 9,30-12,30

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Greenpeace vince la causa contro il governo olandese sugli allevamenti intensivi

Greenpeace Olanda ha vinto la causa intentata contro il governo dei Paesi Bassi per non aver preso misure adeguate a ridurre i livelli di azoto nell’ambiente, dovuti in gran parte agli allevamenti intensivi. La sentenza è arrivata il 22 gennaio e ha confermato che gli habitat naturali olandesi sono stati effettivamente deteriorati da questo tipo di inquinamento, e che la normativa di riferimento non è stata rispettata dai Paesi Bassi. Ora il governo olandese dovrà adottare misure efficaci per portare, entro il 2030, metà delle aree naturali sensibili all’azoto al di sotto delle soglie critiche stabilite.

Coninua su:https://www.arianuovabondeno.com/conferenze/

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L’impianto per la produzione di biometano nel Comune di Ferrara: parliamo di ricadute sulla salute

continua suAmbiente e Salute

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La contaminazione da TFA: indistruttibile e persistente

Questo composto a catena ultracorta finito al centro delle attenzioni del mondo scientifico solo negli ultimi anni ha mostrato un’ampia diffusione in Italia. Il TFA (Acido Trifluoroacetico) è stato ritrovato nel 40% dei campioni analizzati, ovvero 104 su un totale di 260. Ad eccezione di Arezzo, in tutti gli altri campioni in cui è stata accertata la presenza di TFA, questo costituiva la quasi totalità dei PFAS misurati in termini di massa. È lampante poter constatare che la concentrazione di questa molecola sia spesso presente in quantità maggiori, di almeno un ordine di grandezza, rispetto agli altri PFAS. Queste evidenze sono in accordo con gli esiti di indagini recenti effettuate su acque potabili e minerali europee.

Il comune di Castellazzo Bormida (AL) ha mostrato i valori più elevati di TFA (539,4 nanogrammi per litro), seguito da Ferrara (375,5 nanogrammi per litro) e Novara (372,6 nanogrammi per litro). Concentrazioni molto alte si registrano anche ad Alghero (SS), Cuneo, Sassari, Torino (Corso Castelfidardo), Cagliari (Piazza Italia), Casale Monferrato (AL) e Nuoro. Sia a Torino che a Cagliari, il TFA è stato trovato in tutti i campioni prelevati in entrambe le città, sebbene a concentrazioni più basse. La Sardegna (77% dei campioni positivi), il Trentino Alto Adige (75% dei campioni positivi) e il Piemonte (69% dei campioni positivi) sono le Regioni in cui la contaminazione da TFA è risultata essere più diffusa.

Continua su:https://www.greenpeace.org/italy/storia/26119/pfas-analisi-acqua-potabile-in-tutte-le-regioni-d-italia/

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Il territorio della  Provincia di Ferrara è caratterizzato da anni da una massiccia presenza di impianti biogas. Nell’ultimo periodo le nuove misure a favore della produzione di biometano stanno provocando una forte accelerazione del rilascio di autorizzazioni per nuovi impianti e di riconversione dei vecchi impianti biogas.

Il Coordinamento dei Comitati chiede da tempo che venga affrontata con disponibilità e urgenza una pianificazione di questi interventi per le forti ricadute che questi hanno a livello ambientale e sulla salute e la sicurezza degli abitanti e per le profonde modificazioni che  produrranno sul territorio con effetti,  forse irreversibili, per i prossimi decenni.

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Link News





https://www.estense.com/2024/1106936/biometano-a-villanova-inizia-laccantieramento-cittadini-preoccupati/

La giunta esce allo scoperto: “Centrali a biogas? No, grazie”

Copparo: la scelta di mettere il diniego su due delibere per ragioni politiche e di opportunità “Già il Polo Crispa, l’allevamento di bovini e avicolo, il digestore di Formignana e l’impianto di biometano”.

La giunta esce allo scoperto: "Centrali a biogas? No, grazie"

Copparo: la scelta di mettere il diniego su due delibere per ragioni politiche e di opportunità “Già il Polo Crispa, l’allevamento di bovini e avicolo, il digestore di Formignana e l’impianto di biometano”.

L’amministrazione comunale di Copparo dice ‘no’ a due nuovi impianti di produzione di biometano. Se i progetti possono essere considerati idonei dal punto di vista tecnico, la giunta guidata dal sindaco Fabrizio Pagnoni ha scelto invece di mettere ‘nero su bianco’ la propria contrarietà dal punto di vista politico e di opportunità, attraverso due delibere approvate nel corso dell’ultima seduta. Gli iter autorizzativi per i due impianti sono stati intrapresi dalla società agricola Rightenergy e dalla società agricola Stella, per la realizzazione e l’esercizio di impianti di produzione di biometano da sottoprodotti di origine agricola, alimentare e/o agroindustriale e reflui zootecnici. E per entrambe, Arpae ha attivato la Conferenza dei servizi.

La giunta copparese ha preso in considerazione diversi aspetti e anche le osservazioni pervenute dall’Associazione Il Melograno Comitato Vivere Meglio, che ha richiesto di esprimere parere contrario alle nuove realizzazioni. Innanzitutto ha rimarcato la concentrazione in pochi chilometri quadrati di numerosi impianti: il Polo Crispa, l’allevamento di bovini e l’allevamento avicolo intensivo a Jolanda di Savoia, il digestore di Formignana, l’impianto di biometano da rifiuti organici in corso di realizzazione nell’area adiacente alla discarica Crispa. Non a caso il Piano Regionale di gestione dei Rifiuti e per la Bonifica delle aree inquinate della Regione fa proprio, tra gli altri, il principio della equa distribuzione territoriale dei carichi ambientali.

Si ipotizza che a tale concentrazione possano essere legate le numerose segnalazioni ricevute da parte di cittadini residenti ad Ambrogio e Brazzolo relativamente alla percezione di cattivi odori, specie nel periodo estivo. La giunta ha poi tenuto conto dell’inadeguatezza dell’area di intervento in termini paesaggistici: è infatti ubicata all’interno del sito Unesco “Ferrara Città del Rinascimento e il suo Delta del Po”, in prossimità peraltro di Villa Pavanelli di Zenzalino e del suo viale alberato, riconosciuto strada di interesse storico-paesaggistico.

https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/la-giunta-esce-allo-scoperto-9dec9adf

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Centrale a biometano: arriva il no

L’amministrazione comunale ha deciso. Il sindaco: “Abbiamo lavorato con professionalità”

Alessandro Caberlon

Alessandro Caberlon

11.11.2024 – 16:30

https://www.polesine24.it/cronaca/2024/11/11/news/centrale-a-biometano-arriva-il-no-297847

Biometano: “Ora stiamo attenti attenti ai ricorsi”

 Un impianto a biometano

Il sindaco Gotti dice no alla centrale. Nei giorni scorsi la giunta comunale trecentana ha espresso, con delibera, parere sfavorevole al progetto del biometano che tanto aveva fatto discutere negli ultimi mesi.

“Nessun silenzio – spiega il primo cittadino riferendosi alle recenti polemiche sollevate sul caso – c’è chi lavora e chi invece preferisce insinuare. Come era stato più volte promesso e dichiarato, ho lavorato con la giunta e i consiglieri, in questo mese per raccogliere , di concerto con le associazioni di categorie degli agricoltori e degli enti competenti, ma anche con mirati sopralluoghi ed accessi ai siti d’interesse, tutte le informazioni corrette per formulare un parere che fosse fondato e quindi che ponesse poi le basi per redigere le osservazioni e le richieste di integrazioni da formulare in sede di conferenza di servizi che ad oggi, si rammenta, non è stata ancora indetta”, continua il sindaco Gotti.

“Ovviamente, solo dopo aver ottenuto le informazioni certe dai soggetti maggiormente coinvolti e titolati a farlo, siamo arrivati alla conclusione concorde ed unanime che il progetto dell’impianto di biometano, per le sue caratteristiche, la sua ubicazione, per il contesto socioeconomico, per le caratteristiche agronomiche del nostro territorio e per la generale indisponibilità a conferire le matrici da parte degli imprenditori locali, per tutte le molteplici criticità circa la viabilità locale, per la compresenza e quindi le interferenze con le altri due centrali, biogas e biomassa, nelle immediate vicinanze, non poteva che raccogliere il parere sfavorevole alla sua realizzazione da parte di questa amministrazione”.

La posizione sfavorevole all’impianto da parte dell’amministrazione era già stata anticipata lo scorso 28 ottobre dallo stesso sindaco e dal vicesindaco Cristina Lunardi in occasione dell’ultimo tavolo verde conclusivo, convocato con i rappresentanti delle associazioni di categoria degli imprenditori agricoli.

“Il grande lavoro svolto con gran parte dei soggetti coinvolti e con alcuni enti, si è dunque tradotto in una delibera di giunta di indirizzo con la relativa presa di posizione sfavorevole al progetto per tutte le motivazioni descritte e che tracciano il perimetro entro il quale gli uffici dovranno poi redigere le loro osservazioni ed integrazioni – prosegue il sindaco – Per chi è abituato a lavorare con professionalità e serietà comprenderà come sia del tutto inopportuno e oltremodo irrituale, in assenza di avvio del procedimento amministrativo da parte della Regione, anticipare e fornire in questa fase ulteriori informazioni di dettaglio su quelle che saranno le richieste ed osservazioni tecniche del comune”.

Il sindaco ha poi voluto ringraziare “per la serietà ed onestà intellettuale con cui hanno da sempre operato i rappresentanti locali della Coldiretti, di Confagricoltura, e del Cai a fianco dell’amministrazione, i quali, durante tutti gli incontri istituzionali che abbiamo indetto in questo periodo in seno al tavolo verde, hanno fornito, in un confronto costruttivo e leale, tutte le informazioni utili che motivano, anche per vari e complessi aspetti agronomici, la non sostenibilità produttiva ed economica del progetto presentato sul nostro territorio”.

Il sindaco Gotti ha poi voluto togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa. “Non posso e non intendo invece dare retta e ascolto a chi, peraltro dimostrando di non conoscere neppure la normativa ambientale in materia di rifiuti e la procedura amministrativa, affiancato da un presunto gruppo/comitato neo costituito e portavoce che preferisce rimanere nell’anonimato, vorrebbe ‘comandare’ alla mia giunta ‘cosa fare, quando e cosa richiedere’ usando toni assolutamente impropri, accidiosi, avanzando insinuazioni e accuse false ed inaccettabili circa il mio presunto ‘favore’ verso il progetto – chiosa il primo cittadino – sconfessate peraltro dalla realtà dei fatti, malignità dettate evidentemente solo da rancori personali e da frustrazioni per la prolungata astinenza da incarichi politici”.

“Le decisioni importanti che impattano sulla qualità della vita e sull’economia di un territorio sono la priorità di questa amministrazione e debbono proprio per questo essere frutto di una maturata e documentata analisi; al contrario scegliere con superficialità, totale incompetenza e ignoranza, come spesso leggo, solo per tentare di ritrovare perduti consensi o appagare evidentemente velleità personali, a mio modo di vedere, non è fare una buona politica e, soprattutto, non porta al risultato che ci si prefigge. La politica fatta di proclami propagandistici, di insinuazioni, di attacchi strumentali volgari, di volantinaggio vigliacco e compulsivo, di chiacchericcio da bar, di riunioni carbonare, ha fatto il suo tempo e, soprattutto, ai trecentani non ritengo sia di nessuna utilità e interesse se vogliono davvero cambiare in meglio le cose. Che sia chiaro a tutti – conclude Gotti senza risparmiare un’ultima stilettata – questa amministrazione ha un nuovo volto e modus operandi e lavora per il bene di tutti i cittadini e non certo per ambizioni personali”.

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Sversamento liquami zootecnici nei campi: Legambiente annuncia un esposto

https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/bergamo-citta/sversamento-liquami-zootecnici-nei-campi-legambiente-annuncia-esposto-o_2605844_11

AMBIENTE. Dopo il caso di 50 lavoratori intossicati a Telgate per le esalazioni causate dallo spandimento di liquami provenienti dagli allevamenti, l’associazione ambientalista pone l’accento su un problema che affligge tutta la pianura padana.

Dopo l’ennesimo episodio di malori legati ad emissioni moleste da spandimento di liquami zootecnici, che ha intossicato 52 dipendenti di una logistica a Telgate, Legambiente annuncia un esposto alla Procura di Bergamo e ai carabinieri Forestali, per contestare la legittimità della condotta dei responsabili dell’inquinamento.

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https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/24_novembre_03/telgate-spargono-liquami-nei-campi-agricoli-16-dipendenti-di-una-ditta-vicina-intossicati-e-portati-in-ospedale-c728df04-700f-4ad4-be44-4269a8079xlk.shtml

Telgate, spargono liquami nei campi agricoli: 16 dipendenti di una ditta vicina intossicati e portati in ospedale

di Redazione Bergamo online

Telgate, spargono liquami nei campi agricoli: 16 dipendenti di una ditta vicina intossicati e portati in ospedale

Valutate sul posto 52 persone, 16 portate in ospedale. L’allarme nella mattina di oggi,

domenica 3 novembre

Intossicazione nella ditta Notino di Telgate nella mattinata di oggi, domenica 3 novembre. È successo poco dopo le 9, nell’azienda di via Lombardia che si occupa di logistica. «A seguito di verifiche effettuate in posto dagli enti di competenza – fa sapere Areu – si conferma intossicazione causata da liquami sparsi in campi agricoli adiacenti al polo logistico».

Il personale di Areu sul posto ha valutato 52 persone che si trovavano in azienda.  Accusavano nausea, vomito, mal di testa e mal di pancia. Sono stati ospedalizzati 16 pazienti in codice verde /giallo (quindi nessun in pericolo di vita) con sintomi da intossicazione, nei seguenti ospedali: Seriate, Chiari, Ponte San Pietro e Papa Giovanni.

https://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/intossicazione-polo-logistico-notino-telgate-la85r27p

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Link...Oggetto: osservazioni alla conversione della centrale denominata Energy UNO da impianto biogas a biometano posto in via per Zerbinate n.46b (verificare numero civico) a Bondeno di Ferrara 

Biometano a Trecenta: dalla platea un coro di No contro l’impianto

Il territorio boccia un progetto potenzialmente pericoloso che si regge sulla incentivazione da Pnrr. Oltre 250 persone al dibattito pubblico al Teatro Ferrini

Trecenta – La sindaca Anna Gotti ha avuto il merito, non scontato (altri sindaci in analoghe situazioni non l’hanno fatto) d’incontrare la cittadinanza, organizzando un incontro pubblico informativo sul richiesto impianto per la produzione di biometano dal trattamento di rifiuti agricoli che vorrebbe sorgere in via Albarello.

Lunedì 30 settembre, non meno di 250 trecentani e non solo hanno affollato il Teatro Ferruccio Martini, opportunamente presidiato dalle forze dell’ordine coordinate dal maggiore dei carabinieri Paolo Li Vecchi, per quello che si è rivelato un confronto civile, seppur dai toni accesi. L’argomento, del resto, è fra quelli divisivi e si temeva qualche eccesso.

Erano presenti diversi amministratori dei comuni vicini ed i rappresentanti di categoria del territorio, a testimonianza dell’interesse per l’intreccio fra le ragioni dei proponenti e il corale dissenso emerso fra il pubblico per l’impianto per la produzione di biometano dal trattamento di rifiuti agricoli. Lucia Ghiotti, sindaca di Salara, è intervenuta per dire che “Capisco le esigenze della transizione ecologica, ma a prescindere o meno dalla qualità tecnica dei progetti, ne stanno calando un numero eccessivo nel Polesine e nel basso Veneto” riferendosi alla richiesta di autorizzazione per un parco agrifotovoltaico a Salara che tocca pure Trecenta per il fatto che andrebbe realizzata in quel territorio una cabina elettrica per la messa in rete dell’energia pulita prodotta.

Per trattare del progetto agrivoltaico di Salara e Trecenta è intervenuto in collegamento da remoto il tecnico Roberto Carcangiu di “Peridor solar srl”, “L’unica società con la quale abbiamo avviato una conferenza dei servizi” ha affermato Ghiotti.

L’argomento agrivoltaico è scomparso dalla discussione quasi subito, alla luce del fatto che non ruba suolo agricolo, non impermeabilizza il terreno, non è climalterante e nella vesione “avanzata” è auspicato anche dal ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida che lo ha inserito nell’ultimo DL Agricoltura che vieta, invece, il fotovoltaico a terra su suolo agricolo.

La sindaca Gotti, nel ruolo di moderatrice, ha preliminarmente invitato i presenti a fare “…un processo veramente critico ma costruttivo”, rammentando che questa è una fase assolutamente preliminare per il futuro, non scontato, dell’impiato per la produzione di biometano.

Vale la pena di dire che solo Luigi Lazzaro, presidente regionale di Legambiente, ha manifestato parere cautamente favorevole all’insediamento dell’impianto (seppur con dei distinguo) mentre, Gianni Bregolin di Italia Nostra, ha fortemente criticato il progetto esprimendo contrarietà. Bregolin, pur ammettendo la necessità di ricorrere alle energie rinnovabili per accelerare la decarbonizzazione, ha posto l’accento sugli impatti potenziali in termini di emissioni odorigene e inquinanti e di come questi progetti si reggano solo grazie alla forte incentivazione dal Pnrr.

Se all’ing. Giuseppe Romani è spettato introdurre l’argomento parlando dell’iter autorizzativo degli impianti di energia rinnovabili, gli ingegneri Giammateo Bordignon e Enrico Lanzoni con l’agronomo Lorenzo Maggioni della “BMT8 srl” Società di scopo che ha progettato l’impianto di Biometano hanno ovviamente sostenuto le ragioni a favore della realizzazione.

Fra i numerosi interventi dal pubblico, tutti di orientamento contrario all’impianto, si segnala per l’inattesa moderazione quello dell’ex sindaco Antonio Laruccia, che però ha concluso dicendo “Trecenta non deve salvare il mondo”, invitando i sindaci a chiedere la valutazione di impatto sanitario, “…necessario in quanto l’ipotizzato impianto sorgerà nelle vicinanze la struttura ospedaliera del San Luca”. A latere Laruccia ha comunque espresso la convinzione che la sindaca sia sostanzialmente favorevole alla realizzazione del progetto.

continua su:https://www.rovigo.news/biometano-a-trecenta-dalla-platea-un-coro-di-no-contro-limpianto/

INTERPELLANZA – Presentata dal gruppo “La Comune” in Consiglio comunale

Richiesta in merito a costruzione di nuovo impianto di biometano a Vigarano Mainarda

20-09-2024 / Giorno per giorno

Questa l’interpellanza pervenuta agli uffici comunali:

– i consiglieri dei gruppi consiliari di minoranza (La Comune, M5S, Civica Anselmo, PD) del Consiglio comunale di Ferrara) ha interpellato il sindaco Alan Fabbri in merito alla costruzione di un nuovo impianto di biometano nel Comune di Vigarano Mainarda (FE), ma con accesso da via Catena (Ferrara).

>> Pagina riservata alle interpellanze/interrogazioni presentate dai Consiglieri comunali e relative risposte (a cura del Settori Affari Generali/Assistenza agli organi del Comune di Ferrara) all’indirizzo www.comune.fe.it/it/anagrafe-pubblica-degli-eletti-e-pubblicizzazione-atti/interrogazioni-e-interpellanze

Allegati scaricabili:

Partecipa all’assemblea pubblica organizzata dalle opposizioni, Mobilitazione

Giovedi 19 Settembre, alle 0re 18.30 davanti al Municipio

BIOMETANO. Vigaranesi in piazza contro un’altra Centrale…

https://www.estense.com/2024/1094775/biometano-vigaranesi-in-piazza-contro-unaltra-centrale/

Vigarano (FE). Anche il PD chiede di fermare la centrale biometano…

Ultimi aggionamenti Link/ continua su: https://www.estense.com/2024/1093913/vigarano-anche-il-pd-chiede-di-fermare-la-centrale-biometano/

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https://www.arianuovabondeno.com/conferenze/

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Vediamo quanto inquiniamo: foto di un pianeta da salvare

Quanto inquiniamo? Più che le parole, a volte, sono le immagini a rendere consapevoli.

Continua su: https://www.arianuovabondeno.com/ambiente-e-

Ferrara, già superate le giornate di sforamento nel 2024 per PM10 nell’aria

https://www.consulcesi.it/legal/ambiente/blog/inquinamento-aria-ferrara-superate-giornate-sforamento-pm10

A Ferrara i più recenti dati mostrano PM10 e PM2.5 ancora a livelli troppo preoccupanti, superato il limite di giornate di sforamento. Perché?

10 Maggio 2024, 07:52

Ferrara, già superate le giornate di sforamento nel 2024 per PM10 nell’aria

Sommario

……Continua su: https://www.consulcesi.it/legal/ambiente/blog/inquinamento-aria-ferrara-superate-giornate-sforamento-pm10

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I liquami sono responsabili anche dell’acidificazione del suolo

Ma il problema non è solo l’emissione nell’aria di ammoniaca. I liquami infatti sono anche complici dell’acidificazione del suolo e dell’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee. In Italia lo spandimento di liquami è regolato da un’apposita normativa che stabilisce quali sono i periodi dell’anno in cui gli allevamenti possono appunto spandere i liquami accumulati e poi trattati nei campi, usandoli come fertilizzante.

Purtroppo però non sempre queste leggi vengono rispettate e noi di Animal Equality nelle nostre inchieste negli allevamenti abbiamo più volte dimostrato come il trattamento di questi pericolosi rifiuti sia spesso inadeguato: liquami non trattati e altamente inquinanti senza contenimento che finiscono direttamente nel terreno, sversamenti irregolari, mancato trattamento di animali morti e dei loro cadaveri. Tutte pratiche che fanno “ammalare” il terreno e la falda acquifera del nostro Paese.

Una legge contro gli allevamenti intensivi, la proposta delle associazioni ambientaliste

Un gruppo di associazioni ambientaliste ha presentato alla Camera dei Deputati una legge per fermare la produzione insostenibile degli allevamenti intensivi.

  • Gli allevamenti intensivi sono sistemi produttivi insostenibili dal punto di vista del benessere animale e della salute umana e ambientale.
  • Con il consumo di carne attuale, ogni italiano emette il doppio di CO2e di quanto farebbe con la dieta mediterranea nella sua versione originale, con un limitato consumo di carne.
  • Alcune associazioni ambientaliste hanno presentato una proposta di legge per fermare l’espansione degli allevamenti intensivi e creare sistemi alimentari a favore di animali, consumatori, piccoli agricoltori.

Una proposta di legge per cambiare gli allevamenti intensivi: l’hanno presentata il 22 febbraio scorso, in una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, Greenpeace, Wwf Italia, Isde – Medici per l’ambiente, Lipu, Terra!. A sostegno dell’iniziativa sono intervenuti, tra gli altri, i deputati Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati), Eleonora Evi (Alleanza Verdi Sinistra), Carmen Di Lauro (Movimento 5 Stelle), Andrea Orlando (Partito Democratico) e il Comitato locale G.A.E.T.A. di Schivenoglia (MN).

Stop agli allevamenti intensivi: gli obiettivi della proposta di legge

L’obiettivo della proposta è cambiare il sistema produttivo degli allevamenti intensivi che, come sottolineato dai relatori, danneggia la salute, il benessere degli animali, l’ambiente e le piccole aziende. Le richieste delle associazioni ambientaliste sono:……..(Continua su:https://www.lifegate.it/proposta-legge-contro-allevamenti-intensivi)

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Gli allevamenti intensivi possono anche produrre un cocktail di agenti contaminanti, in particolare agenti patogeni come il batterio E. coli, metalli pesanti e pesticidi. Questi contaminanti rappresentano una minaccia potenziale per la nostra salute, oltre che per quella di altri animali e vegetali.

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L’allevamento intensivo inquina i terreni, le acque e i mari, contaminando la natura con tossine potenzialmente mortali.

Con migliaia di animali ammassati in luoghi chiusi, questi allevamenti intensivi sono suscettibili di creare tutta una gamma di agenti inquinanti. Queste sostanze inquinanti possono danneggiare al tempo stesso l’ambiente naturale, gli animali e le piante.

Nel 2006, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha descritto l’allevamento intensivo come «… uno dei fattori che maggiormente contribuiscono ai più gravi problemi ambientali attuali».

Molti animali significano molto cibo

Metodi di allevamento più tradizionali sono spesso efficaci per trasformare l’erba e certe deiezioni in alimenti utili per il bestiame. Il modello di allevamento « crescita rapida, rendimento elevato » è invece molto meno efficace, perché utilizza delle quantità considerevoli di cereali e di soia ricca di proteine per rispondere alle necessità alimentari degli animali.  Le colture di cereali ricevono quantità massicce di pesticidi e di fertilizzanti ricchi d’azoto e fosforo per stimolarne la crescita, ma una gran parte di questi prodotti può diffondersi nei terreni e nelle falde freatiche.

« L’allevamento bovino americano è responsabile di circa un terzo dell’azoto e del fosforo che si riversa nelle acque dolci del paese. (Fonte: FAO, 2006) »

Molti animali significano molti rifiuti

Gli animali degli allevamenti producono ogni giorno grandi quantità di rifiuti ricchi di azoto e fosforo. Questo fatto può essere di per sé un elemento positivo: le deiezioni di origine animale possono servire da letame e reintegrare il suolo di alcune sostanze nutritive. Tuttavia, negli allevamenti intensivi, la concentrazione degli animali all’interno di capannoni chiusi significa in genere che i rifiuti sono fortemente concentrati su zone relativamente ristrette. Se questi rifiuti non vengono gestiti ed eliminati correttamente, e ciò accade spesso, finiscono nell’ambiente naturale.

« Certi grandi allevamenti producono più rifiuti grezzi della popolazione umana di una grande città americana. (Fonte: US Government Accountability Office, 2008) »

Un inquinamento potenziale

L’azoto e il fosforo possono essere all’origine di gravi problemi, per esempio quando si ritrovano nei corsi d’acqua. La loro presenza massiccia provoca la proliferazione di alghe che monopolizzano l’ossigeno presente nell’acqua, il che può uccidere le piante e gli animali, se non addirittura lasciare delle vaste «zone morte» nelle quali possono sopravvivere solo poche specie.

Una parte dell’azoto diventerà gassoso, trasformandosi per esempio in ammoniaca; ciò contribuisce ad acidificare le acque e a ridurre lo strato di ozono. Inoltre, possiamo subire delle conseguenze dirette e immediate, poiché può essere minacciata la qualità dei nostri approvvigionamenti idrici.

« L’allevamento del bestiame è responsabile di oltre il 60% delle nostre emissioni globali di ammoniaca. (Fonte: FAO, 2006)»

Altri effetti negativi

Gli allevamenti intensivi possono anche produrre un cocktail di agenti contaminanti, in particolare agenti patogeni come il batterio E. coli, metalli pesanti e pesticidi. Questi contaminanti rappresentano una minaccia potenziale per la nostra salute, oltre che per quella di altri animali e vegetali.

« Il liquame di maiale è 75 volte più inquinante dei liquami domestici grezzi. (Fonte: Archer, 1992) »

Cosa puoi fare?

L’allevamento intensivo inquina l’ambiente. Intraprendendo azioni per limitare l’allevamento intensivo, non partecipiamo semplicemente a una rivoluzione agricola e alimentare, ma combattiamo anche uno dei più urgenti problemi ambientali.

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Biodigestore, la critica di Tamino: «Il biometano è inquinante, l’economia circolare è altro»

Il professor Gianni Tamino, biologo, membro di Isde
Il professor Gianni Tamino, biologo, membro di Isde

di Lorenzo Furlani

3 Minuti di Lettura

Lunedì 5 Luglio 2021, 09:35 – Ultimo aggiornamento: 13:35Condividi

VALLEFOGLIA – La relazione in programma contraddice la narrazione comune divulgata da un coro di fonti – produttori, istituzioni, politici pressoché di tutti gli schieramenti e media – sulle virtuose funzioni della digestione anaerobica, la lavorazione degli scarti alimentari e delle potature accreditata come processo di economia circolare perché recupera dai rifiuti biometano e compost per l’agricoltura. 

La narrazione contraddetta
Il titolo è molto significativo: “La produzione di biometano è inquinante e non sostenibile”. Su questo tema il biologo Gianni Tamino, docente in pensione dell’università di Padova e membro del comitato scientifico di Isde (l’associazione dei medici per l’ambiente), aprirà stasera l’incontro pubblico “No al biodigestore di Vallefoglia” organizzato nella sala polivalente di Bottega dall’associazione Diversamente e dalla rete Pesaro Città Sostenibile, con inizio programmato alle 20,30 (forse con diretta Facebook).

«Non si può parlare di un’energia rinnovabile per quanto riguarda il biometano soprattutto quando viene prodotto dalla frazione organica dei rifiuti urbani», afferma il professor Tamino, anticipando i contenuti della sua relazione e contraddicendo sul punto l’ultimo comunicato – e, a caduta, l’intero progetto ambientale – di Green Factory, la società di Marche Multiservizi costituita per realizzare a Talacchio di Vallefoglia un digestore anaerobico da 105mila tonnellate di rifiuti all’anno: «Dai rifiuti organici il biometano, combustibile rinnovabile al 100%».

«Questo concetto – spiega Gianni Tamino – sottintende che bisogna rinnovare a monte la produzione dei rifiuti, mentre l’indicazione europea è quella di ridurre i rifiuti; si può produrre quel tipo di biometano solamente continuando a produrre rifiuti, che invece dovremmo tendenzialmente appunto ridurre. Secondo l’indicazione molto più logica dell’Unione europea non dobbiamo considerare economia circolare quella che porta al recupero di energia bensì quella che porta al recupero di materia.

Quindi dalla frazione organica dei rifiuti urbani noi dobbiamo recuperare compost senza produzione di biogas o biometano».

«Così si genera CO2»
La discriminante sono le emissioni climalteranti, ossia la famigerata anidride carbonica, principale gas che causa l’effetto serra e produce il cambiamento climatico.
«Tendenzialmente dobbiamo riciclare – argomenta Tamino – ma questa economia circolare non si ottiene producendo energia, perché l’energia si genera solo bruciando qualcosa e il biometano bruciato comporta inquinamento ed emissione di CO2. Quindi, per recuperare la materia senza inquinare, bisogna produrre direttamente il compost per l’agricoltura con la digestione aerobica, perché con quella anaerobica, ossia senza ossigeno, per ottenere il compost (come prodotto derivato, ndr) serve altra energia. Tra l’altro dal biogas al biometano occorre un passaggio, un upgrade, che comporta liberazione di altra CO2 e di sostanze inquinanti».

«Si guadagnano solo gli ecoincentivi»
Le uniche energie pulite sono quelle del sole, del vento, dell’acqua. Cosa si guadagna a produrre biometano? Niente dal punto di vista collettivo perché il biometano ottenuto è irrisorio come energia complessiva, si ottengono solo un po’ di incentivi per chi lo produce (gli utili, ndr) senza i quali il biometano è fuori mercato. L’errore sono gli ecoincentivi del governo».

All’incontro a Bottega di Vallefoglia interverranno anche Marco Grondacci giurista ambientale sul tema: “Biodigestori senza regole: il caso Vallefoglia”, Massimo Gianangeli presidente del comitato tutela salute e ambiente Vallesina su “Biodigestore e diritti dei cittadini” e Andrea Torcoletti presidente dell’associazione Diversamente su “Biodigestore: i nostri primi otto mesi di lotte”.

Da impianto di riciclo rifiuti Co2 per usi alimentari

A Asciano: riduce a 5% conferimento discarica, produce biometano

ASCIANO (SIENA), 14 marzo 2024, 13:09

Da impianto di riciclo rifiuti Co2 per usi alimentari – Notizie – Ansa.it

Incremento del riciclo di rifiuti e riduzione dal 20 al 5% del conferimento in discarica oltre alla produzione di biometano da rifiuti organici da immettere in rete, corrispondente al fabbisogno di 1800 famiglie.

E’ il nuovo impianto di riciclo dei rifiuti alle Cortine nel comune di Asciano (Siena), inaugurato questa mattina dopo 18 mesi di lavori, nel quale è installato anche un sistema di cattura dell’anidride carbonica che ha ottenuto, tra i pochissimi in Italia, la certificazione per usi alimentari della Co2 estratta.
    Di proprietà di Sienambiente, l’impianto è dotato delle più moderne tecnologie e di un sistema di trattamento delle raccolte differenziate tra i più avanzati e innovativi a livello nazionale.

Nuove tecnologie che porteranno un contributo concreto all’economia circolare con benefici ambientali in termini di riduzione di gas climalteranti per un risparmio complessivo annuo di 102.420 tonnellate di Co2, equivalente all’assorbimento di un bosco di oltre 40 ettari.

Continua su:

Da impianto di riciclo rifiuti Co2 per usi alimentari – Notizie – Ansa.it

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Allevamenti intensivi: emettono ammoniaca, inquinano l’aria e ricevono soldi pubblici

http://Allevamenti intensivi: emettono ammoniaca, inquinano l’aria e ricevono soldi pubblici – Greenpeace Italia

La nostra mappa svela chi sono e dove si trovano i maggiori emettitori di ammoniaca (NH3) beneficiari di fondi PAC

Quanti fondi pubblici nell’ambito della PAC sono destinati ai grandi allevamenti intensivi italiani che emettono più ammoniaca inquinando l’ariaLa nostra inchiesta prova a rispondere a questa domanda, svelando chi sono e dove si trovano gli allevamenti intensivi italiani segnalati nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR) che emettono maggiori quantitativi di ammoniaca (NH3), un inquinante pericoloso, e quanti fondi pubblici ricevono le aziende cui fanno capo. 

Proprio il monitoraggio delle sostanze inquinanti emesse dagli allevamenti intensivi è al centro del dibattito europeo sulla revisione della direttiva sulle emissioni industriali: dal prossimo voto del parlamento europeo dipenderà l’efficacia nel limitare l’inquinamento prodotto da queste attività.

Chiedi al Governo Italiano di bloccare la costruzione di nuovi allevamenti intensivi e di frenare le conseguenze disastrose di quelli esistenti!

L’ammoniaca è un problema per la salute

Lo spandimento delle deiezioni animali sui campi possono veicolare sostanze inquinanti.

L’ammoniaca è una sostanza rilasciata principalmente dalle attività agricole che concorre in maniera importante a formare lo smog che respiriamo: una volta liberata in atmosfera questo gas si combina con alcune componenti (ossidi di azoto e di zolfo) generando le pericolose polveri fini. Dati alla mano, in Italia gli allevamenti sono la seconda causa di formazione del particolato fine (responsabili di quasi il 17% del PM2,5), più dei trasporti (14%) e del settore industriale (10%), preceduti solo dagli impianti di riscaldamento (37%). 

Mappare dove si trovano i maggiori emettitori di ammoniaca è quindi cruciale per sapere quanto è compromesso l’ambiente in cui viviamo, visto che l’elevata presenza di polveri fini comporta pesanti ricadute per la salute, come abbiamo mostrato in un precedente studio condotto con ISPRA.

La mappa degli stabilimenti che emettono più ammoniaca

Per costruire la nostra mappa, siamo partiti dal Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR), che include anche gli allevamenti che dichiarano emissioni per più di 10 tonnellate di ammoniaca (NH3) l’anno . Dalla nostra inchiesta risulta che sono 894 gli allevamenti italiani che nel 2020 hanno comunicato le loro emissioni di ammoniaca al Registro europeo, corrispondenti a 722 aziende, alcune delle quali fanno capo a gruppi finanziari come il colosso assicurativo Generali, a nomi noti del food come Veronesi SpA, holding che comprende i marchi Aia e Negroni, o a grandi aziende della zootecnia come il gruppo Cascone

https://public.tableau.com/views/AmmoniacaePAC2020/Regioni?:embed=y&:showVizHome=no&:host_url=https%3A%2F%2Fpublic.tableau.com%2F&:embed_code_version=3&:tabs=no&:toolbar=yes&:animate_transition=yes&:display_static_image=no&:display_spinner=no&:display_overlay=yes&:display_count=yes&:language=it-IT&:loadOrderID=0

La nostra mappa mostra come le regioni della Pianura Padana siano quelle maggiormente a rischio. Qui, infatti, ha sede il 90% degli allevamenti italiani che nel 2020 hanno emesso più ammoniaca. Capofila è la Lombardia, dove si trova oltre la metà degli stabilimenti che emettono grandi quantità di ammoniaca, seguita da Emilia Romagna e Veneto.

9 aziende su 10 hanno ricevuto fondi pubblici

Incrociando i dati del Registro europeo forniti da ISPRA con gli elenchi dei beneficiari dei fondi della Politica Agricola Comune (PAC), abbiamo scoperto che quasi 9 aziende su 10, tra quelle che possiedono allevamenti segnalati nel Registro hanno ricevuto finanziamenti pubblici: un totale di 32 milioni di euro nel 2020, per una media di 50.000 euro ad azienda. 

Ma quello che siamo riusciti a svelare è solo la punta dell’iceberg! Infatti, la normativa attualmente in vigore consente di monitorare, attraverso il registro E-PRTR, solo le emissioni degli stabilimenti più grandi, in grado di ospitare oltre quarantamila polli, duemila maiali o 750 scrofe, escludendo completamente gli allevamenti di bovini, nonostante siano a loro volta responsabili di rilevanti emissioni di ammoniaca e metano. Rimangono fuori anche tutte quelle aziende che, pur essendo sotto la soglia minima che obbliga alla comunicazione dei dati, concorrono alle emissioni totali del settore.

Tanto che nel 2020 il 92% delle emissioni di ammoniaca prodotte dagli allevamenti non ha trovato “responsabili” nell’E-PRTR, perché non monitorato. Questa dannosa lacuna segnala l’urgenza di monitorare e regolamentare un maggior numero di allevamenti, come previsto dalla proposta della Commissione UE di modifica della direttiva europea sulle emissioni industriali. Una proposta che sarà votata a breve dall’Europarlamentofortemente osteggiata da alcune forze politiche e organizzazioni di categoria che, per proteggere gli interessi di una manciata di maxi-allevamenti, stanno mettendo indirettamente a rischio la salute di milioni di persone impattate da queste attività.

Chiedi al Governo Italiano di bloccare la costruzione di nuovi allevamenti intensivi e di frenare le conseguenze disastrose di quelli esistenti!

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Come protegge la salute e l’ambiente

Le polveri fini (PM2,5) sono responsabili di decine di migliaia di morti premature ogni anno: l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato quasi 50.000 vittime in Italia nel solo 2019. Com’è possibile ridurre drasticamente la diffusione di queste sostanze, se, parallelamente, si continuano a finanziare i modelli zootecnici intensivi e inquinanti che le producono?

Sembra che in Italia si faccia finta di ignorare che gli allevamenti intensivi sono già da anni considerati “attività insalubri di prima classe“, e che pertanto servono misure per proteggere la salute delle persone e l’ambiente dalle loro pericolose emissioni. Per farlo in modo efficace, occorre pianificare una riduzione del numero degli animali allevati, come sta già accadendo in altri Paesi europei. Rimandare questi provvedimenti, significherebbe ignorare gli impatti su salute e ambiente legati all’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi.

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Ferma gli Allevamenti Intensivi

Quello che mangiamo oggi determina il mondo di domani: non mettiamo il Pianeta nel piatto!Partecipa

#Agricoltura #Cibo #Inquinamento #Salute

Perché gli allevamenti intensivi
sono i più inquinanti e i più finanziati
dall’Europa “green”? E la Pianura
Padana diventa una “camera a gas”…

20 febbraio 2024

Perché gli allevamenti intensivi sono i più inquinanti e i più finanziati dall'Europa "green"? E la Pianura Padana diventa una "camera a gas"...

Sta facendo discutere che insieme a Delhi (India), Dhaka (Bangladesh) e Lahore (Pakistan), Milano sia ai primi posti per la pessima qualità dell’aria della classifica aggiornata in tempo reale dal sito svizzero IQAir. Ma non è solo il capoluogo lombardo a essere messo male, perché la Pianura Padana ormai da food valley si sta trasformando in una camera a cas e non solo a causa del traffico o delle industrie, quanto per le emissioni degli allevamenti intensivi. Sono i più inquinanti e quelli che ricevono più fondi dall’Europa e non ne parla nessuno. Ecco perché

Una volta si chiamava Gallia Cisalpina, e divenne territorio italico popoloso di colonie romane, immerse in un paesaggio morbido e bucolico. Da molto tempo oramai, la Pianura Padana si è trasformata in una vera e propria camera a gas. Sapevamo già che era una delle zone più insalubri d’Italia e d’Europa prima che ce lo confermasse il Corriere della Sera, che le auto, le industrie e il riscaldamento sono un fattore inquinante di portata enorme, che la sua conformazione morfologica non agevola il riciclo dell’aria, destino infausto, ma che una delle cause principali dell’inquinamento sia dovuto dall’alta concentrazione di allevamenti intensivi presenti, è un’informazione che spesso viene data a mezza bocca o omessa, per salvaguardare potenti interessi economici di un’industria che continua ad alimentare la credenza che la carne sia necessaria alla sopravvivenza del genere umano, anche se non è vero. Però qui lo griderò forte e chiaro: l’industria zootecnica è una delle industrie più impattanti del mondo a livello ambientale. Per farvi capire il perché, non posso non parlarvi di dati e numeri. I numeri devastanti della zootecnia intensiva, secondo i dati dell’anagrafe nazionale zootecnica, gli allevamenti in Italia sono più di 400.000, la maggior parte situati in Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna. Gli allevamenti bovini (1,5 milioni di animali e quindicimila aziende) suini (oltre quattro milioni, circa la metà del totale nazionale), concentrati soprattutto in Lombardia, aggiunti a quelli avicoli, ovini e di conigli hanno reso la Pianura Padana invivibile per l’alta concentrazione di ammoniaca e metano presente in quell’area. Complessivamente, gli allevamenti causano il 79% delle emissioni di gas serra nel settore dell’agricoltura, una ripercussione ambientale che non può che aggravare il già precario equilibrio naturale, derivante dalle emissioni di gas climalteranti prodotte dai combustibili fossili, come il petrolio, il carbone e il gas

  • Legambiente Lombardia: a Milano qualità dell’aria mai così male dal 2017

Il ruolo degli allevamenti intensivi nell’inquinamento record della Pianura Padana

Greenpeace: «L’ammoniaca prodotta costituisce la seconda causa di formazione di polveri sottili, che in Italia causano ogni anno circa 50.000 morti premature»

[20 Febbraio 2024]

Dopo settimane da record per l’inquinamento atmosferico in Pianura Padana, solo a partire da oggi – quando peraltro iniziano ad essere attese condizioni meteo più favorevoli – la Regione Lombardia ha avviato le attese misure antismog, seguendo quanto già messo in campo da Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.

«Siamo al paradosso di dover attendere che si concluda un’emergenza conclamata, oltre che chiaramente prevedibile, in Lombardia così come nel resto del bacino padano, per attivare quelle procedure emergenziali che dovrebbero servire a prevenirla», dichiarano nel merito gli ambientalisti di Legambiente Lombardia.

Eppure le premesse per un’azione più tempestiva c’erano tutte: lo stesso circolo regionale del Cigno verde segnala che a Milano, due giorni fa, la centralina Arpa di via Senato segnava livelli di Pm2.5 pari a 118 microgrammi/mc come media giornaliera – un valore 24 volte più alto dei livelli raccomandati dall’Oms su base annuale – e 136 di Pm10, toccando «il picco di una crisi di inquinamento i cui livelli non sono mai stati eguagliati dal gennaio 2017».

L’assessore regionale all’Ambiente, Giorgio Maione, preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno, osservando che negli ultimi vent’anni si è registrata in Lombardia «una riduzione del 39% delle concentrazioni di Pm10 e del 45% delle concentrazioni di NO2», ma la cronaca rende evidente che picchi emergenziali continuano a capitare.

Soprattutto, nonostante un trend in miglioramento – che riguarda la qualità dell’aria in tutta Italia –, il nostro Paese resta il peggiore d’Europa per morti premature da inquinamento atmosferico, dato che l’Agenzia europea dell’ambiente documenta ben 46.800 decessi all’anno da PM2.5, altri 11.300 da NO2 e 5,100 da O3.

Gli ambientalisti si chiedono dunque perché fino ad oggi non sia stata prevista nessuna limitazione «nemmeno per l’attività che maggiormente contribuisce all’aumento del particolato sottile, ovvero lo spandimento di liquami zootecnici», in tutti i campi lombardi.

«La totale inadeguatezza delle risposte agli episodi di inquinamento di questo inizio 2024 hanno azzerato la residua fiducia verso amministrazioni evidentemente irresponsabili riguardo agli effetti sanitari dell’inquinamento – dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – Alla luce dei fatti, le istituzioni pubbliche della Lombardia risultano evidentemente, e colpevolmente, sprovviste di strumenti per la prevenzione e gestione delle emergenze sanitarie. L’immobilismo delle istituzioni non è compatibile con i diritti fondamentali di tutela della salute dei cittadini».

I dati Arpa Lombardia messi in fila da Greenpeace per Milano parlano chiaro: se i valori di ozono, biossidi di azoto e zolfo sono rimasti entro i valori limite, nelle ultime settimane le polveri sottili Pm10 hanno avuto una media giornaliera di 100 microgrammi al metro cubo di aria, un dato decisamente preoccupante dato che il valore limite è di 50. I giorni in cui tale limite è stato superato è salito a 16 giorni sui 47 trascorsi dall’inizio dell’anno fino a sabato scorso.

Altro dato allarmante riguarda invece le Pm2.5 – le polveri sottili più pericolose – che sono risultate pari a 76 microgrammi al metro cubo, superiore al valore giornaliero di 5 microgrammi al metro cubo e di 15 su un periodo di 3-4 giorni, indicato dall’Oms.

Valori simili a quelli di Milano sono stati registrati nelle zone di pianura dai servizi ambientali di Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

A incidere in modo determinante sull’inquinamento atmosferico in Pianura Padana sono le condizioni geografiche locali, che la rendono un bacino racchiuso tra Alpi e Appennini dove – soprattutto in caso d’inversione termica – gli inquinanti restano schiacciati al suolo. Al contempo, ovviamente questi inquinanti non arrivano dal nulla.

«Gli allevamenti intensivi, insieme al riscaldamento, sono tra i principali responsabili dell’aumento dei livelli di inquinamento da Pm2,5 – affermano nel merito da Greenpeace – A tal proposito è emblematico il nostro studio realizzato in collaborazione con Ispra, che indaga i settori che hanno maggiormente contribuito all’inquinamento da Pm in Italia. Nel 2018 i settori più inquinanti sono risultati essere il riscaldamento residenziale e commerciale (36,9%) e gli allevamenti (16,6%): dati alla mano, insieme questi due settori sono la causa di quasi il 54% del Pm2,5 nazionale. Seguono i trasporti stradali (con il 14%) e le emissioni dell’industria (10%)».

In particolare l’ammoniaca prodotta dagli allevamenti intensivi «costituisce la seconda causa di formazione di polveri sottili – Pm2.5 – che in Italia causano ogni anno circa 50.000 morti premature».

Un problema che non riguarda certo soltanto Milano. Nel merito Legambiente ricorda che nel 2023, secondo l’ultimo report di Mal’aria di città, 18 città su 98 hanno superato i limiti giornalieri di Pm10. Ben 16 delle 18 città si trovano nel bacino padano e 6 sono lombarde(Mantova 62, Milano 49, Cremona 46, Lodi 43, Brescia e Monza 40.

«Da anni con il report Mal’aria di città denunciamo l’emergenza cronica dell’inquinamento atmosferico che soffoca la nostra penisola e che trova, soprattutto in Pianura Padana, la sua area più vulnerabile. Qui a pesare è anche l’effetto degli allevamenti intensivi e dell’agricoltura – conclude il dg di Legambiente nazionale, Giorgio Zampetti – Si introduca una vera e propria rivoluzione urbana con misure strutturali e integrate che abbiano al centro una mobilità sempre più sostenibile, il trasporto pubblico locale che deve essere maggiormente incentivato, e prevedendo al tempo stesso azioni concrete per contrastare anche le altre fonti inquinanti come riscaldamento e agricoltura. Non si perda altro tempo».

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*LA CRISI DEL MODELLO NEOLIBERISTA, TRA DISASTRI AMBIENTALI E CRITICITÀ ECONOMICO-SOCIALI: IL CASO DELL’EMILIA-ROMAGNA*

Abbiamo deciso di promuovere questo convegno, un importante momento di riflessione collettiva, perché ci appare fondamentale produrre e consolidare un pensiero lungo e strutturato sulle dinamiche economiche, sociali e ambientali che riguardano, in primo luogo, la nostra regione. Non è più credibile continuare, come fa il presidente della Regione, a magnificare la bontà del “modello emiliano-romagnolo”, da prendere a riferimento anche per gli altri territori. Né è sufficiente – se mai lo è stato –  evidenziare come questo modello produca impatti pesanti dal punto di vista ecologico e ambientale e sulla stessa salute delle persone. La stessa connessione tra giustizia climatica e giustizia sociale rischia di diventare un approccio semplicistico e, alla fine, privo di una capacità effettiva di leggere (e contrastare) i processi in atto anche in Emilia-Romagna.

Pensiamo, invece, sia fondamentale mettere in chiaro come tutte le scelte di politica economica, sociale e ambientale siano strettamente connesse. Come esse si inquadrano dentro il pensiero unico e la pratica del neoliberismo, rispetto al quale il “modello emiliano-romagnolo” può prestare maggiore attenzione ad alcuni tratti di solidarietà ed inclusione sociale, ma che, tuttavia rimane inscritto in quel paradigma e ne è tutt’al più una variante. Neoliberismo che, peraltro, oggi attraversa una crisi strutturale, che non implica certamente un suo possibile ripensamento in termini positivi, ma che, senz’altro, fa sempre più fatica a riproporre la sua logica di crescita “infinita”, fondata su produttivismo ed estrattivismo, il primato del mercato e della finanza, la subordinazione ad essi delle questioni ambientali e della conversione ecologica, la privatizzazione dei beni comuni.

Questa riflessione di fondo, che vogliamo approfondire nello svolgimento del convegno, anche con apposite sessioni di lavoro, può diventare anche la leva e il terreno comune su cui costruire convergenze importanti, al di là di occasioni specifiche che rischiano di risultare fragili, per tutti i movimenti e le realtà sociali che sono convinte che occorre progettare un nuovo a alternativo modello produttivo, sociale e ambientale, anche nella nostra regione. E che non c’è molto tempo per farlo.

Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna

*>>> LINK PROGRAMMA E INFO:

https://www.recaemiliaromagna.it/event-item/convegno17e18febbraio/

17 febbraio ore 9:30-13
Prima sessione
Produttivismo, estrattivismo, finanziarizzazione dell’economia. Un modello di sviluppo che non funziona più nel mondo e in Emilia-Romagna
Modera: Viviana Manganaro, RECA, attivista ambientalista

Alfonso Gianni, direttore della rivista trimestrale Alternative per il Socialismo
Capitale globale e dimensioni regionali

Marco Bersani, Attac Italia
Finanziarizzazione dell’economia e del modello emiliano-romagnolo

Massimo Serafini, ambientalista
Uno sguardo ecologista sulla crisi del modello emiliano-romagnolo

Pier Giorgio Ardeni, professore economia politica dello sviluppo, Università Bologna
Più sviluppo, più consumo. Perché siamo alla fine della corsa (anche in Emilia-Romagna)

Marina Mannucci, attivista diritti umani e ambientali
Crisi climatica, donne, intersezionalità. Storie r-esistenti

Wu Ming 2
Il pugno d’asfalto nel guanto verde. Retorica e devastazione in Emilia-Romagna

17 febbraio ore 15-18:30
Seconda sessione
Clima, Ambiente naturale, Ambiente urbano, Aree interne. Dal disastro annunciato al cambio di paradigma
Modera: Gabriele Bollini, RECA

Federico Grazzini, climatologo, ARPAE Emilia-Romagna
Il cambiamento climatico in Emilia-Romagna

Anna Gerometta, Cittadini per l’Aria
Qualità dell’aria ed effetti sulla salute

Luca Gullì e Margherita Romanelli, Diritti alla Città
Rigenerazione urbana: le soluzioni presenti generano i problemi futuri

Piero Cavalcoli e Gioacchino Piras, Osservatorio Urbano di Bologna
Consumo di suolo in Emilia-Romagna, con un occhio ai temi dell’energia e del clima

Bruna Gumiero, biologa, professoressa Alma Mater Bologna
I fiumi nella riprogettazione delle politiche ambientali

Giulio Conte, biologo, Ambiente Italia, IRIDRA
Il ciclo dell’acqua il governo del territorio

Giovanni Poletti, agronomo
Albero motore, di città (auto) Albero, motore di città (verde)

18 febbraio ore 9:30-13
Terza sessione
Beni comuni: Mobilità-infrastrutture, Energia, Acqua, Rifiuti, Economia contadina, Pace e democrazia. Verso un altro mondo possibile e necessario
Modera: Pierpaolo Lanzarini, RECA, Campi Aperti

Linda Maggiori RECA, attivista e giornalista freelance
Autostrade o ferrovie? Le politiche della mobilità (in)sostenibile in Emilia-Romagna

Leonardo Setti RECA, docente Università Bologna
Per una vera e democratica conversione energetica, basata sulle energie rinnovabili

Corrado Oddi RECA, Forum Italiano Movimenti per l’Acqua
Privatizzazione dei beni comuni ed espropriazione decisionale dei cittadini. Il caso dell’Acqua

Natale Belosi, RECA, Rete Rifiuti Zero
Uso insostenibile delle risorse e politiche dei rifiuti

Antonio Onorati, Associazione Rurale Italiana
Economia contadina, la transizione possibile

Sergio Bassoli, Rete Pace e Disarmo
Pace e democrazia, fondamenta di un nuovo modello produttivo, sociale e ambientale

INFO LOGISTICHE:

ARRIVARE:
La sala di quartiere del Comune di Bologna
è accessibile sia da via Ludovico Berti che da via dello Scalo
https://maps.app.goo.gl/Bt7hHH4i24FUznzC7

Dalla stazione:
autobus 33 (10 minuti) o 35 (14 minuti)
a piedi lungo i viali occidentali (21 minuti)
in auto:
parcheggio nelle vie circostanti il complesso edilizio dove ha sede la sala
A pagamento. App per la gestione della sosta: mooneygo (ex mycicero)

PRANZO:
BIO, kmzero, vegan-friendly organizzato da Campi Aperti
prezzo popolare
info e prenotazioni entro il 10 febbraio: convegno17e18febbraio@gmail.com

ACCESSIBILITÀ:
Piano terra, no barriere architettoniche
Animali benvenuti 

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Impianto di Zerbinate, è battaglia legale

Bondeno, l’azienda Biopig Italia si appella al Tar per annullare la delibera del consiglio comunale che vieta l’ampliamento

Impianto di Zerbinate, è battaglia legale

Impianto di Zerbinate, è battaglia legale

BONDENO

La battaglia tra amministrazione comunale e la società agricola Biopig Italia si sposta davanti sul binario della controversia legale. L’azienda infatti ha scelto di ricorrere al Tar dell’Emilia-Romagna per chiedere l’annullamento di svariati documenti, fra cui la delibera del consiglio comunale di Bondeno dello scorso 26 ottobre con la quale l’assemblea aveva respinto la variante urbanistica per l’ampliamento di un impianto zootecnico esistente sito a Zerbinate. Si trattava dell’iter per la notevole espansione dell’allevamento di suini di Zerbinate: durante la seduta del 26 ottobre 2023, il Consiglio aveva rigettato l’approvazione della deliberazione con i voti contrari dei gruppi Partito Democratico e Bondeno in Testa, il voto favorevole della lista civica Davide Verri Sindaco, e l’astensione degli altri gruppi che compongono la maggioranza.

https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/impianto-di-zerbinate-e-battaglia-legale-51e74700

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Dai fanghi di depurazione al digestato nel biogas: risorsa o problema per salute?

Sito Web: Digestato nel biogas: risorsa o problema per salute? (terredifrontiera.info)

AUTORE:

DONATO CANCELLARA

 11/09/2019

Quanto è realistico pensare al digestato come ad una sostanza utilizzata in piena sicurezza? Ha senso evidenziare la sua natura di concime o quella di sostanza spesso utilizzata senza avere una piena certezza sul livello di inquinamento nei terreni dove viene distribuita? Ecco cosa sta accadendo, anche dal punto di vista normativo, nel nostro Paese.

La non condivisibile decisione del primo governo Conte di prevedere all’articolo 41 del “decreto Genova” (legge n.109 del 28 settembre 2018) spropositati limiti di concentrazione degli idrocarburi pesanti (C10-C40) nei fanghi di depurazione, sia civili sia industriali – consentendone lo spandimento su suoli agricoli – ha aperto più di un interrogativo sul loro utilizzo in agricoltura.
Il limite di 1000 milligrammi/chilogrammo, come già spiegato da Terre di frontiera, è “astutamente” riferito al “tal quale” e non alla “sostanza secca”: significa che si potrebbe riscontrare il limite di 1000 milligrammi/chilogrammo in fanghi contenenti una notevole percentuale di acqua anche se gli stessi, resi secchi – quindi privi di acqua – farebbero registrare una concentrazione decisamente maggiore.
Una previsione normativa che sembra celare un favore legislativo, andando in direzione opposta a quella della maggiore tutela ambientale, rendendo verosimilmente i fanghi più assimilabili a sostanze ricche di “veleni” che a vantaggiosi concimi ricchi di sostanza organica.
Il business dei fanghi dovrebbe far riflettere se si pensa al recentissimo sequestro di 96 tonnellate di fanghi di depurazione da parte del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri in un impianto del Metapontino, in Basilicata, con l’intento, forse, di far diventare la regione una “suggestiva pattumiera” per l’intera Italia.
Ancor più inquietante è il nuovo scandalo sui fanghi di depurazione mescolati con il compost: una vera “bomba ecologica” chiamata ammendante compostato misto, ovvero materiale ricavato dalla lavorazione della frazione umida degli scarti urbani, degli avanzi dell’industria agroalimentare e dei fanghi di depurazione. In genere viene venduto alle aziende agricole e utilizzato come fertilizzante per i propri campi. A confermare la loro pericolosità è un passaggio di alcune intercettazioni raccolte dagli inquirenti, nelle quali si legge che «Qua come c’è un po’ di caldo ci facciamo male»: trattasi, infatti, di sostanze nauseabonde che creano inevitabilmente percolato nei capannoni dove vengono temporaneamente costipate, continuando a “fumare” anche quando vengono trasportate e distribuite sui terreni agricoli o interrate nei campi previo accordo con i proprietari terrieri. Pazienza se si creano «danni irrimediabili e devastanti per l’ambiente e la salute pubblica».
Si legge, inoltre, che il problema non interessava ai titolari del gruppo societario, tanto da cedere a diverse aziende dell’agro-pontino il loro compost “farlocco”, certificato da analisi chimiche falsate, nel quale ai rifiuti organici venivano mischiati scarti di ogni tipo: vetro, plastica, materiali vari e rifiuti speciali a rischio infettivo. Dall’inchiesta si evince che i proprietari dei terreni venivano pagati affinché lo prendessero, così da risparmiare sullo smaltimento. Successivamente erano gli stessi proprietari dei campi che lo seppellivano per poi farci crescere “olivi e granturco”.
L’USO DEL DIGESTATO IN AGRICOLTURA
Una problematica per certi aspetti simile alla questione fanghi di depurazione riguarda il digestato e il suo impiego in agricoltura che, anche in questo caso, viene enfatizzato come concime, quindi come sostanza che rappresenterebbe un valore aggiunto per il settore agricolo. Ma è realmente così?
Il digestato è il prodotto della fermentazione di biomasse convogliate in opportune strutture chiamate digestori (o fermentatori) afferenti ad una specifica impiantistica incentivata da leggi statali. Trattasi di impianti alimentati da biomasse per la produzione di biogas, a sua volta utilizzato per la produzione di energia elettrica (tramite sistema di cogenerazione) e/o energia termica, oppure per la produzione di biometano previa opportuna depurazione che prevede anche la desolforazione.
Ebbene sì, occorre ripulire il biogas anche dall’idrogeno solforato quale gas incolore, ma dalla puzza inconfondibile (uova marce) che può arrecare danni anche a ridottissime concentrazioni e percepibile, con conseguenti molestie olfattive, già a bassissimi valori pari a 0.02 parti per milione. Tanto ci sarebbe da dire sull’idrogeno solforato (acido solfidrico) e sui problemi di corrosione degli impianti ad esso strettamente correlati con conseguenti incidenti già dopo pochi anni di funzionamento. La questione dei rischi e degli scenari incidentali, connessi agli impianti per la produzione di biogas, rende necessario un approfondimento al fine di far comprendere che la parola “bio” è solo un aspetto del processo industriale al quale andrebbe affiancato il rovescio della medaglia rappresentato dal possibile ed altamente probabile inquinamento delle matrici ambientali. Questione, quest’ultima, che potrebbe essere bilanciata solo tramite una impiantistica di ridotte dimensioni (impianto avente una potenza elettrica di circa 100 kilowatt, ndr).
BIOGAS E BIOMASSE
Le biomasse utilizzate per il funzionamento degli impianti di biogas possono essere agricole, zootecniche, industriali, agrozootecniche e agroindustriali, fino ad arrivare all’impiego dei rifiuti urbani ed in particolare al famigerato Forsu (Frazione organica di rifiuti solidi urbani).
Quali sono, quindi, le problematiche connesse al digestato? Si rende necessario innalzare il livello di sicurezza sul suo utilizzo in agricoltura?
Non poche sono le segnalazioni circa l’utilizzo del digestato su terreni agricoli favorendo lo sviluppo di microrganismi dannosi per le produzioni alimentari, con ripercussioni per la salute umana. È indiscutibile che nei digestori, durante la fermentazione con conseguente produzione di biogas, si selezionano comunità microbiche in seguito a fenomeni di competizione e resistenza, soprattutto se il funzionamento avviene in regime di termofilia (> 55 gradi), assicurando pertanto temperature maggiori rispetto al regime di mesofilia (35-37 gradi).
Desta preoccupazione la specie batterica appartenente al genere Clostridium che potrebbe costituire un evidente pericolo per la salute pubblica in quanto associato a casi di botulismo per la sua capacità di generare tossine botuliniche.
In uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità [B. Auricchio, F. Anniballi, A. Fiore et al., Il biogas: spunti per una serena riflessione, Nota ISS, 2014; 27[5]:3-6], si perviene alle seguenti conclusioni: «La produzione di biogas costituisce un’importante risorsa economica per le aziende agricole, che devono però garantire la sicurezza d’uso dei digestati. Desta una significativa preoccupazione la capacità di alcune specie microbiche, in particolare Clostridium botulinum, di sopravvivere in condizioni di anaerobiosi e alle temperature utilizzate nel processo di digestione. Tuttavia, al momento in Italia non è stata dimostrata in laboratorio alcuna correlazione tra i focolai di botulismo e lo spandimento di digestato sui suoli agricoli. Per una completa valutazione del rischio si ritiene necessario e auspicabile affrontare dal punto di vista scientifico alcuni aspetti del processo di produzione del biogas, che contribuirebbero ad aumentarne la sicurezza. In particolare, sarebbe necessario avviare approfondite ricerche volte a: valutare qualitativamente e quantitativamente la composizione delle comunità microbiche che si selezionano nell’impianto in funzione della tipologia del substrato utilizzato; approfondire i rapporti ecologici che si instaurano tra i componenti le diverse comunità microbiche, che popolano i diversi siti presenti nel processo produttivo del biogas, nonché l’eventuale competizione operata da alcune specie nei confronti dei clostridi produttori di tossine botuliniche; valutare l’impatto dei digestati utilizzati come fertilizzanti agricoli sulla flora microbica autoctona del terreno e i loro risvolti sulla fertilità del suolo».
La Danimarca, la Svezia, l’Austria, la Germania e la Gran Bretagna si sono dotate di uno specifico regolamento che obbligano i gestori degli impianti a biogas (estendibile anche agli impianti per la produzione di compost) a prevedere trattamenti di sanificazione dei substrati di biomasse che alimentano i digestori oltre a prevedere specifiche caratteristiche impiantistiche (come ad esempio i pastorizzatori) con mirati e severi controlli microbiologici sul digestato che si vuole venga utilizzato in agricoltura.
Il dottor Gian Piero Baldi, medico Isde e presidente di Bio Ambiente, ha più volte ricordato i rischi per la salute degli impianti a biogas, nonché come gli aspetti microbiologici rappresentano un punto debole del biogas tanto da sottolineare l’importanza di adottare, in Italia, precauzioni molto più stringenti per il trattamento di sanificazione delle biomasse in entrata e dei digestati in uscita.
Per il dottor Mauro Mocci, medico di famiglia e decano dell’Isde, gli impianti a biogas sono da considerare industrie insalubri in quanto trattano anche rifiuti e l’output del processo è, verosimilmente, un rifiuto. Uno dei punti deboli degli impianti a biogas è la fase anaerobica della frazione organica dei rifiuti nella quale non sono utilizzati solo quelli urbani, come spesso sostengono le imprese.
È del tutto evidente la necessità di seri approfondimenti sull’utilizzo del digestato in agricoltura e – in attesa di dati certi circa il suo utilizzo in piena sicurezza escludendo le negative ricadute sulla nostra salute – sarebbe necessario invocare il Principio di precauzione (articoli 3-ter e 301 del Codice dell’Ambiente, in recepimento dell’articolo 191, parte 2 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea).
Un principio che non si basa sulla disponibilità di dati che provino la presenza di un rischio, ma sull’assenza di dati che assicurino il contrario. Un principio di buonsenso cristallizzato in una specifica norma da cui deriva l’esigenza di un’azione ambientale consapevole e capace di svolgere un ruolo teso alla salvaguardia dell’ecosistema in funzione preventiva anche quando non sussistono evidenze scientifiche conclamate che illustrino la certa riconducibilità di un effetto devastante per l’ambiente ad una determinata causa umana [cfr. Tar di Lecce, Sez. I – 14 luglio 2011, n.1341].
Tuttavia, qualora un’amministrazione pubblica volesse invocare il Principio di Precauzione, occorre che lo faccia non con un banale e semplicistico annuncio o con una riduttiva ed inefficace invocazione bensì con uno specifico atto motivato e circoscritto al coso caso di specie.
Infatti, l’applicazione del Principio di Precauzione richiede una valutazione quanto più possibile completa dei rischi, che tenga conto dei dati scientifici più recenti e che faccia emergere il pericolo di un pregiudizio significativo per l’ambiente e per la salute dell’uomo. A fronte di una valutazione rigorosa del rischio si potranno adottare le misure strettamente necessarie per evitare un siffatto pregiudizio.
Non è dunque accettabile un approccio meramente ipotetico del rischio, che induca a limitare o vietare determinate attività sulla base di semplici supposizioni [cfr. Urbanistica e Appalti, n.5 maggio 2014, p.551 – Consiglio di Stato, Sezione V, 27 dicembre 2013, n.6250].

Persino sull’inquinamento ‘da puzza’ lo Stato fa le cose a metà per non scontentare nessuno

Persino sull’inquinamento ‘da puzza’ lo Stato fa le cose a metà per non scontentare nessuno

Tra i tanti inquinamenti che ci affliggono, ce n’è uno di cui poco si parla; ma basta guardare le denunzie che arrivano in Procura per capire che è molto più frequente di quanto si pensi.

Si tratta dell’inquinamento da puzza o, per meglio dirlo con il legislatore, da “emissioni odorigene”, che fino a poco tempo fa non veniva neppure preso in considerazione dalle nostre leggi di tutela ambientale. Tanto è vero che nei casi più insopportabili si ricorreva ad un generico articolo (il 674) del codice penale che punisce come contravvenzione chiunque “provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a molestare le persone”; e che, pur se non parla di odori, era stato ritenuto applicabile dalla Cassazione, in casi dove, ad esempio, c’è gente che deve vivere con le finestre sempre chiuse per attutire esalazioni moleste provenienti da manifatture come torrefazioni di caffè o da terreni agricoli abbondantemente ricoperti di concimi e immondi fanghi da depurazione. Per non parlare delle esalazioni da rifiuti giacenti in discariche o per strada.

I principali responsabili dell’inquinamento olfattivo sono sostanze che derivano da decomposizione, escrezioni animali e processi industriali, quali l’ammoniaca, l’acido solfidrico (che odora di uova marce), lo scatolo e l’indolo (odori tipici delle feci) e il dimetil solfuro (che deriva da vegetali decomposti).

Molestie olfattive, l’aria che “puzza” rovina salute e ambiente
CHIAMA i CARABINIERI
CHE PUZZA! (carabinieri.it)

Molestie olfattive, l’aria che “puzza” rovina salute e ambiente

Continua:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/12/22/persino-sullinquinamento-da-puzza-lo-stato-fa-le-cose-a-meta-per-non-scontentare-nessuno/7389989/

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La dura protesta sul biometano. Centrale, la rete dei cittadini:: “La nostra battaglia va avanti”

Residenti e associazioni in assemblea per ribadire il no alla costruzione della struttura “Disagi e impatto ambientale devastanti”. E a protestare c’è anche l’undicenne Ettore.

La dura protesta sul biometano. Centrale, la rete dei cittadini:: “La nostra battaglia va avanti”

“La battaglia contro la costruzione della centrale biometano va avanti”. Si tratta del messaggio emerso al termine dell’incontro pubblico sulla centrale che dovrebbe sorgere a Villanova, tenutasi nella sala del campo sportivo della frazione ferrarese completamente sold out. Un momento di confronto dove si è discusso sul tema ‘centrali biogas-biometano nel nostro territorio’, promosso dal gruppo cittadini ‘No biometaNo’ di Villanova. Un incontro che ha visto la presenza anche di altri comitati: ‘Aria nuova’ di Bondeno, l’associazione ‘Vivere meglio Formignana’ e comitato di Masi Torello, con relazione finale di Gian Gaetano Pinnavaia, della Rete giustizia climatica.

Continua su:

La dura protesta sul biometano. Centrale, la rete dei cittadini:: “La nostra battaglia va avanti” (ilrestodelcarlino.it)

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Biogas nel Ferrarese. Comitati e gruppi avviano un ragionamento trasversale

Biogas nel Ferrarese. Comitati e gruppi avviano un ragionamento trasversale | estense.com Ferrara

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